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Atti Seminari e Convegni

La programmazione neurolinguistica (PNL)

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Allorché si decise di caratterizzare il seminario del 1996 con l’idea di “gioia dell’apprendimento”, mi venne subito in mente una riflessione: qualsiasi tipo di gioia, al di là del fatto che talvolta può arrivare casualmente o per pura fortuna, nella maggior parte dei casi consiste nella cessazione di uno stato di sofferenza. Mentre in tal senso meditavo, mi ripassavano davanti agli occhi, come in un film, le immagini della mia esperienza scolastica: di me bambino, insomma, poi adolescente e così via. Il disagio di sentirmi costretto nelle strutture rigide dei banchi era la sensazione più ricorrente, seguita immediatamente da un solitario, disperato senso di inadeguatezza di fronte a situazioni di apprendimento particolarmente ostiche. Tutto questo, unito ad una innata timidezza, mi precipitava sovente in una sorta di strana nebulosa esistenziale fatta soprattutto di grande frustrazione.

In vista del seminario mi parve cosa buona partire proprio da questi ricordi e dalla riflessione sul fatto che togliere pesantezza alle situazioni scolastiche più difficili fosse probabilmente l’inizio di un processo positivo per arrivare gradualmente a non soffrire nell’appren¬dere. Sì, perché le situazioni critiche, gli studenti che credono di non farcela e che per questo abbandonano la scuola, esistono ancora e forse aumenteranno, se la sensibilità didattica non saprà ‘andare oltre’ i canonici adempimenti formali, non saprà perforare la pur apprezzabile cortina della preparazione specifica dell’inse¬gnante, per cogliere lo smarrimento, la paura, la solitudine di chi non ce la fa.

Il pensiero di Bandler

Qualche tempo prima del seminario un collega mi suggerì una lettura che, per molti aspetti, io giudico preziosa, ancorché priva di immediati agganci al mondo della scuola e, in particolare, al mondo della glottodidattica. Il libro di Richard Bandler, pubblicato a Roma nel 1986 per i tipi della casa editrice Astrolabio – Ubaldini ha come titolo Usare il cervello per cambiare. È la continuazione di un discorso iniziato tempo prima in una pubblicazione dello stesso autore dal titolo La programmazione neurolinguistica, in cui si anticipano cose, che saranno più ampiamente trattate nel più recente Ristrutturazione, sempre di Bandler. Naturalmente non desidero darvi conto qui di queste opere scientifiche, perché sarebbe un lavoro tanto improbo quanto poco utile nell’economia della presente relazione, che mira soprattutto a raccontarvi il laboratorio da me tenuto nel maggio del 996.

Ma torniamo alla ‘Programmazione Neurolinguistica’ (PNL). Essa è una elaborazione teorica di R. Bandler, il quale si è valso, soprattutto in fase di sperimentazione della collaborazione di John Grinder. Ma che cos’è la PNL? È una teoria secondo la quale esistono tre modalità principali attraverso cui opera l’attività rappresentativa dei dati del cervello: la visiva, l’auditiva e la cenestesica (o del movimento). Ognuna di queste modalità, a seconda di come variano certi parametri, genera delle submodalità; ed è proprio lavorando su queste ultime che si possono ottenere cambiamenti sostanziali nel modo di vivere un’esperienza da parte di una persona e quindi nel suo comportamento.
Bandler, come dicevo prima, non si è occupato mai di problemi scolastici, ma ha utilizzato finora le sue idee esclusivamente a scopo terapeutico, raggiungendo in alcune patologie risultati positivi in tempi estremamente brevi. Per dare un esempio di submodalità, posso rammentare brevemente quelle relative alla modalità visiva: qualcosa, cioè, può essere percepita attraverso la sua collocazione spaziale, la luminosità, il colore, le dimensioni, la distanza, la nitidezza ecc.

Parlando più avanti del laboratorio da me tenuto, darò un esempio di come le suddette modalità si possano utilizzare. Voglio dire, comunque, che, per quanto interessa a noi insegnanti, è la modalità “cenestesica” con tutte le sue varianti, possibilmente ludiche, che andrebbe, a mio avviso, adeguatamente incrementata.

