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Riflessioni in disordine

1) Che cosa ci succede quando dobbiamo entrare in una classe che definiamo come “difficile”?

La prima cosa che possiamo dire è che l’uso di questo aggettivo ci indica una distanza, uno scostamento tra la classe, il gruppo, che per noi è desiderabile avere e la classe, il gruppo, che invece ci troviamo davanti. Con il termine desiderabile intendo una convergenza tra il nostro approccio didattico all’insegnamento (stile, strategie, atteggiamenti, convinzioni, aspettative, ecc.), e l’approccio degli studenti all’apprendimento (stile, strategie, atteggiamenti, convinzioni, aspettative, ecc.), ricevendo dagli studenti un feed-back positivo. Quanto più la distanza tra desiderabile e reale è grande tanto più ci troviamo ad operare in una situazione problematica e difficile. Che fare?

2) Una indicazione mi sembra quella di avere ben chiaro a livello razionale, e non solo emotivo, cosa intendiamo noi per gruppo-classe desiderabile. Soltanto questo primo livello di analisi ci può permettere di gettare un piccola base su cui costruire. Definire, anche in modo approssimativo, ciò che per noi è desiderabile ci permette di valutare meglio la distanza che ci separa dal reale. Un’altra indicazione mi sembra quella di vedere il comportamento degli studenti, qualunque esso sia, come il frutto di una motivazione, una motivazione che li spinge all’azione. Una motivazione che forse non riusciamo immediatamente a capire o conoscere, e sicuramente ad accettare, ma che esiste, ed è il frutto spesso di convinzioni, aspettative, ecc.

3) Una ulteriore indicazione è quella di riuscire a definire in modo chiaro e inequivocabile a noi stessi quali sono gli elementi per cui ci riesce difficile lavorare con quella classe, vale a dire quali sono i reali motivi di difficoltà che riscontriamo. È una classe che ha poca voglia di lavorare e vede il tutto come una vacanza? È una classe in cui non esiste spirito collaborativo, il che si ripercuote in maniera negativa sull’apprendimento, che li porta a non avere una proficua relazione di gruppo? È una classe in cui sento che vengono messe in discussione le scelte didattiche che faccio? O cosa altro?

4) C’è una coesione di intenti tra gli studenti che compongono questa classe., o ognuno di loro si muove liberamente spinto solo dalla sua motivazione? È importante sapere se ho a che fare con un gruppo omogeneo o meno.

4) Un livello conoscitivo deve anche essere seguito da un livello operativo, nel quale si concretizzano in piani di azione, le osservazioni fatte e l’analisi della mia posizione e di quella degli studenti. Concretizzare in piani di azione significa attuare una Strategia. Sul dizionario alla voce Strategia troviamo la seguente definizione:

“un complesso di piani di azione complessi, che integrano diversi tipi di conoscenza attivati per compiere un compito”

5) Quando ci troviamo a dover operare in una classe che definiamo “difficile” o “problematica”, dobbiamo quindi elaborare una strategia di approccio alla classe, e di conseguenza una strategia didattica, che ha come obiettivo l’affrontare e possibilmente il modificare la situazione a noi sgradevole. Ma questo è valido sempre? O in alcuni casi forse non è poi così importante per noi modificare la situazione? Siamo sempre così sicuri e determinati a perseguire il nostro scopo fino in fondo a qualsiasi prezzo?

6) In sede di elaborazione di una strategia di approccio alla classe mi sembra utile iniziare a pensare ad una serie di attività didattiche che possano funzionare meglio con quegli studenti, in quella situazione. Sono studenti che hanno bisogno più di attività che mirano di più allo sviluppo della forma o del contenuto? Sono studenti che si trovano a loro agio con attività in cui l’insegnante assume un ruolo più centrale di catalizzatore dell’attenzione?

