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La memoria è alla base di tutto

Di quale memoria parliamo

“Devo scriverlo, altrimenti non me lo ricordo”; “La mia memoria è visiva”; “Io non ho memoria”: questi sono solo alcuni esempi del campionario di frasi che quasi sicuramente vi è capitato di sentire in classe.

È importante distinguere tra memoria interna ed esterna. Con un po’ di organizzazione, scrivendo appunti su un’agendina, facendo nodi al fazzoletto o con altri personali accorgimenti possiamo ricordare tutto quello che vogliamo. Ma queste non sono che “protesi” mnemoniche.

Se parliamo di lingua è necessario tener conto anche dell’esigenza di trasmettere i propri pensieri, con lessico, morfosintassi, prosodia e cinesica adeguati, in tempo reale. A queste condizioni i supporti mnemonici esterni potrebbero rivelarsi addirittura d’intralcio al flusso naturale di una conversazione. Basta pensare allo studente che sul più bello di una frase si interrompe per andare alla ricerca, se gliene viene data l’opportunità, di una certa parola che aveva scritto da qualche parte nel suo quaderno.

Lo scopo del laboratorio

Esiste un metodo, al di là delle varie pillole miracolose pubblicizzate, per incrementare la memoria interna? Qualche tempo fa è apparso in Italia un corso di memorizzazione e apprendimento in fascicoli di circa 650 pagine complessive!(*) Conteneva sicuramente spunti interessanti, ma come proporli ai nostri studenti di lingua che di certo hanno aspettative d’altro tipo?

La nostra soluzione è stata quella di tralasciare quei metodi forse anche efficaci, ma particolarmente macchinosi, per concentrarci invece su un principio di base che più realisticamente può essere applicato a varie attività didattiche, e cioè la multisensorialità.

La meta del laboratorio, quindi, era non tanto quella di offrire trucchi e stratagemmi particolari per ricordare liste di parole, ma piuttosto di fare il punto su quanto siano importanti la vista, l’udito, il gusto, il tatto, l’odorato e le emozioni in genere nella fase dell’apprendimento.

Un esperimento

Per entrare nel vivo del tema abbiamo iniziato il laboratorio con un “esperimento” che potrete provare facilmente anche voi: data una parola, ad esempio “vacanze”, i partecipanti erano invitati a riferire la prima cosa che gli venisse in mente per libera associazione. Le varie proposte erano scritte alla lavagna dopo che ognuno aveva specificato sotto che forma l’associazione gli si fosse presentata. Dicendo “acqua”, infatti, si potrebbe visualizzarne il colore, oppure immaginarne lo scroscio o una fresca sensazione di bagnato sulla pelle. Dietro la stessa parola, quindi, si possono celare forme diverse di sensibilità o, in altri termini, differenti modi di percepire il mondo esterno.

L’intento di questo gioco era di rilevare come il senso della vista, così almeno vogliono le statistiche (secondo cui gli occhi forniscono tra l’80% e l’85% degli input mnemonici, Ricci p.32), prevalesse su tutti gli altri. Ma c’è stata una sorpresa. Il nostro esperimento non aveva, è ovvio, valore di sondaggio, dato il numero limitato degli intervistati. Comunque se è vero che il senso dell’immagine è risultato nella maggioranza dei casi al primo posto, durante una seduta ha vinto solo a pari merito con quello delle sensazioni emotive, i sentimenti insomma. A ciò non è forse estraneo il fatto che quasi tutti i partecipanti al seminario fossero insegnanti, persone esercitate ad affinare la loro sensibilità psicologica per motivi professionali.

L’esperimento è poi stato ripetuto invitando però i presenti a fare delle associazioni guidate, cioè sforzandosi di utilizzare quei canali sensoriali che normalmente vengono trascurati: l’udito, il tatto e l’odorato. Questo per dimostrare che se vogliamo è possibile condizionare il funzionamento del cervello andando contro le nostre abitudini.

Considerazioni

Le ricerche sulla memoria sono in continua evoluzione. Solo recentemente, ad esempio, si è scoperta la cosiddetta memoria implicita, quella cioè che non passa attraverso la coscienza e ci permette gli automatismi, come camminare o andare in bicicletta (e forse anche parlare? Sembra che invecchiando non si perda il patrimonio lessicale, anche se l’apprendimento di nuovi vocaboli richiede più tempo). Inoltre articoli sul tema vengono pubblicati da giornali e riviste come argomenti d’attualità. Perciò ritengo che i dati riguardanti la memoria vadano considerati con un minimo di cautela e in ogni caso come qualcosa di non necessariamente definitivo. Le considerazioni si basano perciò non soltanto sulle teorie e statistiche elaborate da studiosi, ma anche sul buon senso e qualche esperienza personale.

