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Letteratura – dire, fare, baciare

–       Come far parlare gli studenti sulla letteratura?
–       Quali studenti? E quale letteratura?
–       Bé… studenti di liceo. Ma anche universitari … o di scuole per traduttori e interpreti. … La letteratura … diciamo contemporanea. Se volete vi mando una lista dei testi che vanno per la maggiore nelle scuole.
–       Va bene. … Ma parlare … perché? Che cosa ti interessa in modo particolare? Fare Produzioni libere orali, partendo dalla letteratura che stanno leggendo, per alternare attività di lettura con…
–       Sì, anche per variare, ma in modo particolare per approfondire il testo senza porre le solite domande. … Per ritornare al testo senza appesantire la lezione e togliere magari il piacere iniziale della lettura (se mai qualcuno ce l’avesse), per entrare meglio nei personaggi, per favorire la loro inferenza nel testo. Ecco. … E poi diciamocelo, questi studenti alla fine si troveranno alle prese con un esame in cui, attraverso le solite domande di cui parlavo, la scuola stabilisce quanto hanno capito del testo, dei personaggi, quanto sanno della lingua, ecc.
–       Roba un po’ lontana dal piacere di leggere insomma.
–       Appunto. È questo il dilemma, capisci? Da una parte il programma, gli esami. E dall’altra ciò che la letteratura potrebbe essere: piacere, scoperta, finestra aperta su una cultura diversa, su interiorità diverse, su stili diversi….

Questo è il senso della domanda iniziale. Voi che proponete?

La proposta energica di cambiare gli esami richiedeva in realtà poca energia da parte nostra e troppa energia da parte dei colleghi interlocutori e, come si può immaginare, non ha avuto molto successo.

La proposta alternativa che le mie colleghe Antonella Mele, Susanna Andrei ed io abbiamo portato al nostro 11° Seminario Internazionale è quella che segue.

Dalla lista dei titoli che ci hanno fatto pervenire abbiamo scelto tre generi letterari diversi: un romanzo, Uccelli da gabbia e da voliera di Andrea De Carlo; un monologo per il teatro, Novecento di Alessandro Baricco ; e un libro di racconti, Il bar sotto il mare di Stefano Benni. Su questi testi abbiamo ideato tre differenti attività di Produzione libera orale e le abbiamo sperimentate in classe nel modo seguente.

Uccelli da gabbia e da voliera

1. Lettura autentica del primo capitolo del romanzo

Per Lettura autentica intendiamo la lettura come la farebbe un lettore di  madrelingua (per conoscere il contenuto di uno scritto, senza usare penne e similari, senza usare il dizionario), ripetuta almeno tre volte, alternandola a  consultazioni con uno o più compagni. Le consultazioni hanno come obiettivo quello di aumentare la comprensione di ciò che si è letto condividendo comprensioni, incomprensioni, impressioni, inferenze personali sul testo e contemporaneamente facendo sentire meno solo lo studente alle prese con un testo in una lingua diversa dalla sua. Durante questa fase non possono consultare il testo.

Poiché egli appunto non è di madrelingua è anche possibile prevedere, durante l’attività di Lettura autentica, una “fase lessicale” nella quale lo studente può consultare il dizionario dopo aver scelto un certo numero di parole che non capisce.

Affinché gli studenti abbiano l’opportunità di sviluppare la loro capacità di comprensione dei testi in lingua straniera senza l’uso del dizionario è importante che tale fase venga prevista dopo la terza lettura.

Uno

Alle tre di pomeriggio sto guidando la mia MG bianca lungo Goldfinch Avenue verso le colline, con una cassetta dei Rolling Stones a tutto volume sullo stereo, e salto uno stop senza accorgermene. Vedo una Chevette verde chiaro che mi arriva da destra, scivola verso me come un piccolo cetaceo sott’onda. Non cerco di frenare, o di girare il vo­lante, o. Guardo il verde chiaro che si avvicina, senza to­gliere il piede dall’acceleratore.

C’è un rumore completo, perfetto: una specie di PTRAC molto concentrato, dove le diverse note si sovrap­pongono una all’altra invece di dilatarsi in varie direzioni com’è normale. È un suono che ne racchiude molti, li semplifica e arricchisce di sfumature allo stesso tempo.

La MG è senza cofano, senza spazio per le gambe; gira molto alla svelta su se stessa. Vedo l’incrocio da parecchi punti di vista simultanei; da fermo, in una prospettiva rovesciata rispetto a quando venivo.