7) Avendo ipotizzato quale tipologia di attività vanno meglio per quegli studenti, soprattutto all’inizio, mi si pone un altro interrogativo: la tipologia delle attività didattiche che ho scelto vanno in qualche modo a forzare e snaturare il mio personale stile di insegnamento? A proposito, penso di conoscere qual è il mio stile di insegnamento preferenziale? Perché a questo punto si intrecciano due problemi che si collocano su due piani diversi ma che si influenzano reciprocamente. Devo affrontare e risolvere prima il nodo della problematicità della classe (punto 3) o prima devo pormi l’interrogativo se modificare il mio stile di insegnamento preferenziale in virtù di ciò che è preferibile fare?

8) Su un libro ho trovato questo passaggio che vi propongo:

Sappiamo che esistono modalità di stile olistiche e seriali che tendono ad autoescludersi in uno stesso contesto. Provate a pensare ad un insegnante seriale che ha preparato con scrupolo il suo lavoro a casa e si avvia ora a spiegarlo ora in classe, passo dopo passo, magari ritornando indietro ogni volta per precisare minuziosamente i singoli aspetti del problema che sta affrontando, pensando alle difficoltà che possono incontrare i suoi studenti e che sono state le sue stesse difficoltà, quando si trova di fronte a uno o più studenti che apprendono in modo olistico covando un problema, collegandolo a mille altre cose che sono apparentemente molto differenti ma per lui o loro significative, girandoci intorno finché di colpo, individuato uno spiraglio, arrivano ad una riposta. Cosa succede a quell’insegnante che con tanta premura a preparato la sua lezione quando si accorge che dopo i primi passi gli studenti non lo seguono più? E cosa succede a quegli studenti? Succede che l’apprendimento e l’insegnamento fanno più fatica ad avvenire.

Paolo Perticari, Attesi Imprevisti, ed. Bollati Boringhieri, pag. 46.

È l’ultima riga di questa citazione che mi preoccupa. Se mi accingo a lavorare con una classe per me difficile o problematica a livello relazionale, preferirei non avere altre preoccupazioni del tipo: “Ciò che faccio e come lo propongo fanno sì che ci sia quella magica alchimia e così l’apprendimento non fa fatica ad avvenire?”

9) Tornando alla nostra classe difficile e problematica penso che un punto di riferimento accettabile sia riflettere su questa frase:

“Quanto io insegnante mi modello sulla classe e quanto invece pretendo che la classe si modelli su di me”

Forse il nodo sta tutto, o quasi, racchiuso in questa frase. La quantità e la qualità dei compromessi che sono disposto ad accordare agli studenti in una muta e non esplicita trattativa mette a qualche livello in crisi le mie convinzioni su questa professione, oppure questa professione è costellata di compromessi verso i quali non sempre mostriamo attenzione.  Li mettiamo in atto e basta.

10) Non mi sembra neanche corretto racchiudere il tutto nella parola compromesso, come se il nostro comportamento fosse fatto solo di bianco e nero senza nessuna sfumatura di grigio. Rispetto alla frase proposta in precedenza, circa il modellarsi o meno sulla classe, mi sembra più corretto posizionare in un continuum le due posizioni estreme, essendo certo che tra i due estremi sono presenti forse un’infinità di comportamenti tutti degni di essere discussi e accettati.

Proviamo ad metterne in evidenza alcuni.

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Accettare la proposta di relazione che la classe propone e non modificarla.

Non si discute né si tenta di modificare la difficoltà di interazione tra gli studenti, né tanto meno la richiesta spesso implicita di poco “lavoro”.

 

Dare la preferenza ad attività richieste dagli studenti.

Alternare momenti di richieste esplicite a momenti in cui si accetta la proposta degli studenti, trovando un compromesso tra necessità di lavoro e richiesta di

non-lavoro, o di boicottaggio di esso.

 

Le attività didattiche si alternano

Non forzare nelle richieste, puntare lentamente e con determinazione, con l’aiuto del tempo, ad una modificazione della situazione.

 

Dare la preferenza ad attività che prevedono una centralità dell’insegnante  nella gestione.

Insegnante come contenimento alla tendenza degli studenti al non-lavoro.

Rifiutare la proposta di relazione che la classe propone, e modificarla radicalmente.

Marcare in misura netta i ruoli.

Dare delle regole precise.

 

Dare la preferenza ad attività che prevedono una centralità dell’insegnante  nella gestione.