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Il tema argomentativo

Ovvero: giochiamo ad essere seri

Alla riunione in cui si erano divisi i compiti non c’ero, ero malata. Così, non avendo granché le idee chiare su cosa avrei preferito fare al seminario, mi sono ritrovata a scegliere sul “banchetto dell’usato” tra il poco rimasto. Con il naso arriccia­to ho scelto: Il Tema Argomentativo. E subito mi è passata nella mente la sequenza del film della mia carriera scolastica dalle scuole elementari al liceo e ho sentito di nuovo tutte le sensa­zioni che accompagnavano l’esperienza di scrivere su un tema dato: la paura di non avere abbastanza da dire, la paura di non riuscire ad organizzare bene le eventuali idee in un discorso coerente e chiaro, l’ansia del tempo, il timore del giudizio finale dell’insegnante sul contenuto e sulla forma, il problema dello stile adatto e omogeneo per tutto lo scritto. Così mi sono pensata, io, studentessa, e subito dopo mi sono resa conto che stavolta non avrei avuto quel ruolo ma l’altro, quello, non direi  temuto, ma vissuto come un po’ castigatorio e comunque normativo. Questa volta l’insegnante ero io. Non che fosse la prima volta che proponevo agli studenti di scrivere su un tema, ma il fatto che questa esperienza dovesse risultare materiale per il semina­rio ne ha fatto naturalmente una occasione di riflessione parti­colare. Presa tra queste due realtà, di studentessa di prima e di insegnante di ora sentivo un po’ di impaccio e malessere. Era un po’ come se la studentessa avrebbe potuto prendersi una rivin­cita consigliando l’insegnante nella scelta della modalità di proporre l’esperienza di scrivere un tema. La mia studentessa aveva la possibilità di dialogare con la sua insegnante e in modo discreto suggerire qualcosa di diverso da quello che le era sempre stato richiesto di fare, e l’insegnante poteva prendersi il piacere di fare una proposta  più “leggera”, meno legata a ciò che si deve fare e più a ciò che si può fare: una proposta, appunto.

Dal dialogo tra queste due parti di me, è nata l’idea di come avrei potuto trattare un tema argomentativo. Sono stata contenta di questo percorso perché alla fine ero un pochino più “intera” come persona, più integrata. Come insegnante il mio obiettivo era quello di far scrivere di getto gli studenti su un tema scelto da me per trenta minuti. Come studentessa sapevo e ricordavo il terrore di potermi trovare di fronte ad un tema senza o con poche idee. Come insegnante dovevo quindi cercare di evitare questo. La mia soluzione è stata quella di pensare di creare una situazione dialettica tra gli studenti in modo che il tema pre­sentato fosse oggetto vero di dibattito, cosicché tutti  sentis­sero la necessità di esprimere un’opinione. Tutti e non soltanto quelli che lo fanno normalmente perché gli viene più facile farlo e si comportano normalmente così nella loro vita e nella loro lingua. Questo avrebbe dovuto evitare che qualcuno restasse senza aver niente da dire, mentre per tutti sarebbe stato un buon modo per scambiare opinioni, arricchirle, apprezzare le diversità e, dovendo difenderle, rinforzare le proprie convinzioni. Per avere poi lo scritto dovevo creare il motivo perché si trovassero nella necessità di esprimere la loro opinione per scritto senza che questo risultasse essere necessariamente una forzatura. L’altro fattore necessario alla buona riuscita era che il tutto fosse contenuto in un tempo sentito come  “naturale”, un ritmo armonico.