Queste immagini non sono distinte una dall’altra, arti­colate a formare una sequenza; si comprimono nello spa­zio di una frazione di secondo. Per effetto della compres­sione, o per renderla possibile, ogni immagine perde i pro­pri contorni, si fonde con quelle che l’hanno preceduta e seguita.

La MG è ferma in modo definitivo: compressa come le immagini della sequenza, come i suoni dell’impatto.

Tiro fuori le gambe, piano. Sono in piedi sull’asfalto; guardo il volante storto, il cofano rincagnato.

Ma è strano, perché non mi sembra affatto una sensa­zione sgradevole. Forse non dovrei dirlo, ma è così. Ho in testa questa specie di frullato di avvenimenti meccanici: l’impatto e la rotazione e l’arresto improvviso che mi fa volare verso il parabrezza e rimbalzare contro lo schie­nale. Non sono sensazioni sgradevoli; non ho niente di rotto.

Mi giro, e vedo la Chevette al centro dell’incrocio: sbi­lanciata su un lato, riversa su due ruote sgonfie. Mi avvici­no a passi legati, mi accosto al lato del guidatore. C’è una signora grassa al volante, che non cerca neanche di venire fuori. Inclina la testa all’indietro. Penso “Oh Cristo”.

Tiro la maniglia della portiera; non si apre, ma d’altra parte non mi sembra di avere molta forza nelle braccia. Guardo attraverso il finestrino: non c’è sangue, o schifo di alcun genere. La signora grassa piega la testa in avanti, poi di nuovo all’indietro. Mi guardo attorno: due o tre perso­ne osservano la scena, immobili su marciapiedi lontani. Non ci sono suoni, non passano altre macchine, l’aria è ferma. Provo ancora la portiera; niente.

Un tipo anziano si avvicina, con le inani sui fianchi. Dice “Ho visto tutto dal giardino di casa mia”. Indica il giardino di casa sua, a un angolo dell’incrocio. Dice “Siete tutti dei delinquenti, con quelle fottute macchine spor­tive”.

Adesso il suo tono mi preoccupa; mi sembra che la situazione sia già molto peggiore di due secondi fa. Guar­do di nuovo dentro la Chevette. La signora non sembra ferita in modo grave; non sembra ferita per niente. Do un paio di colpetti sul vetro, ma lei non gira la testa.

Dico al tipo anziano “Mi dispiace, non ho visto lo stop”.

Lui dice “Dovrebbero mettervi tutti in galera”. Ha un tono così sordo, così completamente privo di spigoli. Qua­lunque mia spiegazione gli scivolerebbe addosso senza cambiare niente.

Gli dico “Ma lei cosa cavolo ne sa? Che cavolo di punto di vista pensa di avere?”.

Lui fa un passo indietro; dice “Se mi parla ancora così la denuncio”. Ha una brutta camicia grigia, dal colletto aguzzo abbottonato alle punte. Ha un brutto modo di parlare: di socchiudere appena le labbra e sfarfallare le palpebre. È molto più sgradevole lui dello scontro.

Arriva una macchina della polizia; un’ambulanza su­bito dopo. Un poliziotto e due infermieri scendono nella luce intensa del primo pomeriggio, vanno verso la Che­vette, si mettono a tirare la portiera. L’altro poliziotto viene da me, mi chiede se la MG è mia. Gli dico di sì. Il tipo anziano con la camicia grigia resta vicino, osserva sospettoso. Il poliziotto mi chiede i documenti. Mi dice “Non si muova di qui”. Va a controllare i miei dati alla radio.

Guardo le palme e gli eucalipti dietro la ex MG bianca. Mi fa male un ginocchio; non molto. Ho un piccolo strap­po nei pantaloni, la pelle sotto è incisa in superficie. Scrol­lo la gamba destra.

Gli infermieri e il poliziotto parlano alla signora attra­verso il vetro; le dicono “Stia calma, signora”. Un infer­miere apre la portiera dall’altro lato; si infila di sbieco nell’abitacolo deformato. Il secondo infermiere e il poli­ziotto fanno il giro anche loro, aiutano a estrarre la signo­ra. La tirano fuori, la sostengono per le ascelle e attorno alla vita. Lei si lascia trasportare, trascina i piedi. La con­ducono piano al lato della strada, e lei scivola tra le loro braccia, si accascia sul bordo del marciapiede. Ha una giacca e dei pantaloni rosa di tessuto acrilico satinato; un paio di scarpe bianche con fibbie a farfalla. Continua a in­clinare la testa all’indietro, con movenze da pellicano. A un certo punto dice a uno degli infermieri “Mi cola san­gue dal naso”. Lui la guarda dall’alto, con il collo piegato e le mani sui fianchi. Dice “No, non mi sembra affatto”. Lei raddrizza la testa, si mette le mani sulle ginocchia; guarda nel vuoto.

