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Io, tu, noi

Era una delle prime volte che chiedevo alla classe di fare l’editing di un testo scritto. Erano perplesse mentre spiegavo loro che avrebbero dovuto leggere i loro testi alla ricerca di problemi che avrebbero poi dovuto provare a risolvere anche con il mio aiuto, ma non solo. Anche se avevano iniziato a lavorare mostrando un po’ di malumore, non avevano detto no, non avevano incrociato le braccia, non avevano rifiutato di fare l’attività. Alla fine dell’attività chiedo: “Va tutto bene?” e Jessica mi risponde seccamente: “No” e da lì parte una serie di domande e di critiche sul metodo d’insegnamento.

In quel momento mi sono sentita veramente sola e vivevo tutto come un attacco personale ma allo stesso tempo sentivo anche che dovevo dare spiegazioni sulle mie scelte didattiche.

Sentivo un forte risentimento nei miei confronti e intuivo che era dettato dal fatto che stavo chiedendo loro di fare qualcosa che le spaventava perché era nuovo: molto spesso le attività e le modalità di lavoro che vengono proposte dall’insegnante se non trovano conferma nelle proprie convinzioni, vengono vissute dagli studenti come arbitrarie. Tutto ciò è comprensibile se pensiamo che per anni tutti noi siamo cresciuti e siamo stati educati ad affidare ad altri il nostro processo di apprendimento. A scuola non ho studiato Dante direttamente sul testo, ho letto solo dei brani e il grosso del lavoro è stato del mio insegnante di italiano che si era fatto una scorpacciata di testi critici e ci dispensava il suo sapere.

Questo gruppo di ragazze, pur essendo molto più giovani di me, venivano dalla stessa esperienza: un insegnante che eroga il sapere a uno studente ritenuto a torto o a ragione incapace di prendere in mano il proprio processo di studio. Dunque, apriti cielo, nel momento in cui si chiede agli studenti di provare a migliorare i propri testi scritti, senza l’intervento diretto dell’insegnante. Abituati ad essere guidati, ad essere corretti nel momento in cui sentono di aver perso il proprio punto di riferimento è umano che provino del risentimento e anche rabbia.

La classe di cui sto raccontando era una classe di un corso non intensivo (5 ore a settimana) composta in prevalenza da ragazze alla pari tedesche che avevano iniziato il corso da poche settimane. Date le circostanze, devo confessare che il loro comportamento mi ha colto di sorpresa; avevo percepito un leggero stato di malessere, ma avevo deciso di aspettare un po’ di tempo, in fin dei conti loro erano una novità per me e per loro stesse, io ero una novità per loro, ancora ci dovevamo conoscere.

Se io avevo deciso di aspettare, loro no e sono partite in quarta. La loro maggiore rimostranza era che volevano essere corrette da me, volevano le regole da me, in poche parole non volevano avere l’impressione di essere lasciate a loro stesse.

Dopo che loro avevano esposto il loro punto di vista, ho cercato di dare ragione delle mie scelte didattiche, così tra aneddoti di storie di altri studenti e qualche considerazione sparsa sul processo insegnamento/apprendimento, ho cercato di comunicare loro che ciò che si faceva in classe non era dettato dal mio umore del momento ma aveva precisi fondamenti sia teorici che pratici: dietro al mio comportamento che a loro appariva strano e nuovo, non solo c’erano teorie psicopedagogiche, ma soprattutto anni di esperienze di altri colleghi. Ho concluso dicendo che era mio desiderio che fossero loro ad essere protagoniste del loro processo di apprendimento, io volevo essere una consulente.

Alla fine del mio intervento, c’è stato silenzio e ho consigliato loro di leggere la sezione dedicata alla spiegazione del metodo nella guida dello studente che la scuola consegna ad ogni studente a inizio corso e ho aggiunto che io comunque rimanevo a loro disposizione per ogni chiarimento.

Il corso è continuato non brillantemente, ho cercato di andare incontro alle loro richieste ma serviva a poco; era difficile accettare un modo di insegnare così diverso (e forse era anche difficile in quel momento accettare una lingua così diversa dal tedesco visto che l’italiano presenta parecchie irregolarità)

L’ultimo giorno di corso ho proposto un ulteriore momento di scambio di idee e ho chiesto loro di tracciare un bilancio di ciò che avevano fatto, imparato. A malincuore ho dovuto constatare che alcune di loro non avevano cambiato idea e rimanevano convinte del fatto che l’insegnante deve correggere. In particolare Jessica continuava a dire che non aveva imparato niente che tutto era inutile e solo in primavera (ha continuato il corso fino ad aprile) ha cominciato a mettere in discussione alcune delle sue convinzioni.

In seguito quando ho ripensato a quel giorno in cui mi ero trovata a dover fronteggiare la rabbia e il risentimento di quindici persone che si sentivano disorientate, ho provato un senso di disagio dovuto al fatto che mi sembrava di aver troppo insistito su di me, sulle mie storie, sulle mie convinzioni, sulle mie motivazioni.

Qualche tempo dopo, nel corso di una delle mie scorribande in libreria ho trovato un volumetto che mi ha fatto rileggere in chiave diversa ciò che era accaduto mesi prima.

