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Atti Seminari e Convegni

Cronistoria di una classe particolare

Come reagireste se aprendo una scatola di quelle che contengono tutti i prodotti per fare una pizza, ci trovaste dentro della coca cola, dei limoni, un po’ di patatine fritte, qualche ravanello e altri ingredienti non meglio identificati?

Al di fuori della metafora gastronomica ho provato una sensazione simile il primo giorno di “un corso di conversazione”. Di fronte a me avevo quattro universitari americani (A, B, C e D) uno dei quali vivace e partecipe. Sapevo che avevano frequentato, insieme a una quarantina di altri allievi,  tre settimane per un corso intensivo di italiano a  Firenze, tre ore al giorno. Quello che ancora non sapevo, ma che avrei subito intuito, era che le lezioni di italiano erano obbligatorie e nel corso di conversazione erano confluiti tutti quegli studenti che non avrebbero potuto essere classificati altrimenti.

Il primo giorno

Ho cercato di saggiare il terreno con le presentazioni in italiano, stile “Io Tarzan, tu Jane”. Vista la difficoltà nella comunicazione gli ho illustrato le cosiddette “formule magiche” (“Come si dice…?”, “Che significa…?” ecc.). Per metterle subito in pratica  rispondevo solo alle domande postemi più o meno in italiano. Esausti per l’enorme sforzo, all’eccezione di A, dopo circa un minuto i loro sguardi hanno cominciato a inseguire invisibili mosche.

Ho proceduto allora senza ulteriori indugi a una conversazione guidata, cioè un breve dialogo da memorizzare e da recitare. L’argomento era collaudato, avendo già lavorato in precedenza con ragazzi americani: la birra. Nel loro paese le bevande alcoliche sono legali solo per i maggiori di 21 anni, contrariamente a quanto avviene in Italia. Hanno tutti mostrato vivo interesse sia per il tema sia per l’attività che trovavano bizzarra. Nonostante, però, la semplicità delle frasi (“Buongiorno, mi dica.” “Senta, io vorrei una birra…”) tre di loro avevano, oltre a una totale mancanza di concentrazione, serie difficoltà non dico a memorizzare il dialogo, ma a riprodurre le singole parole. La presenza di A, l’allievo più forte, li ha inibiti ulteriormente. Non ho insistito troppo, ero già soddisfatta che bene o male si fossero comunque divertiti e, costantemente pungolati, avessero in qualche modo partecipato.

Ho proseguito con un ascolto autentico, cioè l’intera conversazione al bar da cui era stata tratta la prima attività. Per mia fortuna gli piaceva il suono della lingua. Infatti sia A che B sono ottimi chitarristi rock ed hanno un buon orecchio musicale. Le socializzazioni si sono svolte in inglese e ho così potuto constatare che il loro livello di comprensione superava nettamente la capacità di produzione.

Data la scarsa concentrazione dopo tre ascolti siamo passati a un’esercitazione orale basata su variazioni di un altro pezzetto di dialogo tratto sempre dal medesimo ascolto. Mi sembrava urgente far sviluppare al più presto, per un corso di conversazione, i loro muscoli fonatori.

Una delle prime cose che mi aveva colpita entrando in classe era stato l’individualismo che caratterizzava questi quattro studenti. Siccome lavorando a coppie tra loro finivano il più presto possibile e poi ognuno pensava ai fatti suoi vanificando il vero obiettivo dell’esercizio, ho lavorato a turno con ciascuno di loro. Volevo che sentissero che ognuno di loro era importante per me, indipendentemente dalle loro prestazioni, forse, chissà, anche per farmi in un certo senso perdonare la mia maggiore interazione (che del resto non avevo cercato) con A.

Il corso prevedeva un’ora e mezza due volte alla settimana per tre mesi, comprese le vacanze pasquali e due esami, uno intermedio e uno finale, per un totale di 27 ore di lezione. Il  programma era già definito anche se suscettibile di cambiamenti a seconda del livello linguistico della classe e ai bisogni comunicativi e linguistici espressi dagli studenti. L’esame gli avrebbe permesso di ottenere un credito, eventualmente trasferibile alle loro università negli USA.

