Enter your keyword

Atti Seminari e Convegni

Giocare ai giornalisti senza pena e senza fatica

Scrivere su argomenti che ci stanno particolarmente a cuore senza limiti né di spazio né di tempo (2 settimane mi sembrano la durata ottimale, per non mettere ansia e allo stesso tempo non indurre a un rilassamento eccessivo) è un’esperienza coinvolgente e ideale per spingere al massimo la nostra interlingua.
E allora perché parlare di pena e fatica? Quando vedo un titolo del genere, come capita spesso su vari manuali, mi viene subito da torcere il naso. Sono scettica. Sono sempre stata educata all’idea che nella vita bisogna “soffrire”. Chi osserva le espressioni a volte sottomesse degli studenti alla proposta di scrivere un giornale potrebbe dedurne che anche loro la pensano così. Ciò nonostante vi assicuro che è possibile cimentarsi con facilità in questo gioco, perché per me è di questo che si tratta .

Un gioco
Al tempo in cui si giocava a fare i grandi e cioè da bambina, approfittando di un lungo sciopero della scuola pubblica, la mia amica ed io avevamo deciso di inventare un giornale, il giornalino della nostra scuola. Noi ne eravamo le uniche redattrici. Ci lavorammo per alcuni giorni e sicuramente l’impresa richiese un notevole dispendio di energie da parte nostra, ma non ho alcun ricordo di stanchezza. Ho ben presente invece l’entusiasmo trascinante e l’orgoglio e la soddisfazione finali.
Sono questi ricordi che mi hanno convinta, innanzi tutto, della fattibilità dell’operazione. Se ci siamo riuscite noi a 11, 12 anni con a disposizione solo fogli, matite, colori e una vecchia macchina da scrivere che utilizzavamo rigorosamente ed esclusivamente con gli indici e con la lingua stretta tra le labbra, a maggior ragione ci possono riuscire i nostri studenti, in prevalenza adulti. Tutto sta nell’indurli a ritornare un po’ bambini per giocare ai giornalisti.
In secondo luogo mi hanno convinta che ne vale la pena, perché il risultato è sempre molto gratificante. Solo in seguito ho analizzato la molteplicità dei vantaggi che questo lavoro offre sotto un profilo prettamente didattico e linguistico.

Le varie fasi del giornalino
1) Riunione del gruppo di redazione (durata indicativa: 30 minuti)
Potrebbe essere concepita come una normale conversazione libera o meglio un role-play, in cui dei giornalisti rimasti disoccupati hanno il compito di creare una nuova pubblicazione. È importante definire chi saranno i lettori di questa rivista, ad esempio gli altri studenti della scuola, per dare un indirizzo concreto alla discussione. L’obbiettivo principale rimane comunque il brainstorming, una ricerca e un confronto d’idee che spesso implicano momenti silenziosi di riflessione. Non viene privilegiata invece la pratica della lingua parlata. Di conseguenza non sempre gli studenti sono divisi a coppie per far sì che abbiano un maggiore spazio individuale di parola, come sarebbe opportuno in una conversazione libera. Dipende dalla dimensione della classe. Nell’ultima classe avevo 9 studenti. Inizialmente ho quindi costituito 2 sottogruppi, uno di 4 e l’altro di 5, in modo che ci fossero abbastanza proposte e argomenti da esaminare e che i redattori non si sentissero intimiditi nell’esporre il proprio pensiero. Poi li ho fatti riunire in un unico gruppo. Ritengo importante, per la riuscita del progetto, che si crei una solida identità di classe, perché così gli studenti non esiteranno a cercare una forte collaborazione tra di loro. In quest’ultima parte, a meno che nel gruppo non ci sia un leader, è necessario a volte incoraggiare i singoli partecipanti a precisare concretamente il proprio progetto. A questo punto il più è fatto.

2) Inizio della stesura degli articoli in classe (durata indicativa: 40 minuti)
Le prime volte avevo lasciato che i ragazzi redigessero i loro pezzi a casa. Naturalmente solo alcuni mantenevano l’impegno, mentre gli altri rimandavano sempre al giorno seguente, dilatando all’infinito i tempi di realizzazione. La soluzione è semplice, basta farli scrivere in classe. Non è necessario che arrivino alla conclusione nello stesso giorno, è sufficiente che inizino per avere sotto i loro occhi un primo risultato materiale e rimanerne inevitabilmente coinvolti.