Qualcuno, per esempio, ha calcolato che se si ripete ciò che si desidera memorizzare da 21 a 30 volte, l’informazione può essere recuperata in seguito senza difficoltà (Ricci, p.113). È molto probabile; eppure stando a Köhler (vedere bibliografia) “quando si impara per intuizione invece che meccanicamente (a forza di esercizio), vi sono meno probabilità di dimenticare”.

La tesi di Carl Lashley (vedere bibliografia) che dopo anni di ricerche ed esperimenti su animali arrivò alla conclusione che “non è possibile dimostrare che, nel sistema nervoso, le tracce di memoria siano localizzate in modo puntiforme”(1950, p.478), sembra avvalorare la teoria secondo la quale il cervello lavora per associazioni: un’informazione non viene mai immagazzinata in modo isolato. Se sto leggendo un libro, ricevo in contemporanea, magari inconsapevolmente, anche la sensazione che mi dà al tocco la copertina del libro nelle mani, mentre sento il rumore di un motorino che passa per strada e respiro il profumo del caffé che viene dalla cucina. Il cervello funziona in modo tale che il profumo del caffé mi aiuterà a ricordare il contenuto di quanto ho letto. Così come una canzone può far riaffiorare alla mente episodi della vita passata. Un’esperienza analoga credo sia accaduta a ciascuno di noi.

Il cervello non è una biblioteca

Durante il laboratorio è stata mostrata la registrazione di una parte del programma televisivo “Elisir” andato in onda il 5 aprile 1998, in cui il dottor Claudio Franceschi dell’università di Modena era stato invitato a rispondere a quesiti sul tema. La trasmissione mi era sembrata particolarmente degna di nota per il linguaggio usato, comprensibile anche ai non addetti ai lavori, e perché molto di quanto vi è stato affermato confermava le nostre letture.

Nell’immaginario collettivo, vi si è detto, spesso ci rappresentiamo il cervello come una biblioteca piena di libri, immagini, suoni ecc. Nella realtà l’organizzazione cerebrale è ben più complessa.  Infatti una caratteristica fondamentale del cervello è la sua plasticità. Esso si rimodella in continuazione per cui, quando pensiamo di ricordare qualche cosa, non ricordiamo esattamente un fatto, ma l’ultima volta che l’abbiamo ricordato (da qui l’importanza di una pratica continua, in qualsiasi disciplina).

Inoltre la maggior parte delle informazioni si perdono nella memoria a breve termine. Si consolidano o entrano nella memoria a lungo termine, invece, soprattutto le esperienze emotivamente più coinvolgenti, contestualizzate (per contestualizzazione s’intende il posto, la situazione o l’atmosfera in cui un dato avvenimento ha luogo) e che sono stati ricordati più spesso. Ecco quindi l’importanza dei “giochi” in classe, dei role-play con una certa scenografia e dell’allenamento all’uso pratico della lingua rispetto ai tradizionali e noiosi esercizi di grammatica.

Alla richiesta di trucchi per migliorare la memoria il professore Franceschi ha dato alcuni consigli:

  • organizzare in qualche modo quello che si desidera ricordare (lo studio di una lista di vocaboli senza nesso tra loro ha quindi ben poca probabilità di successo)
  • associare una parola o un’idea a un’immagine (a questo proposito anche Ricci offre lo stesso suggerimento, è importante però che l’immagine sia vivida e in movimento)
  • associare l’informazione a un movimento del corpo (questo consiglio è stato corroborato dall’intervento di due attori, Simona Izzo e Ricky Tognazzi, presenti alla trasmissione; per ricordare le battute di un copione, hanno detto, prendono spunto da un gesto o da un movimento)
  • non bisogna dimenticare poi che, quando si cerca di memorizzare, la capacità di scartare le cose inutili è fondamentale.

Quest’ultima affermazione ci porta alla mente quegli studenti che, con l’ansia di imparare tutto e subito, cercano indistintamente il significato di ogni vocabolo nuovo con enorme dispendio di tempo ed energia, ma con risultati assai scarsi.

Il ragazzo si applica, ma…

Il modo in cui il cervello funziona sembra avere ben poco di razionale ed è proprio questo il punto. La memoria spesso ha a che fare con qualcosa che sfugge al nostro controllo (o no?). Per cui uno studente diligente e volenteroso, che esegue tutti i compiti assegnatigli e riempie il quaderno di liste di vocaboli o coniugazioni che legge e rilegge stoicamente, al momento di utilizzarle rimane impotente, perché, a meno che le liste siano particolarmente limitate, riesce a recuperare una percentuale bassissima di tutte quelle informazioni.

Non esiste una soluzione uguale per tutti, proprio perché abbiamo modi diversi di percepire la realtà. È utile però sensibilizzare gli allievi al problema. Il fatto che uno studente affermi di avere una memoria visiva significa che dovrà cercare di sviluppare quella auditiva, per esempio, (sembra superfluo sottolinearlo, ma nell’uso quotidiano di una lingua è la parte orale che prende il sopravvento). Per quanto possibile vanno esercitate anche le altre memorie in modo da rendere le attività di classe più realistiche.