Visti gli “ingredienti” e il tempo a disposizione, ho subito capito che non era realistico pensare di poter preparare una “pizza”. Ho drasticamente ridimensionato gli obiettivi linguistici e comunicativi e nell’attesa di definirli meglio, mi sono proposta di approfondire le indagini sul campo soprattutto per quanto riguardava la loro motivazione. Nel frattempo la priorità assoluta era di non perdere per strada nessuno studente, dal momento che è ben difficile attuare un qualsiasi tipo di strategia se manca la materia prima. Il motivo per cui insegno l’italiano, infatti, non è tanto d’ordine pedagogico, ma nasce dalla convinzione che più persone imparano a confrontarsi con una cultura diversa, meglio è. La lingua non è altro che il veicolo migliore per avvicinarsi a un’altra cultura. Per raggiungere questo scopo mi basta anche solo dare inizio a un processo pur sapendo che probabilmente non ne vedrò i  risultati. Non mi bastano i successi a breve termine, quelli, per intenderci, che si ottengono con l’applicazione di efficaci tecniche didattiche buone per tutte le situazioni. So per esperienza che per imparare veramente una lingua non è sufficiente un impegno limitato alle ore scolastiche, bisogna applicarsi senza limiti di tempo. È indispensabile, quindi, incentivare per quanto possibile le motivazioni intrinseche. In parole povere non mi bastava che questi ragazzi studiassero unicamente per superare l’esame, cosa che tra l’altro, per quello che vale, alla fine tutti sono riusciti a fare.

Il secondo giorno

Una ragazza, E, si è aggiunta al gruppo. Trovava il primo livello, in cui era stata il primo giorno, troppo difficile. Effettivamente aveva gravi difficoltà a parlare in italiano, ma era piena di buona volontà, molto disciplinata e diligente rispetto a B, C e D.

Gli ho sottoposto la lettura di una breve autobiografia. Abituarli ad affrontare letture in lingua gli permette di avere i mezzi per accedere a un infinito serbatoio di vocaboli, essenziali per la comunicazione. Hanno avuto pochi problemi di comprensione. Ma il mio scopo principale era quello di offrirgli un modello sul quale costruire la loro biografia per carpirgli informazioni per me indispensabili. Hanno espresso una certa reticenza verso lo scrivere, dicendomi che avevano scelto il mio corso proprio perché non gli piaceva usare la penna. Come dargli torto? Ci siamo buttati quindi a capofitto in una conversazione libera . Infatti la volta precedente gli avevo chiesto di preparare a casa delle domande per gli altri partecipanti. Le domande che stentatamente rivolgevano ai compagni erano molto banali, senza il minimo coinvolgimento emotivo, spesso conoscevano già la risposta. Per loro quindi si trattava di un puro esercizio di lingua mentre il mio intento era anche quello di creare un minimo di coesione tra loro.

Il terzo giorno

Avevo deciso di affrontare la situazione di petto con un metodo proposto da Thomas Gordon. Si tratta di una via democratica alla risoluzione dei conflitti che possono verificarsi in classe. Sentivo di camminare su un terreno minato. C’erano dei traguardi e delle regole da definire per l’insieme del corso, ma a pelle sentivo che un mio minimo errore avrebbe potuto compromettere il proseguimento del corso. Si sa che gli adolescenti hanno una vera e propria allergia nei confronti di un ordine imposto. Anche se al momento eseguono le direttive, ciò non significa che alla prima occasione non si ribellino alla rigidità o rifiutandosi di lavorare o, peggio ancora, non venendo più alle lezioni. Perciò desideravo da un lato procedere con la massima cautela e dall’altro responsabilizzarli.

Il sistema di Gordon prevede la comunicazione da parte dell’insegnante agli allievi di un determinato problema che esiste in classe. Si invitano gli studenti a proporre delle possibili soluzioni e messe a confronto con quelle dell’insegnante, si individuano insieme le soluzioni migliori. Dopodiché si decide come attuarle.

Rassicurata dal mio bel programmino così ben strutturato sono entrata in classe e mi sono trovata di fronte ad una situazione imprevista: A ed E avevano preferito passare al primo livello (un’ora in più a lezione) pur di liberarsi di B, C e D da loro definiti con termini poco lusinghieri.

