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Dalla pittura all’intervista doppia impossibile: Michelangelo e Raffaello

[Cliccare qui per la versione video del laboratorio]

Qui sotto si trova prima la scaletta del lavoro da fare in classe con gli studenti e poi i testi utilizzati.

La scaletta dell’intervista doppia impossibile: Michelangelo e Raffaello

Primo giorno (tempo di lavoro in classe: 1 ora e 30)

  1. Distribuire le fotocopie a colori dei due autoritratti degli artisti: “ osservate questi due autoritratti: quali sono le caratteristiche fisiche e psicologiche di questi due artisti”. (discussione a coppie)
  2. Lettura differenziata delle biografie dei due artisti: “raccontatevi la vita dell’artista” (consultazione ripetuta a coppie)
  3. Distribuire le fotocopie anonime, a colori, di due quadri “Sacra Famiglia”. “ Chi ha dipinto quale quadro? Motiva la tua idea”. (discussione in coppie)
  4. Esercizio di improvvisazione (riscaldamento): “Che cosa stai facendo?” “Affreschi e sculture” (vedere note sotto)
  5. Video dallo sceneggiato “Michelangelo” di Superquark. (consultazione ripetuta a coppie)

Secondo giorno (tempo di lavoro: 45 minuti – 1 ora)

  1. Video dal film “Il tormento e l’estasi” (consultazione ripetuta a coppie)
  2. Lettura differenziata di brani scelti dalle due biografie degli artisti di Forcellino: “raccontatevi le personalità di questi due artisti” (consultazione ripetuta a coppie)
  3. Esercizi di improvvisazione (creatività): “E questo cos’è?” “Retorica” “Punti di vista” (vedere note sotto)

Terzo giorno (tempo di lavoro: 1 ora e 15 minuti)

  1. Video: l’intervista doppia di Pino Daniele e Gigi d’Alessio dalla trasmissione televisiva “Le iene” (almeno due visioni, consultazione a coppie. Durante la seconda visione annotano le domande)
  2. Spremi cervello con l’insegnante che raccoglie le idee alla lavagna: “quali sono le caratteristiche di questa intervista? (ritmo, ironia, ecc…), che tipo di domande sono? (rapide, sintetiche, provocatorie ecc…) Su quali argomenti? (gusti personali, caratteristiche personali, giudizi sull’altro come persona e come artista, aneddoti comuni, ecc…)
  3. Si creano gruppi di 3 studenti. “Preparate 10 domande da rivolgere ai due artisti per mettere poi in scena un’intervista doppia a Michelangelo e Raffaello”.
  4. Si tirano a sorte i ruoli (con le carte, dando i numeri, o altro): intervistatore, Michelangelo, Raffaello. In piedi provano l’intervista tante volte** fino al momento della rappresentazione in pubblico.
    Variante: si divide la classe in tre macro-gruppi (con la possibilità di dividerli ulteriormente in due o tre sottogruppi). Un macro-gruppo preparerà le domande dell’intervista, un secondo macro- gruppo raccoglierà tutto ciò che hanno letto e visto su Michelangelo, un terzo su Raffaello. Anche in questo caso la composizione del terzetto sarà fatta con le carte, i numeri, i dadi, o altro.
  5. Rappresentazione in pubblico: l’insegnante decide se far esibire tutti gli studenti o soltanto alcuni terzetti scelti a sorte.

Note

Esercizi di rilassamento

  • Che cosa stai facendo?: a due. Mentre A sta facendo un’azione B domanda “che fai?”. A risponde indicando un’altra azione che poi farà l’altro e così via.
  • Affreschi e sculture: piccoli gruppi. Costruire, su un tema dato, un’immagine sul fondo della parete: senza sovrapposizioni (affreschi o bassorilievi) o su tre dimensioni (sculture). La partenza è in linea tipo posti di blocco dei 100 metri. L’ordine non è prestabilito e non ci
    sono tempi morti tra i vari avvicendamenti. I temi dati dal conduttore possono essere concetti (bellezza, gioia, amarezza…), soggetti (partenza, stazione…), quadri famosi, città, ecc…. Una volta creata l’immagine dire una battuta a testa (prima con l’ordine di arrivo, le
    volte successive liberamente. Dopo due o tre o più volte far partire un’improvvisazione dando vita e movimento alla scultura ma mantenendo l’energia del gruppo scaturita dalla forza dell’immobilità.

Esercizi di creatività

Regole da seguire durante l’allenamento dell’intervista doppia:

  • l’intervistatore deve rivolgere le domande e dare la parola per rispondere, a turno, direzionando lo sguardo, all’uno e all’altro e poi viceversa.
  • Una volta pronunciata la domanda l’intervistatore conta mentalmente fino a 5 sec: se la risposta arriva prima, l’intervistatore passa alla domanda seguente. Se la risposta non è ancora terminata deve comunque passare alla prossima domanda e terminare l’intervista. Alla prossima ripetizione gli studenti proveranno a “stare nel tempo”.
  • Devono ripetere almeno 3 volte.

