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Atti Seminari e Convegni

Si può insegnare e imparare la “cultura”? Un’esperienza, una proposta

Un proverbio austriaco recita più o meno così: “Tante lingue parli, tante vite vivi”. La frase breve, concisa, lapidaria, in poche parole presenta il complesso di fattori emotivi e di implicazioni psicopedagogiche che entrano in gioco qualora si intraprenda lo studio di una lingua straniera.

L’apprendimento di una seconda lingua costituisce per la maggior parte delle persone un’esperienza stimolante ma impegnativa e problematica poiché implica il confronto con un sistema nuovo, quasi sconosciuto, che si riesce a padroneggiare solo dopo qualche tempo. Per cui tale esperienza, nonostante possa offrire occasioni di crescita intellettuale e culturale, spesso riserva allo studente momenti di frustrazione e di difficoltà. Non è facile orientarsi in un universo complesso come quello di una lingua a noi estranea: c’è un sistema di segni, di suoni, di significati che spesso non combaciano con quelli della lingua madre; senza contare che poi questi segni, suoni e significati vengono ordinati da una serie di regole più o meno rigide. Un ulteriore motivo di difficoltà è rappresentato dai madrelingua i quali, pur servendosi di quegli stessi suoni, segni e significati, fanno uso dei mezzi a loro disposizione nel modo che ritengono più opportuno, arrivando spesso a formulare continue eccezioni alle regole che sono state apprese sui libri e dagli insegnanti. Tutto ciò è affascinante e coinvolgente, ma muoversi in questo universo variegato implica per ogni persona uno sforzo fisico, mentale e psicologico di grande portata.

Per rendere il cammino meno faticoso, occorre una buona dose di pazienza, tenacia ed elasticità; doti che tornano utili allo studente che affronta lo studio della nuova lingua perché lo aiutano a superare la sensazione di incertezza e vulnerabilità che spesso lo portano ad assumere un atteggiamento passivo nei confronti della lingua che sta imparando. Lo studente, pur se incuriosito, si accosta all’oggetto del suo studio con timore quasi reverenziale, comportandosi più da spettatore che da attore. Tale atteggiamento è naturale quasi fisiologico ma non per questo deve essere assecondato poiché spesso nella pratica in classe gli studenti che manifestano questo atteggiamento remissivo, tendono poi a vivere le letture e gli ascolti come se questi ultimi non avessero nulla a che fare con “il loro mondo”. Leggere diventa un compito che gli è stato assegnato e quindi viene eseguito senza partecipazione emotiva. In questo modo, la lingua assume una dimensione statica e non riesce ad acquistare quelle caratteristiche di vivacità, vitalità, schiettezza che la rendono un organismo vivente, capace di mettere ciascuno in grado di esprimere e scambiare le proprie esperienze, stati d’animo e idee.

Osservando alcuni dei miei studenti e parlando con loro, percepisco spesso questo senso di incapacità, inadeguatezza, questa tendenza a trattare lo studio della lingua come un compito da eseguire piuttosto che un mondo da scoprire. A volte noto in alcuni di loro un atteggiamento di distacco, quasi asettico se non remissivo.
Promuovere negli studenti un processo che li porti a sentire la lingua come un organismo vivente e pulsante non è compito facile. Tante sono le strade che si possono percorrere e la strada che ho deciso di percorrere con i miei studenti è stata quella che ci permettesse di ritagliare dei momenti di lavoro tranquillo e rilassato in spazi che non fossero circoscritti dalla vita e dalla dinamica della classe.

La dimensione teatrale mi sembrava rispondesse a quei requisiti di libertà, di movimento e di eccezionalità atti a stimolare il meccanismo che avrebbe portato la lingua ad acquistare energia e vitalità agli occhi degli studenti. Il teatro é il luogo in cui, fra le altre cose, la parola partendo da un testo scritto prende corpo e vita sulla scena ad opera di un personaggio. Dunque il teatro mi sembrava lo strumento più idoneo a promuovere da un lato la consapevolezza, la maturazione della sensibilità linguistica degli studenti e dall’altro a incoraggiare un atteggiamento più partecipe e attivo verso la lingua.

La messa in scena di un racconto umoristico è stato il mezzo scelto perché venisse risvegliato negli studenti il desiderio e la voglia di vivacizzare la loro esperienza di apprendimento linguistico.
Gli amici del medico, un racconto di Carlo Manzoni, è stato il punto da cui si è partiti. Il testo è una cronaca scherzosa e ironica di una festa alla quale è stato invitato un medico che, anche se desideroso di divertirsi e svagarsi, è costretto a esercitare la sua professione e ad esprimere pareri medici su farmaci e diagnosi di altri colleghi. I dialoghi e le descrizioni del narratore evidenziano una galleria di personaggi buffi e divertenti dotati di una prorompente comicità che scaturisce dall’ossessione per le loro condizioni di salute. L’ambiente descritto, le espressioni idiomatiche, il ritmo della lingua offriva un delizioso spaccato di vita sociale e famigliare italiana che ben si prestava ad essere messo in scena e rappresentato.

