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Atti Seminari e Convegni

La correzione tradizionale fa sparire gli errori?

Per il laboratorio dedicato quest’anno alla scrittura ho voluto sperimentare qualcosa che ha dato risultati sorprendenti. Ma andiamo per ordine. Siccome ogni laboratorio che si rispetti ha bisogno di materiale autentico, mi sono preoccupato per tempo di raccoglierlo. In una classe del III livello, con circa 180 ore di corso alle spalle, ho fatto produrre a distanza di 3-4 giorni l’uno dall’altro, 3 testi dello stesso genere. Nella fattispecie il genere era fantastico-narrativo. La produzione è stata ottenuta nel modo seguente: per due volte ho fatto rilassare gli studenti e poi, verso la fine del rilassamento, davo uno stimolo molto sintetico. Quindi partiva la fase di scrittura. Gli studenti aprivano gli occhi, prendevano foglio e penna e iniziavano la produzione scritta. La terza volta ho dato a ciascuno una fotocopia raffigurante uno strano uccello con la testa di uomo munita di cappello a cilindro e, senza aggiungere altro, li ho pregati di scrivere una storia che avesse quella strana creatura per protagonista. Ogni volta ho dato 40 minuti per scrivere e 10 in più soltanto a chi, avendo una brutta copia poco leggibile, volesse metterla in bella. Ho corretto soltanto le prime due produzioni lasciando la terza non corretta ad uso del laboratorio, come una specie di prova del nove. Le correzioni da me operate sono state tradizionalissime, fatte, cioè, segnando gli errori e correggendoli contestualmente.

Va da sé che, mentre procedevo nell’esame dei testi, nella mia mente cominciavano ad affollarsi varie considerazioni, fra le quali due, che però non voglio anticipare per farle, invece, alla fine di questa breve relazione.

E veniamo al seminario di maggio. Nel laboratorio da me condotto erano presenti 15 colleghi che hanno lavorato per 90 minuti circa. Ho dato loro le fotocopie non corrette della prima produzione che ognuno doveva correggere; poi un foglio bianco con uno schema da riempire, di modo che fosse registrato ogni errore, la relativa correzione e la classificazione metalinguistica del tipo di errore. Ogni collega ha lavorato per circa 8 minuti da solo e poi ha socializzato il suo operato in un gruppo di 3 persone per un tempo press’a poco simile.

Con la stessa modalità si è operato con la seconda e poi con la terza produzione. A questo punto ha allargato a 5 persone il gruppo di socializzazione e ho posto la seguente domanda: “La correzione tradizionale fa sparire gli errori?”

Dopo 10 minuti circa di discussione è uscito un grosso “No!!”, all’unanimità. Ora non so se in questo coro unanime ci fosse qualche allineamento di comodo, così, tanto per non apparire stonati oppure retrò. Comunque, tant’è.

Il laboratorio prevedeva, come punto conclusivo, l’arrivo da altri laboratori, contemporanei ma differenti, di 6 colleghi con relativa spedizione in quelli di 6 dei nostri.

Anche quest’ultimo momento di socializzazione è stato vivace, abbondante e proficuo. Voglio adesso tirare qualche conclusione partendo proprio dalle due considerazione lasciate in sospeso alcune righe fa. Confrontando i lavori prodotti dagli studenti, ho notato, come accennavo, due fenomeni:

  1. Anche se il numero degli errori era diminuito, ma di poco, la tipologia degli errori non era scomparsa affatto.
  2. Appena gli studenti si sono accorti che i loro lavori erano soggetti ad un controllo a dir poco spietato, hanno cominciato a produrre di meno.

Devo dire, onestamente, che il secondo “inconveniente” mi ha fatto meditare molto più del primo, perché rappresentava il fallimento della scrittura. Scrivere, a mio avviso, vuol dire appropriarsi o riappropriarsi del piacere di vedere il proprio mondo interiore proiettato in tutta la sua ricchezza sulla carta, così in libertà, senza condizionamenti; una sorta di epifania dello spirito che si fa segno, parola, che fissa, dapprima in modo incerto e poi via con sempre maggiore competenza, vibrazioni, emozioni, immagini, vita insomma. La gioia della permanenza contro l’effimero dell’oralità.

Per ottenere tutto ciò, però, l’autorità deve ridimensionarsi, rinunciare a quel ruolo di GRANDE CONTROLLORE che tradizionalmente viene assegnato all’insegnante.

In pratica suggerirei di non correggere le produzioni scritte degli studenti nel modo pedante da me usato nell’esperimento, ma di favorire altre forme di revisione. Me ne vengono in mente due:

  1. Revisione fra pari in classe in cui ogni coppia lavora nel seguente modo: solo l’autore del prodotto scritto ha la penna in mano e decide se operare le correzioni suggerite dal partner.
  2. Revisione da parte dell’autore che, a casa, modifica, corregge ogni irregolarità e riscrive da capo il testo. L’insegnante lo osserva e poi suggerisce una seconda, una terza, anche una quarta revisione, sempre con la stessa modalità, senza mai imbrattare il lavoro dell’allievo.

Nella mia quotidianità io opero tranquillamente sia con la prima che con la seconda modalità. Aggiungo però subito di avere una preferenza per la seconda, perché:

  1. ho notato che non c’è nessuna flessione in termini di ricchezza e di abbondanza quando chi scrive si sente libero.
  2. Ho notato altresì che, nel tempo, non solo si affina l’abilità di esprimersi scrivendo, ma tante irregolarità spariscono.
  3. Trovo più autentico e normale che la persona che scrive un testo lo riveda da solo, mediti da solo sul suo prodotto, invece di farlo diventare un “happening” di comitiva.

Considero quindi l’esperimento presentato a mo’ di provocazione nell’ultimo laboratorio pienamente riuscito. Amen.