Un infermiere dice rapido all’altro “Forse ha un trauma cranico o qualcosa del genere”. L’altro fa un cenno dubi­tativo. Il poliziotto si accovaccia per osservare la situazio­ne da vicino.

Vado dalla signora e le dico “Mi dispiace molto”.

Lei gira la testa di scatto, grida “Delinquente, non ha nemmeno rallentato”.

Il poliziotto che sta controllando alla radio i miei do­cumenti si sporge dalla macchina e mi grida “Le avevo detto di non muoversi da dov’era”.

Gli dico “Va bene, va bene”. Torno dov’ero.

I due infermieri aiutano la signora ad alzarsi, la fanno salire sull’ambulanza. Il poliziotto libero va a farsi dettare i miei dati dal poliziotto alla radio, li trascrive su una sche­da stretta e lunga; consegna la scheda a uno degli infer­mieri. Si mette in mezzo all’incrocio, guarda ai quattro lati, fa gesti da vigile. L’ambulanza se ne va, con i fari blu che lampeggiano, senza sirena. Ci sono cinque o sei ragaz­zini e ragazzina in bicicletta fermi a guardare, mescolati alle casalinghe e ai tipi anziani usciti dai giardini vicini.

Il poliziotto con i miei documenti esce dalla macchina, viene piano verso di me. Mi chiede “Ma non ha nessuna assicurazione?”.

“No”, dico io. Gli guardo un bracciale di metallo, che sembra stringergli un po’ troppo il polso.

Lui dice “Lei è molto nei guai”. Guarda le carte che ha in mano con un movimento superficiale degli occhi. Dice “Finirà per pagare almeno cinquantamila dollari di dan­ni”. Mi fa firmare un paio di fogli; mi dice di andare pure per il momento.

Davanti a casa c’è Maggie su una sdraio a strisce bian­che e rosse, stesa a prendere il sole con un libro di Harold Robbins in mano. Ha una pancia abbronzata, braccia ab­bronzate, capelli biondi raccolti a coda, crema solare sulla fronte e sul naso. Appena mi vede dice “Fiodor, c’è un telegramma per te sul tavolo del soggiorno”. Solleva ap­pena la testa per dirmelo, senza piegare il collo o la schiena di un centimetro. Ha un costume azzurro scosciato, che le allunga le gambe e mette in mostra porzioni laterali di gluteo.

Entro in casa, prendo il telegramma dal tavolo, vado a guardarlo vicino alla finestra. Il mittente è a San José di Costa Rica. Lo apro. Dice: Dovrei vederti. Tuo padre. Lo accartoccio nella mano, lo comprimo finché è una pal­lina di carta leggera, lo butto in un angolo della stanza.

Torno fuori.

Racconto a Maggie l’incidente. Lei ascolta e poi dice “Oh merda”. Posa il libro sull’erba, si gira su un fianco a guardarmi con un movimento molto rallentato. Si appog­gia su un gomito e mi dice che sono un irresponsabile, che con quello che guadagno con la musica ci metterò cinquan­t’anni a raccogliere i soldi dei danni; che probabilmente finirò in galera; che lei non ha voglia né intenzione né co­munque alcuna possibilità di aiutarmi. Mi dice “Quante volte ti ho detto di non guidare come guidi”. Socchiude gli occhi, per schermare la luce del sole e affilare quello che dice.

Resto cinque minuti sul prato ad ascoltarla, e sono co­sì sorpreso dal suo tono che non mi vengono in mente risposte adeguate, o anche solo espressioni facciali ade­guate.

Poi entro in casa, e la rabbia mi sale alla svelta, e torno subito fuori a gridare a Maggie di andare al diavolo, e sbattere la porta e riaprirla e risbatterla una seconda volta ancora più forte della prima. Vado in soggiorno, stuzzico con le dita una piantino di browallia in un piccolo vaso di ceramica blu vicino alla finestra.

Devo dire che di solito sto abbastanza attento a come si spostano gli elementi fluidi di una situazione; a come si condensano poco alla volta fino a sbilanciarla e farla ribal­tare, o rovesciare su un fianco, o precipitare verso il basso e aprirsi un percorso da sola. Non è che io stia seduto ad aspettare che qualcosa succeda e osservarla poi mentre suc­cede; sto solo attento. E quando vedo che una situazione si inclina troppo cerco di saltare giù alla svelta, invece di mettermi a distribuire il peso per ribilanciare.

