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Atti Seminari e Convegni

Destrutturare e ristrutturare

Pensando a che cosa potrebbe essere una lingua mi vengono alla memoria echi di letture fatte, oppure di cose ascoltate qua e là frequentando persone coinvolte nella linguistica. Sono ricordi che vorrei utilizzare al semplice scopo di evidenziare la formidabile e, in qualche modo, misteriosa bellezza del fenomeno comunicativo. I primi spunti me li offre la femminista storica Luisa Muraro autrice del recente libro La folla nel cuore uscito per i tipi della casa editrice Pratiche. Ricordo che proprio lei in un saggio di una ventina di anni fa, opportunamente ripubblicato dalla Manifesto libri nel 1998, descrisse la lingua come una trama, un ordito in cui lavorano, come se fossero trattate con l’uncinetto, diverse figure retoriche.

Fra queste, le più importanti, secondo la Muraro, sono la metafora e la metonimia. La prima viene vista come la figura che consente le grandi astrazioni, l’universale al posto del particolare, ciò che in definitiva va a sistemare i cardini della nominazione della realtà. La seconda, cioè la metonimia, nella sua tendenza a mantenere le parole appiccicate alle cose e all’ esperienza, si oppone al moto ascensionale della metafora, cerca di opporvisi, d’impedirle di volare troppo in alto, di arrivare nel suo processo di astrazioni a sintesi estreme che potrebbero portare alla logica conclusione di riassumersi in un solo nome che potrebbe essere, come diceva la Muraro, ” Il Tutto, l’Essere, Dio e poi il silenzio...”.

Questo epico conflitto fra metafora e metonimia viene da lei mutuato dal maestro di Chomsky, cioè Roman Jakobson, il quale ne parla in un suo importante saggio dove affronta il tema dell’afasia. In breve, Jakobson si era accorto che al gioco della metafora e della metonimia corrispondono due tipi di afasia. Quella su cui lavora la metafora viene detta afasia sull’asse della selezione, per cui avviene che si chiami ad esempio coso qualcuno o qualcosa di cui non si ricorda il nome. L’altra, invece, su cui agisce la metonimia, cioè l’afasia sull’asse della combinazione è quella che porta alla produzione di frasi incomplete, fenomeno chiamato da Jakobson agrammatismo.

Ma non voglio dilungarmi oltre in queste citazioni. Vi ho indugiato un po’ più di quanto solitamente faccio solo allo scopo di documentare alcuni dei tanti spunti che spesso mi fanno riflettere sul prezioso mondo delle lingue. Posso aggiungere che spesso mi ritrovo un po’ come Alice nel paese delle meraviglie ad immaginare questo immenso fiume di parole che è la comunicazione umana. Mi sembra quasi un prodigio il fatto che tanti bisogni, tante funzioni comunicative primordiali abbiano potuto raggiungere in un tempo relativamente breve la splendida raffinatezza e il potenziale espressivo delle lingue di oggi.

Altre volte penso a come saremmo in una società senza espressione orale e, francamente ho gli incubi: avverto quasi fisicamente il disagio di sentire come tutto il dicibile prema da dentro e poi tragicamente imploda per l’impossibilità d’essere detto. Perciò il fatto che l’umanità abbia un linguaggio mi sembra la cosa più bella del mondo.

Se però questo è vero, se cioè il mondo di una lingua è qualcosa di assolutamente fantastico, il suo studio dovrebbe di conseguenza avere un corredo di modalità qualitativamente adeguato e in ogni caso mai distante da certe autenticità di prossemica e di postura. Voglio dire in pratica che se due nativi parlano faccia a faccia, non capisco perché in classe si debbano assumere altre posizioni. Chi studia una lingua dovrebbe, secondo me, necessariamente ripercorrere il cammino di quel popolo che tale lingua ha prodotto.

La capacità di apprendimento di una lingua appartiene geneticamente all’essere umano, il quale se ne serve per associarsi agli altri, per fondare, attraverso un comune modo di comunicare, delle società, degli stati. Ci sono quindi nella persona umana caratteristiche naturali per cui può apprendere una lingua. Assecondare queste inclinazioni congenite dello studente sarebbe il compito principale di una scuola.

Va da sé che, nell’ambito di un’aula scolastica, non è facile riprodurre vicende comunicative del tutto simili a quelle svolte dai madrelingua, però ci si può avvicinare, e non di poco. Per esempio mi viene in mente che certe caratteristiche ambientali prodotte dai parlanti di madrelingua possono rivivere se c’è un buon livello di suggestività, di caratterizzazione dei ruoli psicologici e delle atmosfere proprie di una certa vicenda comunicativa.

Quanto al fatto di dover riprodurre in classe una certa prossemica simile a quella connaturale a chi in quella lingua comunica autenticamente, io direi che c’è spesso un’alta possibilità di raggiungere lo scopo allorché l’arredo dell’aula favorisce al massimo la libertà di spostamento delle persone e degli oggetti. Talvolta però una certa mobilità è oggettivamente ostacolata dall’impossibilità di alzare e spostare oggetti d’arredo molto pesanti. Anche in questo caso, comunque, se lo sconforto non ha troppo presto il sopravvento, si può inventare qualcosa. Certo, non sarà una mobilità al cento per cento, ma forse meglio che niente.