La lettura del testo ha costituito la prima fase del lavoro volta alla comprensione della trama del racconto e alla soluzione di dubbi linguistici (significati di alcune parole ed espressioni idiomatiche) e grammaticali (uso di alcuni tempi verbali). Dopo aver rimosso questi ostacoli, si è passati alla seconda fase del lavoro: la stesura del testo teatrale. Due studentesse si sono cimentate in questa impresa incamminandosi verso due strade che, pur partendo dallo stesso punto, seguivano due percorsi diversi. Una ha scelto di proporre una trascrizione fedele dei dialoghi del racconto, mentre l’altra ha optato per un’interpretazione libera e autonoma del testo. Gli studenti hanno lavorato su entrambe le proposte anche se la seconda ha richiesto maggiore impegno e impiego di tempo. Proprio perché interpretazione libera e autonoma la studentessa e autrice aveva riscritto i dialoghi, ricreato un nuovo ambiente e nuovi rapporti fra i personaggi (è stato infatti necessario ridurre il numero dei personaggi che risultava in eccedenza rispetto ai componenti della classe compagnia) e, ovviamente, tutto questo le creava incertezze e dubbi. L’autrice, inglese, scriveva in italiano dei dialoghi fra italiani e sentiva il bisogno di un confronto con i compagni allo scopo di individuare problemi e trovare soluzioni che migliorassero il testo.

Portato a termine il lavoro di revisione sul testo scritto, sono iniziate le prove sul palcoscenico. Passo dopo passo cresceva in loro la consapevolezza di muoversi in uno spazio diverso da quello della classe e quindi capivano che era necessario assumere comportamenti diversi. Le parole e le frasi del copione pian piano prendevano vita nei loro personaggi. Spesso nel corso delle prove interrompevano la recita perché l’attore o l’attrice, pur pronunciando correttamente la battuta, non occupava il punto giusto sulla scena e questo ne diminuiva l’efficacia comunicativa.

Il passaggio si era realizzato: un testo, un insieme di parole, di regole e di significati stava entrando a far parte del loro mondo linguistico. Tuttavia il cammino percorso non era stato né semplice, né facile. Il lavoro sul testo e le prove sul palcoscenico li aveva coinvolti costringendoli a passare da un atteggiamento passivo, statico ad un atteggiamento attivo, dinamico. Attraversare la soglia ha comportato un impegno mentale e fisico che si è protratto nel tempo e che li ha accompagnati anche al di fuori delle ore di lezione.

Questionario degli studenti

La preparazione del testo teatrale ha dato modo agli studenti di prendere contatto con alcune manifestazioni della vita quotidiana italiana. Infatti, il racconto che è stato oggetto della drammatizzazione presenta in modo ironico e divertito dei tratti che fanno parte del nostro temperamento: l’ossessione per la salute, la separazione dei sessi, la moglie-madre che tratta il marito come un bambino. Onde evitare generalizzazioni, tengo a precisare che si tratta di caratteristiche che, pur venendo espresse con diversi gradi d’intensità, sono comunque presenti nel nostro patrimonio genetico.

Quindi, il lavoro sul testo del racconto e l’interpretazione del testo teatrale ha portato gli studenti ad osservare le modalità di comportamento e i mezzi d’espressione usati dagli italiani. Pertanto, anche se con molta cautela, si può dire che, oltre ad essersi cimentati nella produzione di una piccola pièce teatrale, allo stesso tempo hanno avuto modo di confrontarsi con alcuni degli aspetti della nostra cultura.

A questo punto, però, prima di procedere, è necessario prendere in considerazione la parola cultura dato che si tratta di un termine ambiguo e che quindi si presta a diverse interpretazioni.

L’Enciclopedia Zanichelli riporta la seguente definizione:

Complesso di cognizioni, tradizioni, procedimenti tecnici, comportamenti e sim., trasmessi e usati sistematicamente, caratteristico di un gruppo sociale, di un popolo, o dell’intera umanità.

A proposito dell’ambiguità della cultura, nel volume L’invenzione della cultura  Roy Wagner scrive:

La nostra parola cultura deriva per vie molto tortuose dal participio passato del verbo latino colere, coltivare e attinge parte del suo significato da questo collegamento con la coltivazione della terra. (…) In tempi più tardi cultura assunse un significato più specifico, indicando un processo di progressivo miglioramento e di selezione nella domesticazione di alcune particolari piante coltivate, o anche il risultato o l’incremento di questo processo. Il senso elitario che ha oggi la parola nasce da un’elaborata metafora, che si serve della terminologia della selezione e del miglioramento delle piante coltivate per creare un’immagine del controllo, del raffinamento  e della domesticazione che l’uomo opera su se stesso. Così nei salotti del XVIII e del XIX si parlava di una persona colta come di una persona che aveva  cultura, che aveva sviluppato i suoi interessi e le sue qualità secondo linee approvate, formando ed educando la propria personalità così come si coltiva una specie naturale.

