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Perdere il filo

A lasciar parlare il nostro corpo, è possibile che si “perda il filo” e non solo in senso metaforico. Sicuramente, però, dovremmo per lo meno tentare di imparare ad ascoltare questa voce normalmente inascoltata e a volte un po’ repressa.

Noi ci abbiamo provato, approfittando del laboratorio su La consapevolezza corporea proposto da Vittoria Gallo; in realtà il titolo completo aggiungeva “degli insegnanti” ma quest’ultima specificazione sembrerebbe ridurre l’esperienza che poi abbiamo vissuto ad un ambito puramente didattico, quando, in realtà, è stata per ognuno di noi la possibilità di riscoprirsi e conoscersi meglio, partendo da un punto di vista nuovo e diverso dal solito, partendo, appunto, dalle voci del nostro essere fisico. Queste mi hanno permesso di riflettere innanzitutto sul mio modo di essere “qui e ora”, prima che sul mio modo di essere in classe, dandomi delle conferme, ma anche facendomi scoprire qualcosa di assolutamente nuovo.

È stato interessantissimo osservare come lo stesso esercizio dicesse a ciascuno di noi, di ciascuno di noi, cose molto diverse, così come per me, rivivere questa esperienza, ripetendo gli esercizi ogni volta con nuovi partner, se da una parte mi ha privato dell’effetto sorpresa, dall’altra mi ha portato a cogliere i vari aspetti della stessa realtà, come dire, le varie sfaccettature del mio relazionarmi agli altri.

Ho usato il termine “esercizio”, il che evoca forse palestre, agilità, e scioltezze muscolari di vario tipo, ma in realtà sarebbe meglio dire che Vittoria ci ha accompagnati lungo un percorso, un viaggio, attraverso diversi tipi di esperienze corporee, quasi impossibili da raccontare nei dettagli. Posso dirvi che, da soli o in coppia, a volte in piccoli gruppi di tre, l’unica vera abilità che ci veniva richiesta era eseguire il compito dato il più possibile senza parlare, e questo forse per molti ha costituito la maggiore difficoltà. Un esercizio, ad esempio, era quello del pendolo, con una persona immobile tra altre due che delicatamente la facevano oscillare spingendola o trattenendola dalle spalle: chi oscillava ha vissuto a seconda dei casi fiducia, sfiducia, paura o divertimento, gli altri hanno dovuto calibrare la spinta e la resistenza, hanno sentito il peso del “pendolo” come la difficoltà a lasciarsi andare, o arrivando comunque, tutti e tre, a vivere la cosa come un gioco prendendo gusto ad aumentare ritmo ed oscillazione.

Alla fine Vittoria ci ha chiesto quali relazioni vedessimo tra quello che per un’ora avevamo vissuto e la nostra esperienza in classe e l’unica cosa che io ora posso fare è provare ad essere l’eco di quello che è stato detto, delle parole che abbiamo usato per verbalizzare le nostre sensazioni e idee subito dopo aver finito. Ma non troverete un resoconto scientifico di quello che è successo durante il laboratorio, né la descrizione dei singoli momenti dell’esperienza. Mi limiterò a raccontare in breve solo ciò che in noi ha lasciato più tracce e di cui, poi, abbiamo condiviso più risonanze. Farò anche riferimento ad alcune riflessioni che i partecipanti ci hanno lasciato successivamente, rispondendo ad un nostro questionario, riflessioni che ,però, a distanza di tanto tempo potrebbero essere già molto diverse, così invito chiunque voglia condividere ulteriormente le proprie considerazioni, a scriverci, ad aggiungere materiale ed esperienze alla nostra ricerca.

La prima tappa del viaggio è stata al centro di noi stessi, centro dal quale ci è stato subito chiesto di uscire, prima da soli, poi con “l’aiuto”, ovvero le spinte, del partner. Non è stato affatto difficile centrare i punti deboli gli uni degli altri e si avvertiva la sottile sfida a far cadere o, comunque, a spostare l’altro da quello che riteneva il proprio centro. Alcuni hanno vissuto male il proprio ruolo di provocatori, erano anche fin troppo gentili, mentre per me, ad esempio, era fastidiosa l’eccessiva gentilezza, mi faceva sentire quanto il compagno mi percepisse piccola e leggera: le mie spinte sono perciò diventate più forti e violente, quando è toccato a me, proprio per potermi rendere più “pesante”.