Il filmato che i partecipanti al seminario hanno visto durante il laboratorio corrisponde al terzo giorno, a due minuti dall’inizio della lezione. I ragazzi entrando in aula avevano per la prima volta 1) salutato sorridendo; 2) avevano preso l’iniziativa di pormi qualche domanda, se pur molto semplice. Questa evoluzione anche se quasi impercettibile mi è parsa molto significativa e d’impulso ho tralasciato il metodo di Gordon e ho cercato di sfruttare al massimo queste nuove risorse inaspettate. Oltretutto il fatto che i migliori se ne fossero andati rendeva più omogeneo il livello della classe. La nuova composizione mi obbligava a ripartire daccapo, ma mi sembrava di aver già sormontato uno dei problemi più gravi. Se da una parte dentro di me esultavo, dall’altra non avevo la minima idea di dove questa scelta mi avrebbe portata, ma ho pensato valesse la pena rischiare.

Nel filmato, B ostenta una certa noncuranza verso lo scambio di battute che sto avendo con C. Distende e ripiega accuratamente un paio di pantaloni e se li sistema a mo’ d’imbottitura sullo schienale, quindi apre un libro di storia italiana in inglese e sembra assorbito dalla lettura. Interpreto il suo atteggiamento come una provocazione e volutamente lo ignoro, anzi gli faccio i complimenti per l’ottimo acquisto. Quello che alcuni colleghi potrebbero considerare come un mio cedimento in realtà, dal mio punto di vista, non lo è, anche se il risultato non è immediato. Finalmente entra anche D che dopo qualche istante esce di classe insieme a B, il quale esprime il desiderio di bere un caffè. Intanto C, che assente A ne ha preso il ruolo, continua imperterrito il suo rapporto esclusivo con me. Il fatto che gli altri due fossero usciti l’ho accettato come avrei potuto accettare una qualsiasi tecnica di rilassamento che li predisponga a un apprendimento più proficuo. In fondo Abraham Maslow già alcune decine di anni fa notava come la motivazione verso necessità più elevate si attiva man mano che le necessità più elementari sono soddisfatte. Una sedia più comoda e una tazzina di caffè potrebbero fare al caso.

Quando invece D è rientrato mezzo spogliato francamente non sapevo cosa pensare. Solo più tardi avrei scoperto che contro ogni apparenza il suo era stato in realtà un atto di cortesia: avendo trascorso tutta la mattinata in giro per Roma ed avendo sudato, si era premurato di darsi una sciacquata per evitare di infastidire i presenti.

Certo queste operazioni andrebbero svolte prima e non durante la lezione, ma credo che una qualsiasi mia imposizione avrebbe avuto sul lungo periodo un effetto opposto ai miei obiettivi. Ho preferito informarmi durante la pausa se avessero avuto il tempo di mangiare tra una lezione e l’altra (la mattina a volte avevano lezioni di altre materie), consigliandogli di nutrirsi abbastanza per avere le energie necessarie. Nel giro di altre due o tre lezioni questo problema è scomparso.

Una volta bevuto il caffè B ha cercato di attirare la mia attenzione parlandomi del caffè macchiato. Il fatto che dopo tre settimane in Italia, a parte il corso intensivo di italiano, volesse farmi credere di non capire la parola “latte” l’ho presa come un’altra provocazione da ignorare. Comunque gli argomenti trattati e proposti da loro, il caffè macchiato per B e il nuovo alloggio per C rientravano nei temi previsti dal programma, “Al bar” e “Indicazioni stradali”.

Per motivi di tempo al laboratorio del Seminario abbiamo assistito a una piccola sequenza del filmato, ma nel seguito, dopo due o tre minuti prende la parola anche D, che sembrava il più inebetito. In realtà era giunto con gli occhi lucidi e le guance piuttosto arrossate, insomma aveva l’aria alticcia. Eppure mi ha chiesto delucidazioni sui partiti politici in Italia e colta la palla al balzo, da lì è nata una spiegazione che evidentemente interessava molto a tutti e tre. La mia unica condizione era rispondere con un ”Come, scusa?” a tutte le domande espresse direttamente in inglese. Dopo circa mezz’ora dall’inizio della lezione, e questo può essere verificato guardando l’ora di filmato che ho conservato,  perfino B si è dimenticato del suo ruolo di provocatore e ha iniziato ad usare, forse inconsapevolmente, le formule magiche.