3) Completamento degli articoli ed eventuali ricerche a casa.
Dedicata agli studenti più volenterosi, questa fase è assolutamente facoltativa. Sono rimasta sorpresa da come, in alcuni casi, questi liberi “compiti a casa” sono stati svolti con inaspettato entusiasmo. Due ragazze, ad esempio, armate di registratore sono andate in giro per Roma ad intervistare la gente del posto su cosa pensassero dei turisti stranieri. Un’altra ha disegnato un’intera pagina di fumetti sull’avventura di due ragazze straniere per le strade di Roma, argomento che sembra andare per la maggiore. Un’altra ha esposto le sue meditazioni filosofiche sui ponti della città, impresa che richiede tempo e tranquillità e dunque poco fattibile in classe.

4) Correzione delle bozze.
È la fase più lunga e articolata. Non impongo nessun obbligo in questo senso. Chiarisco semplicemente fin dall’inizio che io non correggerò minimamente i loro lavori. Li invito a consultare le grammatiche e i dizionari e comunque mi metto a completa disposizione come consulente linguistica, rispondendo a loro precise domande. L’orgoglio personale e il desiderio di non fare brutta figura li incita ad una continua ricerca della forma che considerano più appropriata. Il confronto con compagni ogni volta diversi li incoraggia ad apporre modifiche e a riflettere su aspetti della lingua di cui non erano consapevoli o che magari ritenevano già acquisiti, ma che evidentemente non lo erano. Il mio non intervento li spinge a dare il meglio di sé. Sanno che il giornalino sarà letto da un certo pubblico e tengono a dare l’immagine più dignitosa possibile del loro operato.

Alla drastica decisione di non correggere per nulla sono arrivata per gradi. Le prime volte, data la reazione degli studenti e probabilmente la mia convinzione ancora traballante al riguardo, avevo cercato una via di mezzo.
In una classe, infatti, gli allievi avevano posto come condizione la mia correzione, altrimenti si sarebbero vergognati di pubblicare i loro errori. Perciò avevo pensato a un’attività di gruppo, alla quale partecipavo anch’io, in cui ognuno, con le copie dei vari articoli sotto gli occhi, poteva intervenire. In realtà la revisione si è risolta in un monologo da parte mia e in un’inutile e penosa sollecitazione a far partecipare attivamente i ragazzi.
Siccome non dobbiamo dimenticare che al di là del gioco lo scopo primario dell’attività rimane l’apprendimento della lingua, ho deciso che se un caso simile mi si dovesse ripresentare non esiterei ad interrompere l’esercizio. Se gli studenti non riescono ad abbandonarsi allo spirito ludico e non mostrano il minimo interesse a pubblicare un loro giornalino nonostante gli articoli siano già pronti, pazienza. In fondo, a questo stadio si tratterebbe pur sempre di concludere un’attività di scrittura come le altre.

Questa quarta fase, invece, offre in più l’opportunità di approfondire la capacità di individuazione degli errori e di analisi e ricerca nella lingua. Anche nell’ultima classe, il cui giornalino è stato poi presentato durante il seminario, gli studenti sono rimasti interdetti al mio annuncio. Ma in un quadro in cui si cerca continuamente di sdrammatizzare l’errore e anzi di dargli rilievo come elemento costruttivo di evoluzione dell’interlingua non ho avuto difficoltà a fargli accettare la validità delle mie argomentazioni. Sapevano che il risultato non sarebbe stato perfetto, però sarebbe stato tutto loro. Con mia grande soddisfazione e senza che dovessi mai forzarli ci hanno lavorato per 5 ore abbondanti ripartite in 5 giorni.

5) Impaginazione e pubblicazione (durata indicativa: 60 minuti)
Disponendo di più mezzi mi sono offerta di trascrivere al computer gli articoli, ma non penso che sia indispensabile farlo. Ho fornito i fogli, le forbici, la colla, ho fotocopiato, insomma sono diventata un fattorino al loro servizio. È stato interessante osservare come molti tenessero ad apparire in prima pagina, motivo di prolungate discussioni.