Mi sta venendo in mente la possibile obiezione che qualcuno potrebbe sollevare, chiedendomi ad esempio: “Come ti comporteresti se ti trovassi ad insegnare lingua in un’aula universitaria tradizionale, con strutture rigide a forma di anfiteatro e dovessi, ad un certo punto, aver bisogno di mettere gli studenti esattamente faccia a faccia?”. Ci ho pensato un po’ e poi ho deciso, senza la presunzione di avere la verità in tasca, che farei più o meno così: farei alzare tutti in piedi; se c’è spazio farei ruotare ogni coppia di studenti verso l’interno di 90 gradi in modo che possano guardarsi negli occhi e socializzare oralmente l’attività in questione; se no, farei ruotare una fila sì e una no di 180 gradi affinché ognuno della prima fila possa dialogare con il dirimpettaio della seconda fila, lo stesso succederà fra ogni studente della terza fila con ognuno della quarta e così via.

Avviandomi a concludere questo mio scritto, vorrei lasciare a chi mi leggerà qualche spunto di riflessione. Spesso infatti mi capita di sentire dei ragionamenti sull’apprendimento di una lingua caratterizzati soprattutto dall’idea che l’imparare viene raffigurato come un ricevere : lo studente contenitore viene riempito da un trasmettitore di nozioni, che nella fattispecie è l’insegnante.

Personalmente mi permetto di dissentire da questa visione delle cose. E questo mio dissenso viene rafforzato da un recente ricordo di una lezione. Dovevo, mi ricordo, mettere in moto una produzione libera orale in lingua italiana. Si trattava di simulare un negozio di abbigliamento in cui ogni coppia di studenti, stando in piedi, doveva ricreare le figure del negoziante e del cliente. Dopo che l’attività è partita, mi sono messo in disparte, senza interferire, ma con le orecchie e gli occhi protesi a captare ciò che succedeva. Devo dire che normalmente non lo faccio, ma stavolta la curiosità era più forte di me, anche perché mi interessava molto capire cosa stessero facendo gli studenti, cioè che tipo d’interazione si stesse sviluppando in ogni coppia.

Quello che onestamente ho visto, si era alla metà di un primo livello, era una lotta titanica che ogni coppia ingaggiava e portava avanti contro una comune difficoltà. Ciò che positivamente mi impressionava erano due cose. La prima possiamo chiamarla solidarietà fra pari, una straordinaria collaborazione per arrivare ad una comune vittoria. La seconda, interessantissima, era che gi studenti non stavano banalizzando la lingua italiana, ripetendo pappagallescamente un paio di cose. C’era nel loro atteggiamento qualcosa di creativo che mi ha rimandato subito col pensiero ai primi uomini di questa Terra. Ho immaginato la loro difficoltà di affrancare ogni cosa dall’anonimato trovandole un nome, la loro voglia di socializzare che gli ha fatto produrre dal nulla un linguaggio che si è venuto vieppiù nei secoli affinando. Ecco, io vedevo i miei studenti più o meno sotto questa epica luce.

Ovviamente, non essendo l’italiano la lingua madre dei miei studenti, più che creare lingua stavano ri – creandola. L’atmosfera, comunque era molto interessante, nel senso che notavo una straordinaria operosità, un’abbondanza di produzione e, comunque, la grande voglia di farcela.

Se penso a ciò che ho fatto, poco, per avviare l’attività, i risultati mi parevano miracolosi. E poi mi domando: se, invece di far alzare in piedi i miei studenti mettendoli faccia a faccia li avessi lasciati seduti sulle sedie, magari rimanendo io frontalmente davanti a loro allineati come soldatini, avrei avuto lo stesso risultato? Francamente, con tutta la comprensione che posso avere per i problemi di questo nostro mestiere, credo di no. Credo invece che ricreare quanto più possibile le condizioni socio – ambientali che sono alla base di una certa vicenda comunicativa sia lo stimolo più efficace perché la classe lavori bene.

Infine due parole sul titolo di questo mio intervento: destrutturare e ristrutturare. Che cosa e perché? Per me ogni ambiente scolastico, ogni oggetto che in esso abita può in ogni momento subire un diverso assetto secondo i bisogni dettati da una certa attività. Ne consegue che anche ogni studente si muoverà, cambierà posizione seguendo le nuove geometrie che continuamente i bisogni richiedono.

Vi confesso che anche gli spazi della mia mente di docente hanno spesso bisogno di sottoporsi all’azione di queste due categorie, per evitare la routine, la fossilizzazione, ritrovare il gusto della ricerca, tentare di suscitare negli studenti la voglia di fare.

Riferimenti bibliografici

Muraro, Luisa, 1998, La folla nel cuore, Manifesto libri, Roma.
Jakobson, Roman, 1996, Saggi di linguistica generale, Feltrinelli, Milano.