Enter your keyword

Diario

Tutto  è cominciato più o meno un anno fa, quando con i colleghi abbiamo  cominciato a pensare a quello che sarebbe stato  il Seminario ’95: quali attività presentare, quali  sperimentare e con quali tempi e modi, ecc. Si parlò anche delle varie fasi di ogni possibile attività, compresa quella di riscrittura finale, detta anche bella copia, fase di cui spesso sottovalutiamo l’importanza alla conclusione di un’attività di Produzione libera scritta.

Eppure,  pensavo, non sempre riscriviamo in bella, anzi ci sono situazioni in cui scrivere non prevede alcun tipo di revisione, se non in vista di un’eventuale pubblicazione, ad es. quando scriviamo per fermare sensazioni, ricordi e pensieri e l’unico destinatario del nostro scrivere siamo noi stessi.  Pensavo, in sostanza, a quello che potremmo definire un diario personale. Fu  così che mi venne ufficialmente chiesto di presentare al Seminario un’attività in cui la classe fosse motivata a scrivere un diario personale.

Sembrava facile! Per esperienza so che la decisione di tenere o no un diario è molto personale e non avevo la più pallida idea di come proporre questo tipo di scrittura senza risultare impositiva e invadente. Pensavo, inoltre, che l’idea di un diario potesse funzionare meglio con gli studenti, diciamo, di “lungo corso”, piuttosto che con gli altri, che costituiscono forse   la maggioranza, che spesso rimangono nelle nostre classi solo poche settimane. Scrivere questo tipo di testi nasce da un bisogno, da un’esigenza  profonda: come rendere un ostacolo superabile il fatto di scrivere in L2, come  far accettare il limite di un’espressione di sé per forza di cose condizionata da  una non perfetta conoscenza della lingua…

Tutte queste domande sono rimaste irrisolte finché non mi sono resa conto di avere la classe ideale per provare (ideale per me, naturalmente, che sentivo la solita resistenza a  misurarmi con una nuova attività); si trattava di  un gruppo di ragazze decisamente omogeneo per livello e interessi, tutte più o  meno “alla pari” presso famiglie italiane, tutte più o meno sui vent’anni. La maggior parte di loro frequentava già da ottobre un corso bisettimanale e potevo dire di aver costruito con loro un buon rapporto: con loro potevo rischiare. Certo, questo non è affatto essenziale alla buona riuscita di una  lezione,  ma indubbiamente contribuiva a tranquillizzarmi.

Trovata la classe, bisognava pensare, ora, a come introdurre la cosa  in modo da dare la maggior motivazione possibile a scrivere di sé e per di più in italiano. Mi sono anche posta il  problema del supporto: dovevo sceglierlo io per ciascuna, per poter avere il massimo della sorpresa, o dovevo chiedere loro di cercare  un  quaderno o altro per poter scrivere  In quest’ultimo caso, però, ci sarebbe stato il rischio “studenti assenti”, e sarebbe venuto meno,  appunto, il fattore sorpresa. Così, approfittando di una svendita ho comprato dei quadernetti che servissero allo scopo, abbastanza simili ma diversi tra loro, in modo da permettere una scelta. Rimaneva  il problema dell’ispirazione: una  proposta “a  freddo” non mi convinceva, così ho pensato  alle mie vecchie agende e le ho riesumate cercando una pagina che andasse  bene. Non so perché non ho pensato a testi  letterari: probabilmente funzionano altrettanto bene, ma, dato il rapporto che avevo  con  la classe, volevo rischiare qualcosa di mio, nella speranza di un maggior coinvolgimento.

A  questo punto il colpo di fortuna: una cugina di mio padre ci regala  per Natale il diario della bisnonna Matilde, scritto tra il 1893 e il 1898, anni in cui la bisnonna aveva più o meno la stessa età delle mie studentesse. La lettura di quelle pagine non sarebbe stata facilissima, c’erano molti sicilianismi (i  passati  remoti) o parole che oggi hanno una diversa ortografia,  ma la classe ormai aveva raggiunto un buon livello e il testo era comunque in  buon italiano. La scelta è stata facile: il suo fidanzamento da quindicenne e i progetti per il corredo da diciottenne erano pagine deliziose.