Quando manca energia in classe

Abbiamo visto spesso in classe che un’attività iniziava troppo presto a languire. Bastava però che si uscisse da una certa staticità, formando delle coppie o dei gruppi, e poi portando novità nelle coppie e nei gruppi spostando continuamente le persone, per far ripartire il tutto con slancio, energia ed entusiasmo nuovi. A volte un semplice cambiamento di luogo, di postura può fare miracoli. Dove il miracolo è difficile che avvenga è in quella classe dove ognuno occupa per tempi lunghissimi sempre la stessa sedia e se ne sta lì immobile. Se poi a tutto questo si aggiunge lo sciagurato evento di iniziare ad avere dubbi sulle proprie capacità di apprendimento, presto questi dubbi diventeranno frustrazione, se non fobia. A questo punto l’immobilità nel discente unita alla costante frontalità del docente può solo aggravare le cose. E allora che fare? Per quanto la mia esperienza può suggerire, suffragata peraltro da quella di svariati colleghi, credo che si debbano ‘schiodare’ gli studenti più spesso possibile dalle loro ‘postazioni’, con qualsiasi pretesto, programmato e non, fosse pure cogliendo l’occasione di una semplice domanda del tipo “Come si scrive la parola mela?”, per offrire al discente il pennarello rispondendo “Alzati, valla a scrivere tu”.

Il laboratorio

Per stimolare un po’ più di moto e introdurre al tempo stesso qualche idea di R. Bandler ho progettato un laboratorio utilizzando brani del suo libro Usare il cervello. Ho selezionato da esso 9 frasi che potessero in qualche modo caratterizzare l’idea di PNL e al tempo stesso si avvicinassero il più possibile al mondo dell’apprendimento. Ciò fatto ho riscritto le nove frasi parafrasando un elemento di ognuna, ma senza intaccarne il senso. Le frasi parafrasate le ho divise in due parti ciascuna, riempiendo così 18 buste di mezze frasi e chiudendo bene le buste. Alle 9 frasi originali di Bandler, invece, ne ho aggiunta una presa dalla Logica come pensiero e come rappresentazione di Hegel, ma che aveva un suono accademico-scientifico e quindi facilmente confondibile con le altre ad una prima lettura non proprio profonda. Le nove frasi originali più una spuria formano le 10 frasi (riprodotte nell’allegato che si può vedere alla fine dell’articolo), di cui ho fatto 18 fotocopie. Descrivo ora come si è svolto il laboratorio. Lasciato il gruppo dei partecipanti fuori della classe, ho girato tutte le sedie verso il muro e ho sparso le 18 buste, già mescolate in 4 mucchietti sul pavimento ai quattro angoli dell’aula. Poi ho messo su una bella musica di Mahler e alle prime note i partecipanti sono entrati in aula e hanno cominciato a girare per trovare le buste. Poi ognuno ha aperto la sua e dopo aver letto il suo frammento si è messo alla ricerca del possessore dell’altra metà. Fatto questo, ogni coppia veniva da me, non io da loro, per verificare la giustezza dell’abbinamento. Solo a questo punto le persone potevano sedersi con il compito di cercare di memorizzare la frase intera. Quando tutte le coppie abbinate hanno potuto mettersi a sedere è partita l’attività formale di memorizzazione. Ho dato tre minuti per leggere più volte la frase. Poi, applicando una tecnica di submodalità visiva, ho invitato le persone a collocare visualmente la frase da memorizzare dapprima in un punto lontano dell’aula, in alto a sinistra, e poi ad operare con l’immaginazione degli ingrandimenti della frase ‘fotografata’, quindi, ripartendo da quel punto lontano, ad immaginare la frase avvolta come in una nebbia e pian piano metterla a fuoco. Suggerivo di associare tutto ciò o ad una sensazione piacevole personale o, in mancanza di questa, alla musica di sottofondo che sempre aleggiava nell’aula. Dopo quattro minuti di questi ‘giochini’ ho ritirato tutti i pezzi di carta che le coppie avevano, lasciandole a mani vuote, ma per poco, perché immediatamente ho distribuito i fogli con le nove frasi originali di Bandler con inserita quella di Hegel.

I partecipanti avevano due compiti, uno di memoria ed uno concettuale. Nel primo caso ogni coppia doveva ritrovare tra le dieci la frase precedentemente memorizzata e poi individuare l’elemento parafrasato rispetto all’originale: la cosa ha funzionato, perché tutti, dico tutti, hanno fatto bene e presto questa operazione.