Le spinte improvvise, come le crisi che in classe (o in una qualsiasi relazione) arrivano a ciel sereno: in realtà abbiamo scoperto che la vera stabilità si fonda sulla flessibilità e quanto più accogliamo e assorbiamo l’urto, senza irrigidirci, tanto più si rimane in piedi.

Il nostro pensare, infatti, di dover essere stabili come una roccia (questo era uno dei “compiti”), ci aveva istintivamente portati alla rigidità, ad opporre una resistenza proprio là dove ricevevamo il colpo, strategia che si rivelava nei fatti motivo di fragilità. E una mia difficoltà, diciamo pure “blocco”, nonostante abbia ripetuto l’esercizio diverse volte, è stato riconoscere quello che poteva essere il mio tallone d’Achille proprio mentre mi sentivo più forte. Ogni volta il partner di turno andava a colpire esattamente là dove non pensavo. Vittoria, allora, ci ha aiutati a spostare il nostro baricentro, a trovare una giusta flessibilità, riequilibrando le nostre resistenze: abbiamo scoperto che era possibile non cadere e che la nostra stabilità, ora, si centrava su una forza più profonda rispetto al punto in cui avevamo ricevuto l’impulso ostile.

Detta così, suona più ovvio di un’ovvietà, me ne rendo conto, ma l’averlo vissuto sul piano fisico prima che razionale ce ne ha dimostrato gli aspetti più concreti e veri più di quanto non fosse possibile con tanti discorsi.

Ma tornando a noi, quanto siamo in grado in classe di fare lo stesso con uno studente in difficoltà, di aiutarlo a ritrovare il proprio centro senza infierire su quelli che naturalmente ci si rivelano come i suoi punti deboli? Uno studente capace con il nostro aiuto di ritornare al proprio centro è sicuramente meno dipendente, si affida, ma mantiene un atteggiamento attivo e autonomo ed è a questo obiettivo che dovremmo puntare.

Quello che poi ci ha dato più da riflettere, indubbiamente è stata la serie di esperienze sul condurre e l’essere condotti. Sempre senza parlare, il più possibile, e a volte senza neanche guardarci, abbiamo dovuto camminare affiancati, l’uno guidando l’altro, cercando ogni volta il modo di comunicare un cambiamento di ritmo o di direzione, attivando canali alternativi alla parola per seguire, o esprimere la difficoltà a capire dove si stesse andando. Uno dei passi successivi, poi, è stato fare lo stesso ma ognuno di fronte all’altro, tenendo in ogni mano un filo che doveva mantenere sempre la giusta tensione, ovviamente senza mai cadere (difficilissimo!) e sia il primo che il secondo gioco prevedevano che ad un certo punto ci si alternasse alla guida, anche diverse volte, ma sempre tacitamente.

Ogni gruppo, alla fine del laboratorio, ha messo queste esperienze in relazione a cose diverse: si è parlato della propria vita di coppia o della relazione madre figlio, così come delle relazioni che gli studenti vivono tra di loro nell’affrontare insieme, solidali o meno, le diverse attività e le difficoltà a loro connesse; il più delle volte, però, si è letta l’esperienza come una metafora del guidare e dell’essere guidati che ogni insegnante vive quotidianamente nella propria classe.

Si è rivelato importante il fattore tempo per acquistare fiducia e per poter percepire il modo di condurre l’uno dell’altro, l’intesa tra le parti ha avuto bisogno di una trattativa continua, mantenendo sempre aperto il canale della comunicazione e l’attenzione al singolo soggetto che avevamo di fronte, così come in classe non ci si può ritenere soddisfatti dal mantenere sempre lo stesso rito che forse va bene solo inizialmente per stabilire il primo contatto ; allo stesso modo non si può chiedere ai nostri studenti una fiducia cieca e totale, dobbiamo sentire quanta attività ci sia nella loro ricezione, quanta espressione delle loro esigenze nel loro ascoltare.