Guardo dalla finestra Maggie che ha ripreso a leggere il suo Harold Robbins allungata sulla sdraio, e mi sembra di essere stato abbastanza distratto e lento in questo caso.

Così esco di nuovo sul prato e dico a Maggie che me ne vado. Le dico di tenersi la televisione e i mobili e i libri e le riviste. Le dico di tenersi la mia Stratocaster e l’ampli­ficatore e gli spartiti e i dischi e il giradischi e il registra­tore e le carte geografich ee e i manuali di ornicoltura.

Lei mi guarda tra le ciglia, con il collo girato, piatta e immobile sulla sdraio a strisce. Non dice niente.

Torno dentro, corro al piano di sopra, prendo un sacco di plastica della spazzatura, ci butto dentro i vestiti che non mi interessano più, lo scaravento in un angolo. Ficco i vestiti che mi interessano in una valigia di pelle di cinghia­le rovinata da un temporale d’agosto, la trascino giù dalle scale. Chiamo un taxi per l’aeroporto.

Maggie deve essere in cucina o da qualche parte, perché quando esco c’è solo la sdraio vuota sul prato.

Volo da Santa Barbara a Los Angeles.

Volo da Los Angeles a San José di Costa Rica.

[da De Carlo, Andrea, 1982 Uccelli da gabbia e da voliera, Torino, Einaudi.]

Prima dell’ultima lettura dire agli studenti di fare attenzione e soffermarsi sui particolari del testo perché gli serviranno nell’attività successiva.

2. Produzione libera orale: Gioco

Per svolgere tale attività è necessario trasferire su dei cartoncini i seguenti quesiti e compiti (sul dorso è opportuno riportare la dicitura quesiti e compiti ed è preferibile usare per le due categorie cartoncini di colore diverso). È necessario avere un campanello e delle carte da poker con un solo asso.

Quesiti

  • Perché il protagonista Fiodor ha questo nome che non è italiano?
  • Prova a descrivere fisicamente Fiodor.
  • Fiodor è ricco?
  • Che rapporto ha Fiodor con la sua famiglia?
  • Quali sono le cose importanti per Fiodor?
  • Che cosa fa Fiodor per vivere?
  • Chi è Maggie per Fiodor?
  • Che tipo di persona è Fiodor?
  • Chi è il mittente del telegramma che riceve Fiodor?
  • Come reagisce Fiodor quando riceve il telegramma?
  • Che cosa prova Fiodor subito dopo l’incidente?
  • Di che materiale è la valigia di Fiodor?
  • Come si comporta Fiodor quando si rende conto che sta per avvenire l’incidente?
  • Che atteggiamento ha il testimone dell’incidente nei confronti di Fiodor?
  • Fiodor è un uccello da gabbia o da voliera?

Compiti

  • Dopo l’accaduto Maggie è sola, nella casa vuota, e ha bisogno di comunicare il suo stato d’animo. Decide di telefonare all’amica per sfogarsi. Tu sei Maggie e l’altro/a è l’amica. (Mettetevi si schiena).
  • Immagina il dialogo tra Fiodor e suo padre. Tu sei Fiodor e l’altro/a è tuo padre.
  • Trova un sinonimo per “a tutto volume”(p. 3).
  • Trova nel testo (p. 3) a che cosa viene paragonata la Chevette.
  • Fiodor e Maggie si rivedono dopo un anno. Immagina il dialogo. Tu sei Fiodor e l’altro/a è Maggie.
  • Rappresenta mimicamente con il corpo ciò che è descritto a p. 3, riga 27.
  • Trova nel testo (p. 3) l’espressione corrispondente a “velocemente”.
  • Grida le parole pronunciate dalla signora a p. 6, riga 2-3.
  • Tu sei Maggie e l’altro/a è Fiodor. Dopo aver ricostruito il dialogo a p. 7, riga 9-17.
  • Muovi la testa come descritto a p. 5, riga 29.
  • Interpreta la frase del testimone così come viene descritto a p. 4, ultima riga, e a p. 5, riga 2-4.