Due trucchi

Il primo trucco sta nell’essere realistici. Non è realistico, per esempio, aspettarsi che gli improvvisati redattori elaborino idee interessanti e magari divertenti senza avere il tempo di rifletterci. E la riflessione è un procedimento intellettuale che, pur essendo complesso, visto dall’esterno sicuramente non ha un aspetto dinamico, ma va rispettato. Non ci si deve lasciare ingannare dalle apparenze. È inutile aspettarsi immediati salti di gioia. La lentezza e le titubanze nella fase di progettazione sono fisiologiche, almeno stando alle esperienze anche di un mio collega e di mio marito, che insegnano l’inglese in Italia ed hanno sperimentato la stessa attività. Alle esitazioni iniziali seguono spesso risultati finali sorprendenti.
Un altro trucco sta nell’avere ben chiaro in mente e non dimenticare mai qual è lo scopo vero del gioco, lo scrivere. Quindi il fatto che il programma sia effettivamente portato a termine o meno è assolutamente secondario, se comunque gli studenti hanno avuto l’occasione di sperimentare le loro potenzialità di scrittura.

Possibili difficoltà e soluzioni

Alcuni colleghi mi hanno confidato che trovano lo scrivere noioso. Gusto legittimo. Probabilmente questa mancata passione non li aiuterà a trasmettere agli allievi entusiasmo, ma non è detto che ciò sia indispensabile. In fin dei conti gli stessi colleghi sanno far scrivere gli studenti offrendo altri stimoli più o meno elaborati. Perché non provare anche questo?

L’importante è metterli nella condizione di cominciare. L’entusiasmo affiora solo quando dalle idee si passa all’azione e avendo sotto mano le prime bozze ci si rende conto che non è poi così difficile come era parso e che forse si riuscirà veramente a inventare qualcosa di carino e interessante. Uno degli ostacoli iniziali, infatti, è la mancanza di fiducia nelle proprie capacità.

I primi a pensare a una fatica immane sono, e non c’è da stupirsene, i diretti interessati, gli studenti. Una spinta iniziale è quindi opportuna, ma più che spinta la chiamerei determinazione. La parte essenziale è l’avvio della stesura degli articoli, il resto praticamente viene da sé.

È vero che a prima vista un giornalino di classe si presenta come un compito arduo, impegnativo, che non si esaurisce in pochi minuti o per lo meno in una giornata, come la maggior parte delle attività che si svolgono in classe, quindi esige un coordinamento ben pianificato. Questo può intimorire non solo gli studenti, ma anche e forse soprattutto gli insegnanti che si dovranno far carico dell’organizzazione dei lavori. Nelle scuole dove si insegna a studenti stranieri la fisionomia della classe cambia con una certa rapidità. Partenze e arrivi di nuovi elementi possono verificarsi nell’arco di una settimana. Io nomino un redattore del gruppo “responsabile dei manoscritti”, anche di quelli i cui autori sono già partiti e poi coinvolgo subito i nuovi arrivati facendoli scrivere su un tema di loro scelta. Quindi mentre alcuni redigono un pezzo può succedere che altri correggano le bozze.

In passato alcuni giovani allievi hanno reagito alla proposta del giornale dicendo semplicemente che non era possibile attuare un’idea del genere. La meta gli appariva irraggiungibile. Da qui l’idea di distribuire durante la prima fase, nelle classi che sembrano mancare d’iniziativa o di creatività o più verosimilmente di quella fiducia in se stessi cui ho accennato prima, qualche giornalino realizzato in precedenza. Le copie hanno il doppio scopo di dimostrare che “si può fare” e che anzi loro possono fare meglio. Non vanno mai presentate come esempi da seguire, ma da superare, cioè come elementi di sfida. Dei colleghi hanno avanzato la critica fondata che i giornalini di altre classi non facciano che rallentare o addirittura ostacolare l’avvio dell’attività vera e propria, difatti la lettura individuale va a detrimento del dialogo. Sono d’accordo per quanto riguarda il rallentamento, mentre non li ritengo un ostacolo, ma piuttosto punti di riferimento concreti sui quali fondare delle critiche, in positivo o in negativo, o anche un rifiuto comunque costruttivi. In futuro distribuirò le copie il giorno precedente, perché le leggano con comodo a casa oppure durante la pausa come semplici curiosità. Spesso infatti i giornalini sono di piacevole lettura, originali e divertenti.