I testi

Foglio A

Raffaello era arrivato a Firenze nell’ottobre del 1504, accompagnato da una caldissima lettera di raccomandazione di Giovanna Feltria della Rovere, sorella del duca di Urbino, che si spendeva senza remore per il “ discreto e gentile giovane”: “per ogni rispetto io lo amo sommamente, e desidero che egli venga a buona perfezione: però lo raccomando alla signoria vostra strettamente, quanto più posso”. Anche questo ragazzo, dunque arrivava alla ribalta in maniera inconsueta, sostenuto da amicizie importanti e pronto a cambiare il gusto della pittura italiana che in quegli anni aveva a Firenze la sua espressione più alta. Dopo il fortunato soggiorno fiorentino, Raffaello arrivò a Roma alla fine del 1508, già forte di una fama precoce e soprattutto dell’amicizia di Donato Bramante, suo conterraneo e mallevadore. La pittura aggraziata e perfetta di Raffaello era già diventata uno degli stili di maggior successo in quegli anni e l’artista, con la sua bellezza e la sua grazia, sembrava la migliore incarnazione del proprio talento. La sua vita stessa era un’opera d’arte. Brillante conversatore, avido di ogni conoscenza, affascinava e soggiogava chiunque lo avvicinasse. Era l’uomo moderno ed elegante per eccellenza. Nel giro di pochissimo tempo divenne una delle gemme più preziose della scena romana. Tanto quanto Michelangelo era selvatico e ombroso, Raffaello era socievole e solare. La fisicità tormentata del primo cedeva di fronte alla grazia cortigiana del secondo e lasciava pochi dubbi sulla natura del loro carattere. Diverso e opposto fu subito anche il loro modo di affrontare la questione della produzione artistica, della bottega. Raffaello coglieva immediatamente il talento dei collaboratori e li gratificava fino a collocarli in posizioni di rilievo. Da ciascuno cavava il meglio e soprattutto faceva sì che i suoi collaboratori partecipassero responsabilmente alla riuscita dell’impresa, in modo che il successo di tutti diventasse soprattutto il suo successo. Michelangelo al contrario concepiva il rapporto con gli aiuti solo in termini fortemente gerarchizzati, al punto da cacciare il povero Lapo da Bologna perché aveva osato mormorare in sua assenza che erano soci nell’impresa, per non parlare dei pittori fiorentini, per giunta suoi amici d’infanzia, che lo avevano seguito con fiducia a Roma e stavano per essere liquidati in maniera molto sbrigativa. Questi due diversi modi di intendere non solo la pittura, ma la vita stessa, stavano per entrare in collisione messi come erano l’uno accanto all’altro, a pochi metri di distanza, dalla casualità del destino, o forse dalla raffinatezza di Giulio. E in quei mesi la palma non sembrava dovesse toccare a Michelangelo.