Per giocare:

  1. Formare le squadre (numero dispari di coppie che giocano ognuna contro le altre);
  2. Al centro della classe disporre un tavolino con i due mazzi di cartoncini (il mazzo dei compiti e quello dei quesiti) e il campanello;
  3. Far disporre le coppie in modo che siano equidistanti dal tavolino;
  4. Usare le carte da poker per decidere chi comincia. Far scegliere una carta ad ogni coppia. Comincerà chi ha l’asso e il gioco procederà in senso orario;
  5. Spiegare il regolamento seguente:
    • La squadra di turno sceglie un compito o un quesito relativi alla lettura fatta. Uno lo legge chiaramente, ad alta voce, in modo che tutti gli altri possano sentire e lo mette separato dagli altri cartoncini.
    • Il gioco parte: ciascuna squadra lavora alla soluzione del quesito o del compito ritornando al testo tutte le volte che è necessario e discutendo con il compagno.
    • Appena ritiene di avere la risposta al quesito o di aver portato a termine il compito suona il campanello, (tutti gli altri si interrompono) e sottopone il proprio lavoro alle altre squadre. Se viene ritenuto convincente (dalle altre squadre, l’insegnante non interviene) la squadra guadagna il cartoncino.
    • Qualora non ci fosse l’accordo di tutte le squadre, il giudizio sarà quello della maggioranza, della quale può far parte la squadra il cui lavoro è sottoposto a giudizio. (Questa è la ragione di avere un numero dispari di squadre.)
    • Vincerà la squadra che avrà collezionato il maggior numero di cartoncini.

Per non appesantire l’avvio del gioco il quarto punto del regolamento può essere omesso dalla spiegazione iniziale e dato solo quando è necessario.

Per rendere più avvincente il gioco fra i cartoncini dei quesiti sono stati inseriti dei Jolly che rimandano ai compiti (poiché potrebbero essere evitati dagli studenti in quanto un po’ più complessi) e fra i cartoncini dei compiti alcuni Jolly che permettono di scegliere un altro compito se quello scelto non è di gradimento della squadra.

I quesiti e i compiti sono stati preparati in modo tale da favorire l’inferenza degli studenti nel testo. Infatti soltanto alcuni di essi trovano una risposta precisa nelle pagine che gli studenti hanno letto.

 

La Lettura autentica e il Gioco così come descritti sopra sono stati proposti al 5° e al 6° livello (un livello significa 80 ore di lezione). Nel 6° livello, composto da studenti particolarmente bravi, e al Seminario Internazionale la lettura è stata fatta una sola volta con l’invito a farla con calma, prendendosi il piacere di iniziare un romanzo, e con l’indicazione qui fornita subito dopo il testo della lettura.

Novecento

1. Lettura autentica delle pagine 14, 15 e 16.

 (L’attore esce dalla scena. Parte fina musica dixie, molto allegra e sostanzialmente idiota. L’attore rien­tra in scena vestito elegantemente da jazz man da pi­roscafo. Da qui in poi si comporta come se la band fosse, fisicamente, in scena)

Ladies and Gentlemen, meine Damen und Her­ren, Signore e Signori… Mesdames e Messieurs, benvenuti su questa nave, su questa città galleggian­te che assomiglia in tutto e per tutto al Titanic, cal­ma, state seduti, il signore laggiù si è toccato, l’ho visto benissimo, benvenuti sull’Oceano, a proposito che ci fate qui?, una scommessa, avevate i creditori alle calcagna, siete in ritardo di una trentina d’anni sulla corsa all’oro, volevate vedere la nave e poi non vi siete accorti che era partita, siete usciti un attimo a comprare le sigarette, in questo momento vostra moglie è alla polizia che dice era un uomo buono, normalissimo, in trent’anni mai un litigio… Insom­ma, che diavolo ci fate qua, a trecento miglia da qualsiasi fottutissimo mondo e a due minuti dal prossimo conato di vomito? Pardon madame, scherzavo, si fidi, se ne va questa nave come una bi­glia sul biliardo dell’Oceano, tac, ancora sei giorni, due ore e quarantasette minuti e plop, in buca, New; Yoooooork!

(Band in primo piano)

Non credo che ci sia bisogno di spiegarvi come questa nave sia, in molti sensi, una nave straordina­ria e in definitiva unica. Al comando del capitano Smith, noto claustrofobo e uomo di grande saggez­za (avrete certo notato che vive in una scialuppa di salvataggio), lavora per voi uno staff praticamente unico di professionisti assolutamente fuori dall’or­dinario: Paul Siezinskj, timoniere, ex sacerdote po­lacco, sensitivo, pranoterapeuta, purtroppo cieco… Bill Joung, marconista, grande giocatore di scacchi, mancino, balbuziente… il medico di bordo, dott. Klausermanspitzwegensdorfentag, aveste urgenza di chiamarlo siete fregati… , ma soprattutto:

