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Quando ricevi una domanda da parte dei tuoi studenti come ti senti?

Questa domanda fa parte di un questionario che io e le mie colleghe, Luisa Guerrini, Serena Filpa e Uli Blechthoff, abbiamo consegnato a degli insegnanti di lingue di diverse scuole e si è rivelato un utile strumento per riflettere sulla consapevolezza dell’insegnante rispetto alle domande poste dagli studenti.

La domanda contiene un aspetto molto importante che a mio avviso non va trascurato se si vuole affrontare questo tema e da cui è necessario partire.

Come si sente un insegnante quando riceve una domanda?

Beh, volendo fare una media , a questa domanda, quasi il 50% degli insegnanti ha risposto  ‘Come prima’, ‘Normale’ o addirittura non ha dato una risposta.

Ora, non vorrei sembrare poco rispettosa verso le risposte di nessun collega che ha voluto o non voluto rispondere al nostro questionario, però com’è possibile che un quesito di uno studente, magari di quello più timido oppure quello più simpatico, del più bravo della classe o del più irruente non provochi in noi nessun tipo di reazione?

Quello che temo invece è che ‘a volte’ l’insegnante di fronte ad una domanda dello studente reagisca con degli atteggiamenti preconfezionati per ognistudente. Con atteggiamenti preconfezionati intendo quei comportamenti da parte dell’insegnante che nascono dall’impressione che ha dello studente, ma che non sempre è in sintonia con quello che lo studente ci ha chiesto in quel preciso momento. In altre parole l’insegnante crede di avere la capacità di prevedere la domanda a seconda dello studente che la pone, spesso senza prestare troppa attenzione alla domanda in sé.

Entrano quindi in conflitto due aspetti. Infatti, se da un lato la nostra reazione emotiva può essere quella di sottovalutare o sopravvalutare la domanda che ci viene posta, dall’altro viene trascurata la domanda stessa, ovvero il suo contenuto e con esso la richiesta dello studente. In tali casi, però è meglio correre ai ripari e ipotizzare di attuare una sorta di autocontrollo delle reazioni dell’insegnante per calibrarle e al tempo stesso sfruttarle al meglio.

Quante volte mi è capitato – e spero mi capiti sempre meno – di dare subito una risposta ad uno studente partendo dalla convinzione di conoscere i suoi punti deboli, ovviamente linguistici, e di sentirmi in dovere quasi di precederlo per timore che non ce la potesse fare o nella speranza di evitargli una brutta figura davanti ai suoi compagni.

Mi viene in mente il caso di uno studente australiano, non più giovanissimo e con una grande voglia di imparare la mia lingua ma anche con grandissime difficoltà essendo l’italiano la sua prima lingua straniera. Quando è arrivato, circa due mesi fa, mi succedeva che lui durante la lezione mi facesse delle domande indirette del tipo: ‘Ieri ho andato? al cinema’.

Innanzitutto devo precisare che con i nostri studenti è chiaro sin dall’inizio che ci sono degli spazi all’interno della lezione deputati alle loro domande e comunque anche al di fuori di tali spazi è possibile formulare i loro dubbi anche se la risposta magari seguirà in un secondo momento. Detto ciò devo aggiungere che la ‘domanda’ del mio studente arrivava in uno degli spazi previsti, quindi era un suo sacrosanto diritto esplicitare la sua incertezza. Ebbene, a questo punto, io però ho risposto dicendogli che il verbo andare al passato prossimo richiede un altro ausiliare. Ma dopo un po’ il dubbio è venuto a me: ma voleva sapere veramente quello? oppure la sua richiesta riguardava piuttosto la regolarità o meno del participio? o invece non sapeva se il soggetto era corretto? o piuttosto il suo problema riguardava invece l’accordo del participio?

Tra me e me ho pensato – comunque non è sbagliato quello che gli ho detto e poi se non era questo quello che voleva sapere mi farà un’altra domanda, no?

E invece no, ed è qui il punto: si rischia di rubare una grande opportunità allo studente nel momento in cui si presuppone che lui stia dando il massimo e che non sia assolutamente in grado di formulare la sua richiesta in modo più chiaro.

E invece sì, ed è qui il momento di far entrare in gioco l’aspetto affettivo, di altra natura però rispetto alla reazione emotiva sopra menzionata. Dire ad uno studente: ‘Scusa ma non ho capito. Che cosa vuoi sapere esattamente?’, accettarsi quindi di capire la sua richiesta comunicandogli in tutti i modi che la sua domanda è importante ed è per questo che è fondamentale per noi capirla, si sentirà da un lato preso sul serio e appoggiato dall’insegnante, dall’altro lato incoraggiato e stimolato a migliorare la formulazione della sua richiesta perché ancora poco efficace per ottenere quello che vuole veramente sapere.

Questa strategia non è ovviamente così semplice da applicare anche perché in una lezione tanti sono i fattori che possono influenzare il nostro atteggiamento favorendo più l’aspetto affettivo che quello cognitivo.

Ritornando ai nostri questionari, da alcune risposte si evince anche che spesso le domande degli studenti vengono vissute come un elemento di disturbo, interrompono il nostro filo, non sono pertinenti all’argomento che si sta trattando oppure vengono dal solito o dai soliti studenti che cercano di attirare la nostra attenzione distraendo però gli altri che magari stavano seguendo la nostra spiegazione. Ma se è vero che ogni comportamento umano ci comunica sempre qualcosa non è allora il caso di indagare un po’ di più anche sulle richieste più o meno implicite degli studenti?

Porto ora un altro esempio di un’altra mia studentessa questa volta coreana. Circa un mese fa, ho chiesto alla classe di scrivermi una lettera in cui potevano raccontarmi come stava andando il loro corso, se c’erano delle difficoltà o se avevano delle richieste da farmi. La lettera all’insegnante è spesso uno strumento che gli studenti utilizzano con piacere proprio perché hanno la possibilità di comunicare direttamente ed individualmente senza interferenza alcuna con l’insegnante. Dunque, la studentessa in questione mi scrive che è contenta dei suoi progressi, che va tutto bene a parte una cosa e cioè, a volte secondo lei gli studenti, lei compresa, fanno troppe domande ed è difficile concentrarsi.

Devo dire che per me all’inizio non è stato facile accettare questa critica ma poi parlando con lei perché ovviamente volevo essere certa che il problema fosse la quantità delle domande, in effetti mi sono resa conto che soprattutto con i livelli principianti avevo l’impressione di dover sempre rispondere alle loro domande, visto le loro difficoltà. Invece, discutendone anche con altri colleghi ho capito che in questo caso si trattava da parte mia di non dimenticare che ogni attività ha una sua durata massima, e non a caso, che va rispettata. anche questo è un modo per confermare agli studenti che la nostra disponibilità nei loro confronti c’è ma non è illimitata.

E tu, come ti senti quando ricevi una domanda da parte dei tuoi studenti?