In quest’ottica il termine cultura acquista caratteristiche elitarie e aristocratiche che portano spesso ad associare il termine cultura con certi luoghi (musei, biblioteche, università), persone (insegnanti, critici, direttori di musei) e documenti (libri, quadri, enciclopedie). Dunque nei discorsi spesso il termine cultura viene associato a certi luoghi, persone, mezzi che vengono deputati alla produzione e alla conservazione della cultura.

Andando a consultare la voce cultura di un’enciclopedia filosofica si trova questa definizione:

Esercitazione delle facoltà spirituali, mediante la quale queste sono poste in condizione di dare frutti più abbondanti e i migliori che la loro naturale costituzione consenta. Il termine latino colere è una metafora tratta dalla coltivazione della terra: come una terra, anche buona, senza un particolare trattamento non produce se non una vegetazione disordinata e poco utile, così lo spirito non dà i prodotti che potrebbe dare se non è opportunamente esercitato. Il termine greco che più si avvicina a c. è paideia educazione: per noi, però, c. senz’altre aggiunte si riferisce precipuamente all’educazione delle capacità intellettuali, più che morali o fisiche, mentre originariamente questa distinzione era meno sentita. (…) Il mezzo principale per porre lo spirito nelle condizioni per produrre consiste nell’avvicinarlo e guidarlo alla comprensione delle produzioni spirituali precedenti: queste, presentandosi alla mente come esempi di valori già realizzati, (…) gli mostrano la possibilità, e gli insegnano, per quanto possibile, il modo di produrre qualcosa di analogo.

Il termine c. tende poi spesso, nel linguaggio comune, a sostanzializzarsi, venendo a significare anziché l’operazione, i mezzi con cui l’animo viene coltivato; o anche l’ambiente in cui l’educazione si svolge. In sostanza, affinché la cultura sia viva, occorrono, da un lato, i mezzi oggettivi per porla in opera, e cioè la conservazione delle opere spirituali tramandate dalla tradizione, con tutto l’apparato critico e filologico necessario a comprenderle; ma occorre anche, da un altro lato, una capacità naturale dei soggetti, (…) : la capacità di rinnovare in sé il momento della creazione, rivivendone profondamente i motivi.

Dunque, il termine cultura è ambiguo e si presta a diverse, svariate interpretazioni e applicazioni e, forse, proprio in questo risiede la sua grandezza. Ripensando alle varie fasi che hanno portato alla produzione dello spettacolo teatrale e rileggendo le diverse definizioni della parola cultura, ho maturato dentro me stessa la convinzione che non si dovrebbe avere paura delle parole e dei loro significati e che non si dovrebbe delegare ad altri quello che tutti dovrebbero provare a fare. Inoltre penso che, nel campo dell’insegnamento, non si debba procedere pensando sempre al risultato finale, ma alla strada che si percorre insieme e agli scenari che si aprono strada facendo.

Nel corso della preparazione della rappresentazione gli studenti hanno fatto fruttare al massimo le loro facoltà intellettuali: hanno dovuto comprendere lo spirito di un testo di narrativa, hanno ricreato e interpretato un testo teatrale e nel fare questo hanno continuamente rivisto il loro ruolo come persone e studiosi arrivando a trasformare il modo di confrontarsi con l’oggetto del loro studio. In un tale contesto, l’apprendimento della lingua non è solo stato caratterizzato dall’acquisizione di dati e nozioni ma anche dalla maturazione linguistica che  li ha forniti di uno strumento capace di metterli in grado di stabilire con l’oggetto del loro studio un rapporto nuovo e fruttuoso. E allora in base alla mia esperienza, penso che non si debba temere di parlare di cultura fuori dai luoghi deputati a patto che si tengano presenti quei significati della parola cultura che invitano a promuovere nelle persone un rapporto dinamico e di parità con la materia di studio e più in generale con la realtà. Però, tutto questo deve avvenire avendo sempre in mente ciò che ci forma e ciò che siamo affinché il contatto con un’altra cultura non offuschi, ma arricchisca e renda vivo il patrimonio della lingua madre di ciascuno, in modo tale che il confronto non segni mai la fine di un’esperienza, ma sia lo stimolo a ricercare altri e nuovi mondi da esplorare.

Testi consultati

Roy Wagner: L’invenzione della cultura, Mursia 1992
Enciclopedia filosofica, Istituto per la collaborazione culturale, Venezia-Roma, Vol. I
Enciclopedia Zanichelli, a cura di Edigeo, 1995