Monsieur Pardin,
lo chef,
direttamente proveniente da Parigi dove peral­tro è subito tornato dopo aver verificato di persona la curiosa circostanza che vede questa nave priva di cucine, come ha argutamente notato, tra gli altri, Monsieur Camembert, cabina 12, che oggi si è la­mentato per aver trovato il lavabo pieno di maione­se, cosa strana, perché di solito nei lavabi teniamo gli affettati, questo per via dell’inesistenza delle cu­cine, cosa a cui va attribuita tra l’altro l’assenza su questa nave di un vero cuoco, quale certamente era Monsieur Pardin, subito tornato a Parigi da cui proveniva direttamente, nell’illusione di trovare qui sopra delle cucine che invece, a rimanere fedeli ai fatti, non ci sono e questo grazie alla spiritosa dimenti­canza del progettista di questa nave, l’insigne inge­gner Camilleri, anoressico di fama mondiale, a cui prego di indirizzare il vostro più caloroso applausooooooo…

(Band in primo piano)

Credetemi, non ne troverete altre di navi così: forse, se cercherete per anni ritroverete un capitano claustrofobico, un timoniere cieco, un marconista balbuziente, un dottore dal nome impronunciabile, tutti sulla stessa nave, senza cucine. Può darsi. Ma quel che non vi succederà più, potete giurarci, è di stare lì seduti col culo su dieci centimetri di poltro­na e centinaia di metri d’acqua, nel cuore dell’Ocea­no, con davanti agli occhi il miracolo, e nelle orec­chie la meraviglia, e nei piedi il ritmo e nel cuore il sound dell’unica, inimitabile, infinita, ATLANTIC JAZZ BAAAAND! ! ! ! !

(Band in primo piano. L’attore presenta gli strumen­tisti a uno a uno. A ogni nome segue un breve assolo)
[Baricco,  Alessandro, 1994 Novecento. Un monologo, Milano, Feltrinelli.]

Prima che inizino le consultazioni sottolineare che è importante che si scambino più informazioni e impressioni possibile perché gli serviranno per contestualizzare l’attività successiva.

2. Produzione libera orale: Drammatizzazione

Per svolgere quest’attività è necessario trasferire su dei foglietti i nomi dei personaggi dell’equipaggio descritti nelle pagine 15 e 16 e qui riportati.

  • Paul Siezinskj, timoniere
  • Ingegner Camilleri
  • Capitano Smith
  • Dottor Klausermanspitzwegendorfentag
  • Monsieur Pardin, chef
  • Bill Joung, marconista
  1. Formare i gruppi di lavoro (ciascun gruppo fino ad un massimo di sei studenti, cioè quanti sono i personaggi, o di meno, escludendo qualche personaggio, ma non meno di tre studenti, se vogliamo un’attività più interessante);
  2. Assegnare un personaggio a ciascuno studente estraendo a sorte con i foglietti precedentemente preparati. Dire agli studenti che loro sono quei personaggi e che hanno un minuto di tempo per rileggere nel testo la descrizione che li riguarda;
  3. Chiedere agli studenti di immedesimarsi nel loro personaggio, di pensare a com’è fisicamente, come si veste, qual è il suo modo di parlare, di rapportarsi con gli altri, abitudini, tic, ecc. (lasciare qualche minuto di tempo);
  4. Dire agli studenti che dovranno inscenare una discussione molto animata in cui tutti i personaggi sono coinvolti. Ogni gruppo ha15 minuti per stabilire le linee generali della discussione (l’ambientazione, i motivi della lite, l’ordine degli interventi, ecc.) e 15 minuti per provare, prestando molta attenzione al ritmo delle battute, ai nuclei fonologici, alle pause, all’intonazione. Se si ha disponibilità di spazi sarebbe opportuno che ciascun gruppo lavorasse separatamente;
  5. Trascorso il tempo assegnato chiedere a ciascun gruppo di inscenare la loro discussione davanti agli altri e all’insegnante.

Quest’attività è stata proposta al 6° e 7° livello.

Il bar sotto il mare

1. Lettura autentica del Prologo

PROLOGO

Non so se mi crederete. Passiamo metà della vita e deridere ciò in cui altri credono, e l’altra metà a credere in ciò che altri deridono.

Camminavo una notte in riva al mare di Brigantes, dove le case sembrano navi affondate, immerse nella nebbia e nei vapori marini, e il vento dà ai rami degli oleandri lente movenze di alga.

Non so dire se cercassi qualcosa, o se fossi inseguito: ricordo che erano tempi difficili ma io ero, per qualche strana ragione, felice.

Improvvisamente dal sipario del buio uscì un vecchio elegante, vestito di nero, con una gardenia all’occhiello, e passandomi vicino si inchinò leggermente. Mi misi a seguirlo incuriosito. Andavo di buon passo ma faticavo a stargli dietro, perché sembrava che procedesse volando a un palmo da terra, e i suoi piedi non facevano rumore sul legno umido del molo.