A volte, durante il laboratorio, non è stato facile capire chi conducesse chi, così come in classe ci sentiamo prendere la mano e lo avvertiamo in maniera negativa, come la possibilità di una confusione di ruoli ma è inevitabile che non siano solo gli insegnanti a condurre: solo bisogna in qualche modo tenere presente quanto costi seguire, quanto ci si senta spiazzati di fronte alle novità. Nell’esperienza condotta da Vittoria, ad esempio, abbiamo sentito anche la resistenza, l’ostilità, il non voler farsi portare: la reazione istintiva di qualcuno è stata il provare a seguire, diciamo così, le richieste del recalcitrante, sentendosi un po’ frustrato, però, perché non otteneva nessun tipo di sequela; altri hanno adottato la tattica che si è rivelata “vincente”, fermandosi o comunque rallentando moltissimo il proprio muoversi. Inevitabilmente il compagno finiva per riavvicinarsi, per tornare alla relazione che fino ad un attimo prima era stata messa in discussione.

Abbiamo scoperto, d’altra parte, quanto sia facile pensare di seguire, ascoltare e invece seguire solo se stessi, perdendo il filo, appunto, e comunque il vero contatto con l’altro.

Contatto che non è facile a livello profondo: per noi era più accettabile guardare il filo piuttosto che gli occhi del collega mentre in classe, spesso, ci si trincera dietro la grammatica per non dover sopportare una relazione più aperta, in cui saremmo, insegnanti e studenti, più scoperti.

Personalmente ho avuto la conferma della mia impazienza di fronte allo spazio lasciato libero dagli altri: ho fretta di riempirlo, non lascio il tempo all’iniziativa altrui, soprattutto se sento timidezza o incertezza; quante volte l’avrò fatto in classe, intervenendo prima del tempo, rispondendo a domande non ancora formulate ad esempio, solo per venire incontro alla mia ansia?

Punti deboli che ora conosciamo meglio ma che non avremmo potuto focalizzare da soli, senza lo specchio datoci dai nostri compagni di viaggio.

Vivere sulla nostra pelle questa esperienza penso che ci abbia fatto capire più di tante parole: chi ha vissuto l’essere condotto, si è trovato ad essere una guida più attenta, più lenta, forse, ma più in grado di farsi seguire dall’altro, conoscendo già le difficoltà di un’andatura troppo veloce.

Queste, ripeto, sono solo alcune delle riflessioni che abbiamo condiviso alla fine delle sessioni; quello che non abbiamo detto, ma che sarebbe stato evidentissimo ad un osservatore, era quanto cambiassero la nostra voce e la nostra espressione con questo tipo di lavoro, quanto ci sentissimo legati al compagno con cui avevamo iniziato il viaggio, tanto che, nonostante le precise istruzioni di Vittoria, si ritornava istintivamente a lui o lei, cercando quasi una rassicurazione. Legame che alla fine del laboratorio dava luogo ad un rapporto privilegiato con quella persona che, forse, non si era mai incontrata prima. Se percepire i propri punti deboli è sempre difficile, il fatto di farlo insieme ci rende meno spaventati all’idea di modificarci, anche se naturalmente, una cosa è fare questa esperienza al Seminario, un’altra è far entrare questa consapevolezza in ogni atto della nostra giornata e quindi anche in classe.

Una collega austriaca ci ha rivelato che esperienze corporee del genere sono inserite nel programma scolastico – lei insegna in un liceo pubblico – proprio per promuovere, immagino, una maggiore consapevolezza di sé negli studenti. E se il corpo insegnanti avesse la stessa opportunità?

Sono d’accordo con la collega Annarita Zacchi nel dire che sarebbe come riagganciare la testa al resto del corpo, ci sarebbe più energia disponibile, più senso dello spazio, una maggiore relativizzazione dei propri punti di vista. Ne risulterebbero favorite sia la collaborazione tra gli insegnanti, sia la relazione con gli studenti che nel processo di acquisizione di una lingua si collegano al proprio insegnante in un rapporto da inconscio a inconscio: da qui l’importanza, innanzitutto per noi, di essere rilassati e centrati per poter accompagnare al meglio i nostri studenti nel compiere lo stesso percorso.