Se le informazioni vengono immagazzinate prevalentemente attraverso uno o due canali percettivi, invece di sfruttare tutte le potenzialità a disposizione, il loro recupero sarà ristretto perché le associazioni possibili saranno limitate. La multisensorialità (o sinestesia sensoriale, Ricci, p. 47) cui ho accennato prima è alla base della maggior parte delle mnemtecniche.

Piccoli stratagemmi

Fermo restando che la motivazione, la curiosità, l’entusiasmo personale dello studente sono ingredienti indispensabili prima e al di sopra di tutto, (due frasi mi hanno colpita durante la trasmissione televisiva di cui ho riferito: “Il ricordo è una selezione” e “L’oblio è una facoltà attiva”) e alla luce di quanto è stato detto, seguirà ora una serie di altri piccoli stratagemmi per favorire la memoria raccolti per la maggior parte durante il laboratorio grazie al contributo di alcuni dei partecipanti. Purtroppo le indicazioni a volte sono un po’ vaghe, ma possono sollecitare l’immaginazione.

  • Associare a un sostantivo, a un aggettivo o a un verbo da memorizzare il ricordo di una persona che conosciamo bene insieme a una parola a noi familiare le cui prime sillabe siano assonanti con il vocabolo in questione. Per esempio, per ricordare il sostantivo “Geiz” (avarizia in tedesco) posso associarlo a uno zio un po’ tirchio e alla parola “guts” (budella in inglese) che suona simile.
  • Per ricordare i generi maschile, femminile o neutro, nel caso specifico del tedesco, associare la parola, se possibile in modo assurdo o divertente, der Löwe (leone, maschile), die Ballerine (ballerina, femminile) e das Flugzeug (aereo, neutro). Ad esempio, per ricordarsi che luna in tedesco è maschile si può visualizzare un leone che si rilassa comodamente sdraiato su una falce di luna a mo’ di amaca.
  • L’informazione che si desidera recuperare può essere connessa anche ad altri elementi ad essa relativi: una parola con cui fa rima (“bruno” per ricordare “uno”,”bue” per “due” e così via); una parola con la stessa lettera iniziale; lo stesso gruppo semantico (cfr Darley et al., p. 314). Le vecchie filastrocche sono ancora in voga, insomma, insieme alle canzoni.
  • Drammatizzazione: role-play, ricostruzione di dialoghi.
  • Giochi: taboo, pictionary, memory, gara di parole a squadre (chi dice o scrive più parole riguardo a un certo argomento, come la cucina, vince.
  • Far usare il corpo, far fare, far recitare, collegare a gesti.
  • Far disegnare, usare colori, cartelloni, immagini, poster, dizionari illustrati, ecc.
  • Far risolvere operazioni matematiche per ricordare i numeri.
  • Far prendere appunti non in modo lineare, ma creando una gerarchia tra le idee. Tale organizzazione dei dati è chiamata mappa mentale. Volendo fare una mappa della prima parte di questo articolo, si potrebbe scrivere ciò che segue:
  La memoria è alla base di tutto  
           
Di quale memoria parliamo Un esperimento
       
memorie interne ed esterne Associazione in classe
       
Scopo del laboratorio
       
Simultaneità dei sensi

Conclusione

Quanto avete letto probabilmente non rivoluzionerà il vostro stile d’insegnamento, ma forse vi darà qualche criterio in più per programmare la lezione. E magari avrete un po’ di materiale su cui discutere con gli studenti stessi. È essenziale a volte che gli allievi siano coscienti di alcuni meccanismi basilari della memoria, affinché possano abbandonare cattive o soprattutto inutili abitudini.

Il numero dei geni e delle strutture biologiche e cerebrali coinvolte nel processo della memoria, dice il professor Claudio Franceschi, è molto elevato. Anche il sonno, ad esempio, è un elemento importante. Sembra, infatti, che una delle sue funzioni sia quella di scartare tutte le cose inutili per fissare meglio i ricordi importanti. Difficilmente riuscirei a convincere alcuni dei miei studenti, che a Roma vengono innanzitutto per divertirsi, a dormire più a lungo. È chiaro che come insegnanti non saremo in grado di intervenire su tutti i fronti, ma potremo almeno dare qualche piccolo consiglio in più.

Bibliografia

Darley, J.M., Glucksberg, S. & Kinchla, R.A. 1993. Psicologia ed. Il Mulino, Prentice Hall International: Bologna
Köhler, Wolfgang 1940. Principi dinamici in psicologia, Ed. Universitaria: Bologna
Lashley, Carl 1950 “In Search of Engram” Symposium Soc. Experimental Biology, 4: p.455-482.
Ricci I., (consulenza scientifica di Ancona L.) 1990. Memo, memorizzazione e metodo Fabbri Editori: Milano