Il vecchio si fermò un attimo, tracciando in aria gesti con cui sembrava calcolare la posizione delle stelle. Poi annuì con la testa e prese a discendere una scaletta che dal molo calava nelle acque scure.

– Si fermi signore – gridai – non lo faccia!

Ma il vecchio non mi ascoltò, in breve tempo fu nell’acqua fino alla cintola, e poco dopo scomparve.

Senza indugiare, vestito com’ero, mi tuffai. L’acqua era gelida, e sul fondale melmoso giacevano detriti e cordami. Mi guardai intorno cercando tracce dell’uomo e con mia grande meraviglia vidi, sospesa a pochi metri dal fondo, un’insegna luminosa con la scritta “Bar”. Verso di essa si dirigeva tranquillamente, camminando come un palombaro, il vecchio della gardenia. Come in un sogno nuotai anch’io verso quell’insegna che illuminava l’acqua di azzurro.

Arrivai così a una costruzione intarsiata di nautili, con una porta di legno. La porta si aprì subito e il signore con la gardenia mi tese la mano. Non fece altro che tirarmi dentro di colpo e mi ritrovai in un bar accogliente, luminoso e pieno di avventori. Era arredato con mobili di stile diverso, alcuni di antico gusto marinaro, altri esotici, altri decisamente moderni. Il bancone sembrava la fiancata di una nave, tanto era lucido e imponente. Sopra lo schieramento delle bottiglie c’era un grande oblò di vetro da cui si potevano ammirare candelabri di corallo e branchi di pesci. Gli avventori bevevano e chiacchieravano come in un qualsiasi bar di terraferma. Come potete constatare dal disegno di copertina, formavano il gruppo più stravagante che io avessi mai visto.

Il barista mi fece segno di avvicinarmi. Aveva un’espressione ironica e il suo volto ricordava quello di un famoso interprete di film dell’orrore. Mi offrì un bicchiere di vino e mi appuntò una gardenia all’occhiello.

– Siamo lieti di averla tra noi –disse sottovoce. – La prego di accomodarsi, perché questa è la notte in cui ognuno dei presenti racconterà una storia.

Mi sedetti, e ascoltai i racconti del bar sotto il mare.
[da Benni, Stefano, 1987 Il bar sotto il mare, Milano, Feltrinelli,]

Dire agli studenti di trovare nel testo i punti in cui l’autore si rivolge ai lettori. In uno di questi punti l’autore si aspetta che i lettori facciano qualcosa che loro (gli studenti), che pure sono lettori, non possono fare: chiedere di che si tratta. (Non possono constatare dal disegno di copertina quanto fosse stravagante il gruppo degli avventori presenti nel bar.)

2. Produzione libera orale: Costruire un racconto

Per svolgere l’attività è necessario preparare le fotocopie della copertina del libro e l’illustrazione della stessa in modo che ogni studente o ogni coppia di studenti possa averne una.

  1. il primo uomo col cappello; 2. Il secondo uomo col cappello; 3. Il terzo uomo col cappello; 4. Il barista; 5. La bionda; 6. Il venditore di tappeti; 7. Il marinaio; 8. L’uomo invisibile; 9. L’uomo con la cicatrice; 10. Il ragazzo col ciuffo; 11. La ragazza col ciuffo; 12. La signorina col cappello; 13. Il nano; 14. Il cuoco; 15. L’uomo con gli occhiali neri; 16. La bambina; 17. Il vecchio con la gardenia; 18. Il bambino serio; 19. L’uomo col mantello; 20. La vecchietta; 21. La sirena; 22. Il cane nero; 23. La pulce del cane nero.

Si devono preparare dei foglietti (tanti quanti sono gli studenti) su cui sono scritti gli avventori del bar.

Poiché le classi della Dilit hanno un massimo di 15 studenti, qui di seguito troverete i personaggi che ho scelto (infatti non tutti i personaggi fanno racconti che si prestano in ugual misura ad essere utilizzati nell’attività).

  • Il terzo uomo col cappello
  • Il barista
  • La bionda
  • Il venditore di tappeti
  • Il marinaio
  • L’uomo invisibile
  • Il ragazzo col ciuffo
  • La ragazza col ciuffo
  • La signorina col cappello
  • Il nano
  • L’uomo con gli occhiali neri
  • Il vecchio con la gardenia
  • Il bambino serio
  • L’uomo col mantello
  • La vecchietta

Preparare, infine, la fotocopia della prima pagina del racconto di ciascuno dei personaggi elencati sopra (o di quelli che voi avrete scelto).