La scaletta dell’attività è venuta da sé: avrei fatto leggere il diario presentandolo come un regalo che ci era stato fatto e che volevo condividere  con loro, lasciando almeno 10/15 minuti per permettere di leggere e magari rileggere le diverse pagine che avevo scelto, ma senza farne un’attività di  lettura vera e propria. Alla fine avrei chiesto qualche impressione, se avevano  mai letto qualcosa di simile delle loro nonne, se avevano l’abitudine di tenere un diario, per poi, a sorpresa, tirare fuori i quadernetti che avevo nascosto in un angolo chiedendo loro di sceglierne uno. Solo a questo punto avrei detto  che potevano iniziare il loro diario in italiano, che avevano almeno 20 minuti di tempo e che io avrei risposto ad ogni domanda del tipo “come si dice” o “come si scrive”.

Ha  funzionato! Le ragazze hanno apprezzato il “regalo” del quadernetto  (qualcuna alla fine si è pure preoccupata di rimborsarmi la spesa) e questo ha costituito il  primo spunto: hanno subito iniziato a scrivere e per i successivi 20 minuti  non hanno fatto altro. Quando ci siamo salutate, erano tutte  allegre e, mi sembrava, soddisfatte.

Parlando con i colleghi, poi, durante il Seminario, ho avuto modo di riflettere un po’ sui limiti della lezione che avevo organizzato: alla fine, infatti, mi ero limitata a invitare le ragazze a continuare, a casa o dovunque fossero, dicendo loro che sarei stata disponibile ad ogni richiesta di revisione o di aiuto mi fosse stata fatta. Nei mesi successivi, invece, per quanto alcune mi dicessero che continuavano a tenere il diario, nessuna mi ha mai coinvolto, neanche con la classica richiesta di correzione, che forse mi aspettavo. Ora, non è che io volessi a tutti i costi controllare come e cosa scrivessero, ma sapevo che poteva nascere la difficoltà a tradurre in parole italiane i loro sentimenti o altro: volevo solo dare una mano. Pensavo che là dove è più forte l’esigenza di dire qualcosa, si è anche più disponibili ad imparare.

Per tutto questo ho molto apprezzato l’idea di una collega che aveva proposto alla classe di tenere come un diario di viaggio in italiano: anche lei aveva notato che, nonostante la sua manifesta disponibilità, nessuno le chiedeva aiuto, perciò aveva istituito nel corso un momento dedicato esplicitamente a questo, una o due volte a settimana, comunque incoraggiando gli studenti a continuare anche al di fuori della classe. Questa soluzione, in effetti, non solo permette allo studente di consultare in tempo reale l’insegnante ogni volta in cui ne abbia bisogno ma facilita anche l’inserimento delle persone eventualmente assenti la prima volta. Gli studenti, inoltre, si sentiranno più seguiti, anche se l’insegnante non interviene mai senza una loro richiesta, solo per il fatto di vedere ricordato e valorizzato un appuntamento con se stessi, come potrebbe essere, appunto il tempo del diario.

Questo è tutto quello che posso riferirvi della mia esperienza e del confronto con i colleghi che ho avuto modo di incontrare durante il Seminario, ma sono sicura che molti di voi hanno proposto in classe attività simili, e con successo, e che quindi potrebbero aggiungere molto a queste righe. Spero che, attraverso le pagine del Bollettino Dilit, possa continuare lo scambio iniziato durante il Seminario e che possano intervenire tutti coloro che non erano potuti essere presenti. Aspetto le vostre idee e i vostri suggerimenti.

Post scriptum

Vorrei riprendere il discorso dell’ispirazione letteraria, anche se in genere la cosa migliore è proporre qualcosa che si è letto e che ci abbia lasciato un’eco interiore; mi limiterò a segnalare “Diario 1938”, di Elsa Morante, un vero e proprio diario, per quanto dedicato soprattutto ai sogni (Saggi brevi, Einaudi, 1989) e “Quaderno proibito”, di Alba De Cespedes, che è invece un romanzo in forma diaristica, di cui forse ricorderete  la trasposizione televisiva di qualche anno fa (Oscar Mondadori, 1994).