Insegnanti Efficaci di Thomas Gordon è un libro che se letto con il dovuto distacco, può risultare utile. Il nobile intento che muove l’autore è quello di fornire agli insegnanti degli strumenti che riducano l’intensità dei conflitti nell’area che lui definisce di insegnamento/apprendimento allo scopo di migliorare la relazione studente-insegnante e quindi di creare un’atmosfera che faciliti l’apprendimento e l’insegnamento.

Quando si verifica un conflitto tra uno studente e un insegnante, l’insegnante può scegliere due strade per risolvere il conflitto: o manda messaggi in seconda persona tu e così facendo un certo comportamento dello studente viene ritenuto la causa del conflitto cosicché lo studente ne diventa il principale responsabile, oppure un altro modo di risolvere il conflitto è quello di ignorarlo per non urtare la sensibilità dello studente. Questi due modi di gestire la soluzione di un conflitto vengono denominati da Gordon metodo autoritario e permissivo.

Alla logica che è a fondamento del metodo autoritario e permissivo l’autore contrappone il metodo democratico di soluzione dei conflitti.

Il metodo autoritario vede vincitore l’insegnante, mentre lo studente perde, al contrario, il metodo permissivo vede vincitore lo studente e l’insegnante perdente. Invece il metodo democratico vede insegnante e studente impegnati a cercare di trovare insieme una soluzione che contenti entrambi.

L’idea che personalmente ho trovato interessante è che nel metodo democratico l’insegnante comunica ai suoi studenti che una certa situazione, un certo comportamento disturba il suo lavoro e chiede di trovare insieme una soluzione. Gordon propone una nuova dinamica nella relazione studente insegnante: non più l’io dell’insegnante che si contrappone al tu dello studente, ma tanti io che operano insieme per il benessere e l’interesse di tutti.

Lo spirito del libro di Gordon mi sembra fornisca una chiave di lettura che dovrebbe essere approfondita per dare un vero senso a tante parole che stanno invadendo la scuola in questo squarcio di fine e inizio millennio. Sono dell’opinione che tante belle parole come centralità dello studente, autonomia, motivazione rischiano di perdere la loro forza vitale se non verranno impiegate e vissute su uno sfondo nuovo, uno sfondo che vede persone con diversi ruoli e con diversi patrimoni di cultura e di nozioni che cooperano per la costruzione di relazioni all’interno delle quali creare un sapere che sia patrimonio di tutti.

Se è importante per l’insegnante capire e indagare su quali elementi poggia la motivazione dello studente è auspicabile che gli studenti non solo prendano coscienza delle forze interne che muovono il loro comportamento e il loro stile d’apprendimento, ma parimenti siano a conoscenza del fatto che quelle stesse forze o forze simili muovono il loro insegnante. Un tale atteggiamento mentale costringe sia gli uni che gli altri a pensarsi come esseri umani diversi ma non incompatibili e quindi pronti a un onesto scambio di idee. A questo punto non si porrà più il problema della centralità dello studente e forse ci si potrà muovere verso altri lidi, quelli dello scambio fra pari anche se diversi.

In quest’era che si apre all’insegna del controllo di qualità ritengo che con ferma convinzione si debba rivendicare il valore delle motivazioni che muovono l’essere umano sia esso studente o insegnante al fine di evitare che l’insegnamento e l’apprendimento siano osservati e valutati per mezzo di strumenti che potrebbero non rendere giustizia all’individuo. Si sente parlare tanto di obiettivi (anche in altri campi estranei all’insegnamento) se è fondamentale che questi debbano esistere come punto di riferimento non devono però diventare punti di arrivo imprescindibili.

Se vogliamo sopravvivere, la vita ci impone scelte democratiche cioè scelte in cui ognuno dovrebbe cercare e sentire di contribuire, anche se nel suo piccolo, alla soluzione di problemi. Cercare di capire la motivazione degli altri ci aiuta proprio ad instaurare il dialogo che deve essere premessa di una soluzione democratica.

Tuttavia non ci dobbiamo illudere, l’Eldorado non esiste, possiamo impegnarci a costruirlo, e nonostante i nostri sforzi, forse rimarrà sempre un progetto incompiuto; con questo voglio dire che se capita che qualcuno come Gancia, la giovane studentessa del film Auguri professore, decide di lasciare la scuola, il suo abbandono non è detto che sia una sconfitta di questo o quel professore (può essere semmai una sconfitta della scuola), perché potrebbe anche essere letta come la scelta di una persona autonoma che mette certamente in crisi l’insegnante, ma che bisogna essere pronti ad accettare e metabolizzare. Non facciamo ancora i miracoli, la nostra porta deve sempre essere aperta ma dobbiamo anche sapere che non tutto va bene per tutti.

Leggere il libro di Gordon, rifletterci e infine scrivere questo articolo mi ha fatto capire che in futuro l’insegnante dovrà essere meno avido di certezze e tecniche e dovrà rivolgersi a se stesso e vedersi in mezzo agli studenti e con tanta pazienza e tanta fatica far capire che gli obiettivi sono solo strumenti per evitare il caos e niente di più.

Di teorie, tecniche, strategie ce ne hanno fornite tante le varie scuole psicologiche, è ora che tutto questo patrimonio venga filtrato dalle nostre individualità