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Atti Seminari e Convegni

Alcune considerazioni sull’ascolto

La cosa più importante è capire;
parlare viene dopo; scrivere dopo ancora.
(Beppe Severgnini)

La citazione iniziale è tratta da un articolo comparso tempo fa sulla rivista “Io donna” del Corriere della Sera. Nell’articolo il giornalista Beppe Severgnini, che per anni ha vissuto in Paesi anglofoni, dà alcuni consigli alle lettrici e ai lettori che desiderino imparare l’inglese. Non a caso il titolo dell’articolo è “Inglese: 9 regole d’oro per impararlo” e la frase della citazione è proprio la nona regola. Last but not least, se l’autore attribuisce alla comprensione l’importanza maggiore. In ogni caso il consiglio non è di un linguista o di altro addetto ai lavori, non scaturisce quindi da convinzioni teoriche precise, ma nasce piuttosto, almeno così io credo, da un’esperienza di vita vissuta, dalle esigenze della comunicazione quotidiana.

Con il termine capire Severgnini intende naturalmente la comprensione sia della lingua orale che di quella scritta. In questa sede io mi limiterò a prendere in considerazione la prima, anche se è possibile trovare delle analogie nel processo di comprensione di ambedue.

L’udito

Prima ancora di affrontare il tema della comprensione della lingua orale vorrei però soffermarmi un attimo  sull’importanza dell’udito che fra i cinque sensi è il primo che permette all’individuo di entrare in contatto con la complessità del mondo.

Quando si trova ancora nel grembo materno, il nascituro è già sollecitato da una quantità di rumori e di suoni provenienti dall’esterno, in misura paragonabile a quanto avverrà dopo la nascita. Alcuni studi hanno dimostrato che già intorno alla ventesima settimana il feto reagisce ai rumori esterni ed il suo battito cardiaco aumenta con l’intensità dello stimolo.

Il suono è quindi un’esperienza fondamentale nella vita di ognuno di noi, che ci permette di incontrare e conoscere la “realtà”, intesa come rappresentazione soggettiva del mondo esterno.

L’ascolto

Se l’udito è, con la vista, uno dei due canali principali di comunicazione con il mondo, ciò non significa che il nostro atteggiamento sia lo stesso di fronte a tutti i suoni da cui siamo inondati. La nostra attenzione è attirata da alcuni di questi, mentre altri non ci interessano, ne prendiamo atto e via.

Fra i suoni che catturano maggiormente la nostra attenzione quelli della lingua meritano senz’altro un posto privilegiato, in quanto ci stimolano più direttamente e pretendono quasi una “risposta”.

I fonemi, le parole e infine le frasi dei genitori e delle altre persone che ci circondano sono dirette a noi e,  benché all’inizio riusciamo a coglierne solo le sfumature timbriche e tonali, tuttavia possiamo già comunicare, anche se solo con il sorriso, il pianto, un gesto o un maaa….

Prima che una risposta possa materializzarsi nella stessa forma, cioè con le parole, dovrà però passare ancora molto tempo, circa due anni, necessari per permetterci di sviluppare le capacità mentali e fisiche atte a produrla. In ogni caso senza questo ascolto prolungato non sarebbe possibile una risposta verbale. Infatti nei bambini che nascono con malformazioni all’udito anche la capacità di parlare è fortemente compromessa.

Parlare viene dopo

Se rileggiamo ora la citazione iniziale forse ci sembrerà più chiara, anche se contrasta con tutto ciò che abbiamo imparato finora, perché in fondo privilegia un’attività “ricettiva”, mentre noi siamo abituati a intendere la lingua soprattutto in termini di “produzione”. Beppe Severgnini però non fa altro che indicare la via naturale di apprendimento, o forse è meglio dire di “acquisizione” della lingua.

Il termine “acquisizione” richiama alla mente il nome di Krashen, il quale non solo sostiene la maggior efficacia dell’apprendimento inconsapevole (acquisizione)  rispetto a quello consapevole (apprendimento = studio in senso classico), ma teorizza anche la necessità, almeno nella fase iniziale, di un silent period  in cui il bambino o l’adulto siano esposti alla L2 senza che ad essi venga richiesto di produrre alcunché.

The explanation of the silent period in terms of the input hypothesis is straight-forward – the child is building up competence in the second language via listening, by understanding the language around him. In accordance with the input hypothesis, speaking ability emerges on its own after enough competence has been developed by listening and understanding.

A questo proposito mi pare significativo l’esempio di un mio studente giapponese che, arrivato in classe il primo giorno di un primo livello, è rimasto per due settimane nel più assoluto mutismo. Egli faceva semplicemente numero ed io non riuscivo a comunicare con lui se non con i soliti gesti, da cui potevo capire che tutto andava bene, per lui, non certo per me. Dopo due settimane improvvisamente è scattato qualcosa e durante un ascolto ha iniziato a “parlare” con un compagno. Da quel punto in avanti tutto è stato più facile.

Non so cosa sia successo quel giorno o in quelle due settimane, ma penso che egli avesse semplicemente bisogno di quel breve “periodo silenzioso” per assorbire materiale linguistico da usare nella comunicazione.

Eppure io credo che se ci fosse un po’ più di silenzio, se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire. (Federico Fellini, La voce della luna, 1989)

Può sembrare strano parlare di silenzio quando il tema è la lingua, ma forse noi insegnanti dovremmo fare un esame di coscienza, perché, se è umano considerare la lingua essenzialmente come produzione, uno dei luoghi in cui questa abitudine è più radicata sono senz’altro le classi di lingua. 