Antonio Forcellino Michelangelo una vita difficile pag.134-136

Foglio A

Lo scarto tra la pittura di Raffaello e quella degli altri artisti era troppo grande e troppo impietosamente esibito a pochi metri di distanza perché il primato non fosse concesso al più giovane, all’ ultimo arrivato. Raffaello sapeva che sarebbe finita così, e non fece nessuna mossa azzardata, niente che potesse danneggiare quel mito di eleganza che già avvolgeva la sua persona. Aspettò che gli eventi si compissero, che la coltissima curia romana venisse ad accertare le voci che si rincorrevano con sempre maggiore insistenza. Aspettò che venissero ad appurare il talento di un giovane genio approdato sulle rive del Tevere proprio mentre il favorito Michelangelo, che aveva spuntato l’appalto più importante in quella campagna di lavori, negli stessi mesi del 1509 si trovava alle prese con la peggiore crisi artistica della sua carriera. Mentre le malte muffite della volta della Sistina guastavano sotto i suoi occhi increduli il lavoro appena fatto, anche al suo orecchio giungeva il borbottio dei corridoi di palazzo, che sprecava aggettivi superlativi per la pittura di quel ragazzo, bello ed elegante, appena arrivato in città. Raffaello aspettò, e quello che doveva accadere accadde. Giulio II guardò la Disputa (del Santo Sacramento) e ne rimase incantato. La trovò perfettamente aderente alle sue ambizioni di propaganda. Non si era mai visto niente di così bello e aggraziato. Le mediazioni non erano il suo forte, nella guerra come nel patronato artistico. Lui non aveva tempo da perdere. Perciò, con la stessa determinazione con cui dichiarava guerra a uno Stato, rosso in volto per l’eccitazione, decretò l’abbattimento di tutte le pitture già realizzate dai maestri fatti arrivare da tutta Italia. Soltanto Raffaello doveva dipingere le sue stanze. Ciò che era stato eseguito e pagato doveva essere distrutto. Niente meno del talento di Raffaello doveva comparire sulle pareti. Per i vecchi maestri fu un’umiliazione bruciante oltre che una catastrofe economica. Avevano spostato a Roma assistenti e attrezzature, e ora si vedevano ricacciati via perché un giovane di appena venticinque anni era idolatrato da quel papa terribile, che non ammetteva discussioni e che per molto meno alzava sui suoi interlocutori la mazza o qualsiasi cosa avesse a portata di mano. Ma gli artisti sapevano fin troppo bene che non si potevano contrastare né i gusti dei committenti né il talento dei colleghi. E poi Raffaello diede prova ancora una volta di una sapienza imprenditoriale e di una delicatezza di sentimenti che pochi altri avrebbero avuto. Certo non l’avrebbe avuta Michelangelo, che proprio nell’estate del 1509 rimandò a casa i suoi vecchi amici e gli assistenti che avevano affrontato il viaggio da Firenze per venirlo ad aiutare. Raffaello invece fece in modo che almeno una parte del lavoro non venisse distrutto. Nella volta aveva lavorato Giovanni Antonio Bazzi, che per le sue passioni omosessuali era chiamato da tutti il Sodoma. Era un pittore sensuale e sapiente, e Raffaello poteva apprezzare lo stile pastoso e solare che fece la sua fortuna a dispetto delle abitudini poco ortodosse in campo erotico. Una parte della volta fu salvata e Raffaello vi inserì soltanto dei riquadri di sua mano. Era un gesto pieno di significato, che certo altri grandi pittori non avrebbero mai fatto. Nella Roma spaccona e sempre pronta ad azzuffarsi nelle dispute di ogni genere non si parlava d’altro in quei mesi. E soprattutto non si parlava d’altro nella società degli artisti immigrati, che costituiva uno dei circoli più turbolenti della città. Michelangelo, aggrappato alle immense impalcature della sua spelonca aerea, combatteva da solo con le difficoltà della pittura a fresco. Raffaello, a cui il papa inaspettatamente aveva concesso un favore esclusivo, manovrava invece per recuperare il lavoro degli artisti esclusi e la loro stessa collaborazione.

Antonio Forcellino Raffaello una vita felice, pag. 146-147

Foglio B

Raffaello fu chiamato a Roma tra l’autunno e l’inverno del 1508. Alle calde raccomandazioni della corte urbinate, che era ormai diventata la corte dei della Rovere, proiezione laica del potere papale, si univa quasi certamente l’affetto o almeno la buona disposizione del responsabile principale dei progetti pontifici, Donato Bramante, nato a pochi chilometri da Urbino e perciò legato da interessi campanilistici al giovane Raffaello. Per un programma così ambizioso come quello delle stanze, Giulio capì di avere bisogno di un uomo nuovo, un uomo che sapesse cogliere il legame sottile e vitale tra la politica e le immagini e fosse capace di creare convinzione e persuasione intorno al principe. Non potevano più bastare i devoti pittori sacri del Quattrocento o i decorativi affabulatori borghesi che avevano fatto brillare Firenze negli anni precedenti. Serviva un artista nuovo, aggiornato, pieno di talento, ma anche integrabile nel complesso mondo intellettuale della corte. Chi poteva incarnare quel ruolo meglio di Raffaello, il figlio di un artista che aveva svolto, seppure in un ambito più ristretto, quello stesso servizio? La sua particolarissima condizione di nascita, i suoi legami, i suoi stessi modi erano la garanzia migliore per il temerario progetto del papa. Il giovane si presentò con il suo collo lungo, gli occhi neri tondi e protesi fuori nello sguardo avido sul mondo. Persino il suo guardaroba era elegante ben più di quello di un pittore. Eppure si ingentiliva con l’atteggiamento umile di chi non pretende niente di più di quanto gli viene regalato e ringrazia felice. Il suo aspetto, insomma, era quello che lui stesso si diede sulle pareti delle stanze. Ed era uno degli elementi di maggiore convincimento per il vecchio papa guerriero, che prima di tutto era un fine diplomatico capace con i suoi occhi incavati di scrutare nell’anima dei suoi interlocutori. L’eleganza dei modi di Raffaello era l’espressione di quella civiltà urbinate che vedeva nella naturalezza e nell’armonia, nel distacco contenuto la chiave dell’esistenza moderna. La sprezzatura, come la chiamò il suo grande amico Baldassarre Castiglione, era la capacità propria di chi sa far apparire naturale persino ciò che insegue faticosamente e desidera appassionatamente: un distacco apparente dalle cose che era per Raffaello una realtà d’esistenza. Possiamo immaginare cosa provò il papa quando si vide di fronte quel giovane che aveva dato prova di tanto talento e che si affiancava per contrasto e per grandezza all’altro gigante che calcava le impalcature di legno del Vaticano, Michelangelo Buonarroti. Con Michelangelo Giulio aveva immediatamente capito di trovarsi di fronte a un temperamento indomabile. E dopo averci litigato violentemente, lui che faceva tremare i principi con la spada in mano, lo aveva infine lasciato fare: “sappiamo come sono gli uomini di tal fatta”, aveva scritto a Pier Soderini con aria rassegnata. Relegato sulle impalcature della Sistina, quasi da solo nella penombra dei lumi ad olio, Michelangelo non faceva che esprimere se stesso, il suo immenso tormento a gloria del suo committente. I suoi rapporti con il papa e con la corte erano inesistenti. Tutto il contrario del giovane urbinate, arrivato diligentemente da Firenze alla prima chiamata lasciando immediatamente tutto quanto aveva tra le mani senza finirlo. Era quel che Giulio e la sua corte cercavano, e Raffaello si trovò subito integrato in un viluppo di rapporti sempre più coinvolgenti.