Non temete, non descriverò le altre 14 lezioni. Vi basti sapere che questo tipo di approccio non proprio ortodosso mi ha indubbiamente permesso di aumentare in loro, così diffidenti, la fiducia nei miei confronti. Buttando qualche domandina qua e là sono così venuta a sapere, per esempio, che D a soli 20 anni aveva già cambiato 12 città per il forte temperamento del padre. Tutti e tre odiavano il resto del gruppo di americani, in quanto per la maggior parte era rappresentato, a loro dire, da ricchi ebrei privilegiati. Inoltre B era di uno Stato del nord e quindi era a sua volta odiato da C e D, più meridionali. D si sentiva ulteriormente emarginato per il fatto di essere il più povero, essendo a Roma solo grazie a un finanziamento concessogli dal suo Stato. C in particolare era profondamente convinto della superiorità degli Stati Uniti rispetto al resto del mondo ed affermava che in Africa non esiste nessuna cultura. Tutti e tre non ritenevano utile lo studio di una lingua straniera, visto che l’inglese è la lingua internazionale. C, la cui madre è di origine calabrese, e D erano riusciti a farsi degli amici e delle ragazze italiane, ma proprio questi contatti paradossalmente li hanno bloccati nei loro tentativi di esprimersi nella lingua italiana. Infatti erano stati presi in giro per la loro cattiva pronuncia. Questo aveva arrestato bruscamente i primi timidi progressi che pure c’erano stati. Eppure mi avevano detto che al di là di tutto l’italiano gli piaceva veramente. B si è rotto una gamba ed è mancato alla metà delle lezioni. Gli avevo proposto a più riprese una pizza, un gelato in riva al mare o una partita a bowling con altri miei studenti di nazionalità varie (data la differenza d’età e la dimensione del gruppo sarebbe stato un po’ ridicolo se fossi uscita da sola con loro). Hanno sempre rifiutato perché non gli interessava incontrare ragazzi che poi non avrebbero visto mai più e poi, fatto curioso, avevano una visione strettamente contrattuale del corso, quindi non era previsto che parlassero in italiano al di fuori delle ore di lezione.

Inutile dilungarsi in altri particolari. Date le premesse non mi sono illusa di ottenere da loro l’impossibile.

Ho insistito con gli ascolti autentici e le conversazioni libere, le esercitazioni orali fatte a turno con me e i puzzle linguistici che sembravano coinvolgerli abbastanza. Naturalmente ero ricorsa anche a giochini linguistici, ma il numero esiguo e l’eccessivo spirito di concorrenza mi hanno indotta ben presto ad abbandonarli. Non conoscevano nessun cantante italiano e quindi ho cominciato con il proporgli un video dei Take That in versione italiana. Volevo fargli vedere come dei giovani americani come loro si fossero arrischiati a cantare in italiano, aspettandomi da B, C e D un istinto di imitazione. Effettivamente per un po’ di tempo hanno canticchiato “Non puoi lasciarmi così, oh no…”, ma dopo le vacanze di Pasqua, passate all’estero, il risultato era già svanito. Per fortuna C e D erano appassionati di cartoni animati e un giorno hanno voluto capire insieme a me il testo della sigla de “L’uomo-tigre” che avevano scaricato da Internet.

Per quanto riguarda la lingua gli unici progressi tangibili sono stati nella comprensione.

Quello che avete appena letto non ha la minima pretesa di essere un vademecum del perfetto insegnante. Di fatto non lo è. È una semplice testimonianza di uno dei mille e più modi, tutti più o meno validi, in cui una situazione simile può essere affrontata.

Non so se il mio personale obiettivo di avvicinarli a una cultura diversa sia stato raggiunto, ma essendo, come qualcuno mi ha definita, un’irrimediabile ottimista, rimane viva in me la speranza che in futuro questi tre ragazzi non associno all’idea dell’Italia solo la birra o il vino, ma delle sensazioni tutto sommato piacevoli che al momento giusto e nella situazione adatta magari li portino addirittura ad approfondire le loro conoscenze linguistiche e li aiutino a vedere il mondo sotto una luce nuova.