Al momento avevo una classe di livello intermedio di 7 studentes­se e 4 studenti di differenti nazionalità e anche molto diversi tra di loro per cultura (Europa occidentale, Europa dell’est e Asia). La classe lavorava bene e c’era un buon affiatamento. Potevo quindi contare su un buon clima e l’interesse reciproco, ingredienti non solo piacevoli ma indispensabili per l’attività come l’avevo ideata. Per la scelta del tema da proporre avevo alcune idee ma alla fine ne ho scelta una che ho pensato sarebbe stata di sicuro effetto: la destinazione di un numero pari di posti in Parlamento a donne e uomini. Devo confessare che la parità uomo-donna tout-court è un tema trito e ritrito, per niente originale, non neces­sariamente interessante perché può facilmente essere banalizzato o affrontato nei suoi aspetti più superficiali. Insomma può non incontrare l’entusiasmo degli studenti a discuterne. Ma ho valu­tato che la classe  nel suo insieme e nei singoli individui avrebbero accolto bene e senza troppi sofismi la mia proposta. Per fortuna non mi sbagliavo, avevo valutato bene. Una buona valutazione credo sia necessaria perché ciò che funziona con un gruppo può non funzionare con un altro; credo di affermare una cosa piuttosto ovvia anche se talvolta la sottovalutiamo e sof­friamo (noi e gli studenti) per un insuccesso che avrebbe potuto facilmente essere evitato.

Il prossimo problema era quello di presentare l’argomento in modo “simpatico”, in modo che la discussione partisse subito. Temevo che un inizio debole avrebbe pesantemente compromesso il tutto, avrebbe fatto cadere subito il livello di animazione.

La lezione era cominciata alle 9.00, alle 11.00 abbiamo fatto una pausa. Tornati in classe, dopo qualche secondo, al primo silen­zio ho annunciato: “Siete abitanti di questo paese” e contempora­neamente scrivo alla lavagna a lettere grandi “STRAVAGANDIA”. Sento brusio e risatine, ho capito di aver colto nel segno. L’ef­fetto di straniamento era cominciato: quel nome li aveva fatti entrare in una dimensione altra, mi avevano creduto, avevano accettato il gioco e le sue regole.

Ho continuato: “Stravagandia è un paese libero e democratico. In questo momento c’è una grande discussione sulla proposta di cambiare alcune regole che riguardano la vita pubblica. Una delle proposte di cambiamento è quella di destinare, in Parlamento, un numero pari di posti a donne e uomini. Perché possa però diventa­re la nuova regola è necessario confrontare le opinioni e trovare un accordo. Voi siete qui, in parlamento, per discuterne. Ognuno di voi rappresenta parti dell’opinione pubblica, le persone che vi hanno delegato a far sentire la loro voce. Quindi ricordate che di ciò che sostenete e di come lo sosterrete siete responsa­bili di fronte ad altri, nel difendere la vostra idea state difendendo anche quella di folti gruppi di persone. La cosa importante è che motiviate la vostra posizione. Discuterete in due mini-parlamenti.”

Ho detto i nomi degli studenti che avrebbero formato il primo gruppo e gli ho detto di disporsi in cerchio in una metà dell’aula.

E la stessa cosa con gli altri. È partita subito una Produzione libera orale animatissima che è durata 25 minuti.

La discussione era ancora animata allo scadere del tempo e questo è utile anche se si potrebbe avere la sensazione che interrompere sia un peccato perché “non hanno ancora finito”. In realtà non devono finire, altrimenti c’è il rischio che tutta l’energia e l’entusiasmo scemino.

Ho dato lo stop, poi ho detto: “La seduta sarà aggiornata ma voi non ci sarete, ci saranno altri delegati. Dovete quindi lasciare loro le vostre idee, riflessioni, conclusioni per scritto. Quindi gli ho dato un foglio con questo titolo già scritto:

Le donne sono ‘L’altra metà del cielo’ ma non occupano molti posti in politica. Presenta qui sotto la tua posizione a favore o contro la proposta di riservare alle donne metà dei posti nel Parlamento di Stravagandia.

Gli ho chiesto di disporsi in semicerchio, gli ho detto che potevano usare il dizionario o chiedere a me per le parole non conosciute e che avevano 30 minuti di tempo.