Antonio Forcellino Raffaello una vita felice, pag. 141-143

Foglio B

Il venerdì 18 febbraio 1564, Michelangelo di Ludovico Buonarroti, patrizio fiorentino, divino scultore pittore e architetto, moriva in una casa nel quartiere detto del Macello dei Corvi a Roma. Era una casa piccola, con al pianterreno alcune camere adibite a laboratorio, una fucina per forgiare attrezzi, una cucina e al primo piano le camere da letto. (…) Il quartiere del Macello dei Corvi era situato tra l’area dei Fori e le pendici del Quirinale. (…) Il quartiere del Macello dei Corvi era a dir poco modesto. Case di soli due piani, addossate l’una all’altra senza cortili, costruite con materiali di risulta sottratti al cadavere della città antica. (…) In questo quartiere povero Michelangelo era arrivato intorno al 1510, quando Giulio II o i suoi eredi gli avevano messo a disposizione quella casa-laboratorio perché vi lavorasse le sculture della tomba progettata per il grande papa della Rovere. Poi nel 1517 aveva lasciato Roma ritornandovi nel 1533, artista ormai di fama mondiale. Negli anni successivi la sua fortuna economica e sociale non aveva conosciuto arresti. Eppure non si era mai spostato da quella casa così poco decorosa, così lontana dal centro della corte papale. La sua permanenza in quel quartiere periferico era testimonianza di un’integrazione mai davvero voluta in una città dove sostanzialmente si era sentito per trent’anni un esule fiorentino. (…) Anche per Michelangelo, come per molti altri uomini, le circostanze della morte risultano rivelatrici. Come tutti non era preparato a morire e chiedeva come un bambino di non essere lasciato solo mai, neppure per un istante. Ma appena arrivata nella casa modestissima, la morte scoprì subito un’altra debolezza dell’uomo: l’avarizia che lo afflisse per tutta la vita. Una cassa piena d’oro, sufficiente a comperare l’intero palazzo Pitti, era nascosta sotto il letto. Non si fidava di nessuno, neppure delle banche. Temeva sempre l’inganno, la persecuzione, la truffa. Viveva come un miserabile, ma accumulava denaro in una cassa di legno tenuta sotto il letto. Un uomo divinizzato già in vita avrebbe forse dovuto regalare al suo pubblico un’altra morte, diversa dalla scomparsa lenta e penosa di un vecchio spaventato e sofferente, che come tutti rimaneva fino all’ultimo ferocemente attaccato alla vita. (…) Dopo i grandi restauri dei cicli pittorici della Sistina e quello della tomba di Giulio II, abbiamo oggi conoscenze nuove da utilizzare per la prima volta nell’interpretazione di Michelangelo nella sua interezza: conoscenze che possono aiutarci a neutralizzare il mito e ad avvicinarsi all’artista divino e all’uomo sofferente che fu Michelangelo. I risultati sono sorprendenti. Da un lato è l’artista stesso a smentire il proprio mito. Dall’altro la sua arte diventa ancora più sublime perché mostra le sue radici nelle miserie, nei conflitti e nelle sofferenze di una vita ordinaria e stentata. Una contraddizione solo apparente, che i secoli passati non potevano accettare ma che la modernità conosce molto bene. E’ certo per questo che Michelangelo continua oggi ad affascinarci come il più moderno degli artisti mai vissuti.

Antonio Forcellino Michelangelo una vita difficile, l’introduzione pag.IX-XXII