Il secondo compito consisteva nell’individuare quale fosse la frase intrusa nel foglio delle dieci frasi, cioè quella non in linea con quanto si era capito del messaggio di Bandler. Si è lavorato prima in coppie, poi in gruppi di quattro persone, quindi si sono operati scambi di persone tra i vari gruppi. Stavolta, però, le cose non si sono presentate così semplici come per il compito di memoria. Per esempio, è successo che qualcuno venisse da me, ritenendo di avere la soluzione a portata di mano, e mi chiedesse: “È questa la frase intrusa?”. Spesso ho dovuto rispondere di no e subito la consultazione ripartiva fino a quando, uno per uno, i gruppi hanno trovato finalmente la frase di Hegel tratta, come ho già detto, dalla Logica come pensiero e come rappresentazione, Edizioni Laterza-Bari.

Che cosa si è ottenuto con questo “tourbillon” di circa un’ora e mezza? Intanto siamo riusciti ad incuriosirci intorno a Bandler e alle sue idee, lavorando sul suo testo e comportandoci in classe secondo certe modalità da lui descritte. E poi, soprattutto, si è ottenuto, in un’atmosfera oltremodo piacevole, il massimo possibile di movimento. Entrare in classe, cercare le buste, aprirle, gironzolare alla ricerca del partner in possesso dell’altro pezzo di frase, venire da me per verificare l’esattezza delle soluzioni, girare la sedia e sedersi, cambiare posto da un gruppo all’altro per ripartire con una nuova socializzazione : tutto questo ha fatto sì che non ci fosse mai un momento di ristagno e che l’atmosfera fosse leggera ma produttiva. Era proprio ciò che volevo.

Conclusione

Va da sé che il discorso su Bandler andrebbe ancor più approfondito. Oggi come oggi posso dire che non me la sento di sposare così, a scatola chiusa, tutto ciò che esce dalla sua bocca, o meglio dalla sua penna. Ci sono, però, alcuni aspetti della sua esperienza scientifica che stimolano, e non poco, la mia voglia di sapere, di cercare: una grande curiosità, insomma. Mi accontento per il momento della grande mobilità che certe sue modalità possono creare in un’attività didattica.

P. S. Invito il lettore a ricercare tra le frasi dell’allegato qui sotto riprodotto quella intrusa, cioè la frase hegeliana. Buon divertimento.

Testo utilizzato
Bandler, Richard, 1986, Usare il cervello per cambiare, Astrolabio – Ubaldini, Roma.

Allegato
Tutte queste frasi, tranne una, sono state estratte dal libro di Richard Bandler Usare il cervello per cambiare, pubblicato da Astrolabio nel 1986 per la collana “Psiche e coscienza”.

Qual è la frase intrusa? La numero ……..

  1. Esser capaci di usare la mente vuol dire essere in grado di accedere ai dati che già si possiedono, di organizzarli e di utilizzarli.
  2. Quando in un caminetto, nonostante ci sia ancora della legna il fuoco si spegne, basta risistemare le cose, cioè la legna e i tizzoni, in modo diverso e il fuoco riprende.
  3. La PNL, o programmazione neurolinguistica, ha individuato 3 modalità, visiva, auditiva e cenestesica, secondo cui opera l’attività rappresentativa dei dati nel cervello.
  4. Cambiare l’ordine delle sequenze in cui l’esperienza casualmente si accumula ci fa capire sempre più cose.
  5. Per molti è importante cambiare la convinzione di non poter imparare a fare qualcosa, per esempio imparare a parlare una nuova lingua.
  6. Nella maggior parte delle scuole i ragazzi sono obbligati a stare silenziosi, seduti in banchi scomodi e allineati. Quanto ci vorrà prima che comincino a muoversi, ridere, divertirsi?
  7. La memoria funziona di più se è legata ad un’esperienza piacevole.
  8. Se volete veramente ricordare un nome, associatelo a qualcosa di caratteristico in uno dei tre principali sistemi rappresentativi: quello auditivo, quello visivo, quello cenestesico.
  9. Nel mondo che ci circonda c’è tanto di più rispetto a ciò di cui riusciamo ad essere curiosi. Solo questo crescente senso di curiosità ci permette di possedere quell’entusiasmo che rende utile, divertente ed emozionante tanto il compito più banale quanto quello più affascinante.
  10. Il concetto non è rappresentazione o miscuglio condensato di rappresentazioni. Sorge dalle rappresentazioni come qualcosa in esse implicito, ma che deve farsi esplicito attraverso la forma non più meramente rappresentativa, ma logica del conoscere.