Onestamente mi aspettavo un minimo di proteste del tipo “uffa! era meglio parlare! Non mi va di scrivere! Ho già detto tutto e non ho voglia di ripetermi. ecc.. ecc…” Niente di tutto ciò! È bello sentirsi corrisposti così! Magari non succede sempre, è vero ma meditiamo, meditiamo sul perché! Stavolta è andata bene, forse perché  “avevano sentito” che mi serviva per il seminario! E probabilmente avevo concertato il tutto in modo piuttosto con­vincente. Insomma hanno scritto di getto e d’impegno per 30 minu­ti, mi hanno chiamato solo pochissime volte, solo due studenti hanno finito con 3 o 4 minuti di anticipo sul tempo dato. Gli ho detto : “Avete ancora qualche minuto. Forse potete rileggere”. Dal filmato si vede come la penna sul foglio bianco parta subito per tutti. Sono tutti pronti, con qualcosa da dire, senza timore del foglio bianco, non sono soli perché ancora pieni della di­scussione appena conclusa. L’insegnante è a disposizione, il tempo dato è ragionevolmente contenuto, sanno che non seguiranno valutazioni né sul contenuto né sulla forma. Hanno già avuto qualche esperienza di Produzione libera scritta di altro tipo, magari seguita da una attività di editing (vedere, per esempio, l’articolo di Silvia De Angelis in questo volume). Sanno quindi che se intervento ci sarà, sarà ad opera loro, sempre con l’insegnante consulente. Su questo scritto non abbiamo fatto nessun lavoro di editing.

Mi si obietterà che è andato tutto troppo liscio, che è stato un caso, che la realtà è meno rosea, ma penso davvero che se gli ingredienti sono quelli giusti la torta dovrebbe riuscire buona. Provo a riassumerli:

  1. scegliere un argomento che si presta a una buona discussione che potrà essere più o meno polarizzata. Si può partire da una esposizione verbale, come ho fatto io, oppure da un articolo di opinione, di cronaca, oppure da un ascolto o da qualsiasi altra cosa che solleciti l’espressione di pareri diver­si. È sempre bene “personalizzare” la scelta rispetto alla classe.
  2. Avvalersi se è possibile di qualche espediente che tolga un po’ di realtà, pur chiedendo agli studenti di rimanere fortemente nel reale e concreto. Io ho inventato il nome di un paese e sono convinta che la possibilità di essere se stessi in un mondo della fantasia permette di sciogliersi di più, ti dà più coraggio di esporti a dire la tua.
  3. Trovare un buon motivo per mettere per scritto ciò di cui si è discusso: io gli ho dato come motivazione il fatto che loro non ci sarebbero stati e che altri delegati avrebbero avuto bisogno, per esprimersi a loro volta, di leggere le opinioni degli altri. Ora, se ci pensate bene, questo è anche poco verosimile ma non lo è stato per loro non perché siano stati dei beoti, ma perché hanno accettato un certo gioco e con questo tutte le stramberie che questo prevedeva.
  4. I tempi contenuti, tollerabili. 5) Il sentire che ciò che è importante è “esserci”, esprimersi. Sulla forma si può intervenire dopo per migliorarla, ma l’atto dello scrivere è una creazione propria, è il meglio che ognuno ha potuto fare in quel momento. L’importante è lasciare il segno per dire: “io la penso così!”.  6) Un/una insegnante che esponga i vari compiti passo dopo passo senza anticipazioni o commenti. La sua sarà una presenza discreta ma forte; in fondo è lui/lei che ha predisposto l’attività e ne guida i passaggi. 7) Ultimo ingrediente: buone vibrazioni e affettività nella classe perché tutti, anche i più timidi o scettici si trovino di fronte un pubblico tollerante, veramente  interessato all’opinione di ognuno.

Questo è naturalmente solo uno dei tanti modi per presentare un Tema Argomentativo. Io mi sono divertita tanto quanto loro. La studentessa che è in me ha guardato la sua insegnante con occhi di simpatia e gratitudine.

Nel laboratorio tenuto al seminario non sono venuti commenti specifici da parte dei colleghi. Sarebbe bello che in futuro potessimo continuare a scambiare idee sulla realizzazione di  questo tipo di Produzione Libera Scritta.