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Atti Seminari e Convegni

Ma quanto parliamo…

Se noi pensiamo all’ultima lezione che abbiamo fatto ed in particolare a quelle attività che richiedano un nostro intervento diretto come per esempio la letteratura analitica o il lingua puzzle e ci poniamo la domanda “Quanto del nostro parlato è stato superfluo e quanto è stato essenziale?” sono abbastanza sicuro che nelle maggioranza dei casi troveremo che sarebbe possibile diminuire il nostro parlato di almeno il 25%. Se poi vogliamo esaminare in dettaglio i momenti in cui abbiamo “straparlato” e proviamo a cercare il perché di questo nostro comportamento, allora qui le ragioni possono essere molte e varie: la nostra capacità o incapacità di gestire periodi di silenzio in classe, un modo per rinforzare il nostro controllo sulla classe, un modo per direzionare la conversazione verso luoghi più sicuri, la nostra insicurezza in una particolare attività ecc.

Un po’ di tempo fa una collega di un’altra scuola è venuta ad osservare una mia lezione. Io insegno inglese e la classe in questione era una classe di principianti o più precisamente di “false beginners” con cui tra l’altro avevo fatto già nove ore di inglese. Una delle attività svolte era la lettura analitica di un testo autentico. Io ho chiesto agli studenti di trovare tutti i verbi e di provare a determinare il tempo e la persona. Dopo la lezione, discutendone con la collega, mi ha confessato di trovare il mio atteggiamento abbastanza “pesante” nel senso che io non rispondevo quasi mai immediatamente alle domande individuali ma avevo sempre provato, prima, di rivolgere la domanda alla classe per verificare se qualcuno era in grado di dare o provare a fornire una risposta, per poi in caso contrario rispondere al quesito. Secondo lei questo tipo di atteggiamento faceva sì che gli studenti si sentissero sempre sotto stress e poteva inibirli nel chiedere risposte ai loro problemi perché sapevano che prima di rispondere, io avrei ributtato la responsabilità della risposta sugli altri loro compagni di classe. Io controbattevo che questo mio atteggiamento aiutava a diminuire la loro tendenza a vedermi come il punto centrale della classe, sia come sapere sia come potere, e di conseguenza seminare i semi dell’autonomia sia individuale sia della classe e inoltre creava delle situazioni autentiche dove gli studenti potevano mettere in pratica la lingua senza aver paura che qualcuno li fermasse e correggesse in continuazione. Naturalmente tutto questo va visto come un processo e non come qualcosa che si acquisisce dopo una o due lezioni.

Questi erano gli obiettivi del mio laboratorio al Seminario Internazionale, obiettivi che secondo me non ho raggiunto. Ma andiamo per ordine. Il tema del Seminario era “Parlare”. Io ho deciso di andare all’altro estremo e presentare un laboratorio dove non era necessario parlare almeno per gran parte del laboratorio. Per fare ciò avevo bisogno di un altro mezzo di comunicazione e pur non avendo nessuna preparazione in materia, ho scelto il mimo, consapevole che questo avrebbe potuto creare delle difficoltà ai partecipanti. Ho diviso il laboratorio in tre fasi. Sono entrato in classe e senza parlare ho salutato i partecipanti e comunicato che da quel momento in poi l’uso della parola era vietato. Questo ha immediatamente creato un’atmosfera giocosa ed anche forse un po’ di apprensione. La prima fase della durata di cinque minuti consisteva in un ascolto che era un assemblaggio di suoni – passi pesanti, una porta che sbatte, il pianto di un bambino, il telefono che squilla, la sirena di una ambulanza, un treno in partenza. Naturalmente avevo prima messo i partecipanti un cerchio intorno al registratore e li avevo invitati ad ascoltare due volte. Dopo il secondo ascolto, ricordandogli che non potevano parlare, gli ho chiesto di creare un possibile racconto. Dopo un momento di indecisione e di guardarsi intorno tutti hanno cominciato a gesticolare e usare il loro corpo per comunicare il loro racconto. La classe si era trasformato in un palcoscenico multiplo! Dopo un paio di minuti ho tolto il registratore e mimando che questa fase era finita, siamo passati alla fase successiva.

Io avevo preparato una serie di frasi di cui il seguente sono un esempio;

  • an empty box (= una scatola vuota)
  • a bunch of flowers (= un mazzo di fiori )
  • a toy train (= un trenino (giocattolo) )
  • a tight pair of jeans  (= un paio di jeans stretti)
  • an interesting book (= un libro interessante)
  • a red shirt (= una camicia rossa)
  • a crowded bus (= un autobus affollato)
  • a bus ticket inspector (= un controllore)
  • a comfortable bed (= un letto comodo)
  • a jar of nutella (= un barattolo di nutella)
  • a cock (= un gallo)
  • a bank robber (= un rapinatore di banca)

Ne ho preso una a caso e l’ho mimata chiedendo ai partecipanti ad indovinarla, chiaramente in questa fase loro dovevano parlare. In seguito ho invitato loro a fare la stessa cosa finché tutti avevano provato. Quando stavo preparando il laboratorio avevo un po’ di apprensione su questa fase perché non ero sicuro che tutti avrebbero avuto la voglia di mettersi in mezzo, ma fortunatamente tutti i partecipanti si sono lasciati coinvolgere da questo gioco e cosi siamo arrivati alla terza fase del laboratorio che non era altro che una Ricostruzione di conversazione mimata. Il testo è stato preso da un libro di testo per principianti ed era il seguente;

A Good evening. Can I help you?
B Yes, please. Could I have a room for the night?
A Certainly. A single room or a double?
B Single, please.
A Would you like a room with a shower or a bath?
B A shower. How much is the room?
A £72 for the room and breakfast. Would you like an evening meal?
B No, thanks. Just breakfast. Can I pay by credit card?
A Yes, of course. We take Visa and Access. Could you sign the register please?
B Yes, sure. Do you want my address, too ?
A No. Just a signature. Do you have any luggage?
B Just this one bag.
A Here’s your key. Your room number is 311. I hope you enjoy your stay.
B Thanks.

Ho prima mimato il contesto; un uomo con una borsa pesante in mano che arriva davanti ad una reception di un albergo. Stabilito questo ho poi proceduto a lavorare sulle prime quattro battute. Dopodiché ho chiesto ai partecipanti se c’era qualcuno di loro che voleva continuare la battuta seguente, sempre mimando. Ancora una volta il coinvolgimento dei partecipanti è stato ottimo. Dieci minuti prima della fine prevista ho interrotto l’attività e per la prima volta ho parlato, spiegando che il mio obiettivo nel fare questo tipo di laboratorio non era quello di mostrare l’efficacia o meno del mimo come strumento di lavoro, ma piuttosto volevo focalizzare l’attenzione sulla quantità ed anche la qualità del parlato dell’insegnante. Tutti hanno riconosciuto che noi parliamo troppo ma la discussione su questo punto non è andata molto più di là: in quasi tutti i casi si è concentrata sulle attività che avevo presentato e la loro efficacia per ridurre il nostro parlato ma senza entrare nel perché di questo nostro comportamento.

Dopo il seminario, ripensando al mio laboratorio e provando a capire meglio perché non avevo raggiunto gli obbiettivi, sono arrivato alla conclusione che forse le attività che avevo presentato erano state molto coinvolgenti ed era difficile in mancanza di altro input da parte mia come per esempio domande, questionari, ecc., aspettare che i partecipanti staccassero la spina e esaminassero con occhio critico il loro comportamento in classe come insegnanti. Questa probabilmente è stata una delle poche volte in cui ho parlato troppo poco!