Io per primo devo fare il mea culpa, in quanto fin dal primo giorno faccio pressione sugli studenti affinché parlino italiano. Naturalmente a me pare di agire a fin di bene, nell’interesse degli studenti, ma è proprio in questo senso di pressione che Krashen individua uno dei problemi fondamentali dell’apprendimento linguistico, in quanto lo studente può innalzare un “filtro affettivo”, che gli impedisce di parlare perché ha paura di sbagliare. (Denis O’Neill “L’insegnamento della comprensione uditiva attraverso il video” in Blanton Prica Little Per una lingua in più, Armando Editore)

Adults, and children in formal language classes, are usually not allowed a silent period. They are often asked to produce very early in a second language, before they have acquired enough syntactic competence to express their ideas. According to a hypothesis first proposed by Newmark (1966), performers who are asked to produce before they are “ready” will fall back on first language rules, that is, they will use syntactic rules of their first language while speaking the second language.

Per Krashen l’acquisizione di una seconda lingua (L2) avviene al livello inconscio, e quindi, anche in situazioni di apprendimento formale, un bambino o un adulto che siano “sufficientemente” immersi nella lingua bersaglio sono in grado di appropriarsene nella sua totalità, ivi comprese le regole grammaticali (e fonetiche).

Questa affermazione può essere giudicata eccessiva, soprattutto se riferita agli adulti, e difficilmente condivisibile nella sua generalità, in particolare se si parla di apprendimento formale, vale a dire di persone che frequentano un corso per imparare una lingua seconda.

D’altra parte è innegabile che il mondo è pieno di emigranti che parlano perfettamente la lingua del loro nuovo Paese senza avere mai frequentato un corso di lingua. In questo caso il processo di apprendimento richiede normalmente tempi più lunghi rispetto a quelli concessi dalla scuola e le condizioni di partenza sono diverse, soprattutto dal punto di vista affettivo, in quanto per un emigrante la lingua è elemento essenziale di integrazione nella nuova società.

L’adulto che si affida invece alla scuola per imparare una nuova lingua ha motivazioni e aspettative diverse, tende a delegare piuttosto che a farsi carico delle responsabilità per il proprio processo di apprendimento, per cui l’acquisizione inconsapevole delle regole grammaticali procede con maggior lentezza. L’esposizione alla L2 va quindi integrata con altre attività di tipo analitico. Essa stessa rimane però elemento insostituibile per lo sviluppo delle capacità comunicative dello studente.

Capire

La comprensione uditiva è stata a lungo trascurata e solo negli ultimi anni è diventata oggetto di ricerche più approfondite. Parallelamente anche nelle aule scolastiche è andata diffondendosi l’abitudine di proporre agli studenti dei brani d’ascolto in L2. La disputa se sia meglio proporre brani di lingua autentica o registrazioni didattizzate sembra ancora aperta e non sarò certo io a dirimerla.

In base alla mia esperienza posso solo dire che non ho mai incontrato difficoltà a proporre ascolti di lingua autentica. Gli studenti non si sono mai lamentati, anzi ho sempre notato che quanto più l’ascolto era difficile, in misura ovviamente compatibile con il livello della classe, tanto maggiore era il loro impegno per venirne a capo.

Il problema secondo me risiede altrove e più precisamente nelle aspettative dell’insegnante, per il quale spesso l’attività ha senso solo se gli studenti capiscono tutto.

Per lungo tempo l’esercizio e la verifica della comprensione uditiva non venivano chiaramente distinti l’uno dall’altra: invece di esercitare la comprensione uditiva, assai più di frequente il discente veniva sottoposto a verifica. (“Aspetti psicolinguistici della comprensione uditiva e funzione degli esercizi d’ascolto” di Eva-Maria Thuene in: Per una lingua in più di Blanton Price Little; Armando Editore)

Le parole di Eva-Maria Thuene sembrano riferirsi ad un passato ormai lontano di cui non restano che i ruderi. Secondo me, invece, si protrae nel presente, almeno a giudicare dai libri di testo in cui ogni ascolto è accompagnato da un foglio lavoro, il cui scopo dichiarato è quello di aiutare gli studenti a capire, ma che in realtà serve più a tranquillizzare gli insegnanti, in quanto nel foglio di lavoro gli studenti producono un risultato quantificabile.

In realtà il processo di comprensione uditiva è molto più complesso, in quanto, oltre alla comprensione del dato acustico, chiama in causa anche il bagaglio di conoscenze pregresse di chi ascolta e quindi le sue aspettative.

La comprensione uditiva non è quindi un processo in cui l’ascoltatore deve soltanto focalizzare l’attenzione sulle unità linguistiche più salienti, quanto piuttosto un processo in cui egli deve collegare strettamente le informazioni provenienti dal segnale acustico con le sue pre-conoscenze e la sua pre-comprensione, quindi anticipando e aggiungendo da solo i dati mancanti. (Eva-Maria Thuene, op.cit.)

Un esercizio di comprensione uditiva produrrà quindi un risultato tanto migliore quanto più lo studente sarà capace di esplorare il testo alla ricerca di dati linguistici che possano confermare le proprie aspettative. Naturalmente è possibile che egli non trovi delle conferme, e in tal caso dovrà modificare le proprie aspettative. Ma anche questo rappresenterà per lui un passo avanti.

E quindi…

…appena possibile, affrontate videocassette e libri in inglese. All’inizio lo sforzo sarà atroce. Ma i progressi saranno rapidissimi. Parola d’onore. (Beppe Severgnini)

Naturalmente la stessa cosa vale per l’italiano. Parola d’onore.