  1. Consegnare il disegno di copertina e l’illustrazione dello stesso. Formare coppie di studenti: chiedere loro di osservare e commentare copertina e illustrazione e successivamente fare la seguente domanda: “Che tipo di racconti vi aspettate di leggere in questo libro? Parlatene”. (Lasciare qualche minuto di tempo.);
  2. Estrazione dei personaggi. Far scegliere un foglietto a ciascuno studente. Dire che ciascuno è il personaggio del foglietto;
  3. Distribuire e far leggere la prima pagina dei racconti relativi ai personaggi estratti. Chiedere di pensare ad una possibile continuazione del racconto;
  4. Chiedere ad ogni coppia di raccontarsi quello che hanno letto senza consultare il testo;
  5. A questo punto devono continuare oralmente i racconti che hanno letto. Devono scegliere con quale racconto cominciare. Uno è il titolare del racconto, e avrà l’ultima parola sulle scelte, ma l’altro deve essere molto propositivo e cercare di dare un’impronta personale al racconto. Terminato il primo racconto si scambiano i ruoli. (Minimo 15 minuti per ogni racconto.)

Variazione

Al Seminario Internazionale e con le classi che avevano bisogno di sfide maggiori ho cambiato il punto e) nel modo seguente.

Partendo dai due incipit la coppia di studenti deve far confluire i due racconti in uno, sempre oralmente, scegliendo l’ambientazione, intrecciando i personaggi e inventando la trama e il finale. Dare 30 minuti di tempo.

Quest’attività è stata proposta al 7° e all’8° livello.

Per concludere

Ciò che succede durante queste attività è che gli studenti parlano liberamente, ritornano varie volte al testo letterario, lo approfondiscono, entrano nei personaggi, ne completano le caratteristiche dandogli corpo, se ne distaccano creativamente, inventano. Generalmente si divertono.

Tutte e tre le Produzioni libere orali sono state accolte bene nelle varie classi e al nostro laboratorio al Seminario Internazionale. Quella che generalmente entusiasma di più è il gioco, anche nelle nostre classi che accolgono non solo giovani studenti, ma anche professionisti adulti e di mezza età. Tuttavia la nostra decisione di presentare anche le altre due attività voleva rispondere non solo ad una necessità di varietà, ma anche fornire la possibilità di scegliere quella che meglio si adatta alle varie classi e, non ultimo, alle varie tipologie dei colleghi insegnanti. Mentre conducevo questo laboratorio, durante il Seminario, mi è capitato infatti di rassicurare una collega che stava dicendo ad un’altra che si sarebbe rifiutata di fare qualsiasi tipo di drammatizzazione. Era nella classe giusta: quella dove stavo per proporre la costruzione di un racconto, quindi niente gioco, niente drammatizzazione. Lì per lì ho sentito di aver rispettato il desiderio di una mia “studentessa”, poi non ho potuto fare a meno di pensare che era una collega e, se non le accettava per sé, forse non avrebbe mai accettato di proporre nelle sue classi le alternative che stavo offrendo. Peccato, perché… questi sono alcuni commenti scritti dagli studenti dopo le attività che prevedevano il gioco e la drammatizzazione.

Mi ha piacuto molto questo esercisio. Non era facile perche non ho un talento teatrale, ma mi sentivo un po’ più sicura con la lingua, dopo era più facile esprimermi.
Eva

Sì, mi è piaciuto quest’attività! Mi ha spinto a parlare un italiano più italiano. Cioè con intonazione e vivacità. E penso che questo sia l’idea dell’attività. Era divertente e utile insomma.
Anna

Il gioco era molto divertente, perché i compiti sono bene per la creatività la finalità mi sembra è imparare esprimersi, anche concentrare nel testo, reagire velocemente etc. L’utilità secondo me è conoscere le persone nel tuo corso, mi interessa molto come gli altri comportano. Forse aiuta anche per diventare un po leggera.

Secondo me è stato un gioco molto divertente che ha anche senso. Penso che s’impari bene di leggere esattamente ma anche di esprimersi oralmente e di esprimere il testo letto in un altro modo.

Questo gioco era divertente, si, chiaro! Utile, si, perché siamo stati obligati di pensare velocemente in italiano per costruire un dialogo, una frase che corresponde la situazione. Per cominciare gli altri che la nostra risposta/interpretazione era giusta, dovevano agire (o cercare di agire) come gli italiani; cioè con la intonazione, i gesti giusti etc…. Mi è piaciuto!

Il gioco mi e piaciuto in ogni senso anche perche cambia un po l’abitudine dell’insegnamento.