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Sono italiana eppure non suono il mandolino

Sono italiana eppure non mangio tutti i giorni gli spaghetti al pomodoro, non suono il mandolino e non sono neanche mafiosa. “Com’è possibile?”, diranno alcuni di voi (spero molto pochi).
I luoghi comuni possono essere divertenti, danno spunto a molte barzellette; o tragici, come recentemente hanno dimostrato dei naziskin. Certo è che sono delle semplificazioni estreme. Gli italiani hanno sì delle cose in comune, specialmente se confrontati con altri popoli, ma non tutti i connazionali hanno le stesse cose in comune. A questa regola non sfugge nemmeno la lingua. A me che ho l’accento “nordico” in passato è stato chiesto da qualche abitante delle regioni più mediterranee se fossi effettivamente italiana. Confesso che questo genere di affermazioni mi ha messa un po’ a disagio, ma non mi sono lasciata trascinare in una crisi esistenziale. In fin dei conti qualcosa di simile sarebbe potuto benissimo accadere a un meridionale in Lombardia.

Ma allora chi è veramente italiano? Non voglio dilungarmi oltre, dato il delicato periodo storico che stiamo attraversando. Sono contenta però di vivere in un paese ricco di tradizioni e culture diverse e questa diversità la rivendico e penso vada rispettata, perchè non può essere che un elemento positivo di crescita.
Spero che quanto avete appena letto non suoni come un inno nazionale, anche perchè non era nelle mie intenzioni. Quello che volevo dimostrare è innanzi tutto che non siamo tutti uguali e poi che il fatto in sè non è negativo. Può sembrare la scoperta dell’acqua calda, eppure è sorprendente quanto ho potuto constatare durante l’ultimo seminario internazionale a questo proposito.

Descriverò a grandi linee come si è svolta l’attività di cui ero l’animatrice e che era stata presentata semplicemente come “secondo laboratorio”. Infatti per non influenzare i test, cioè gli insegnanti ospiti del seminario, in fase di preparazione abbiamo deciso, tra colleghi, di non raccontare loro tutta la storia fino in fondo. La storia, o meglio lo scopo del nostro laboratorio, era di dimostrare che la comprensione di un testo è un fenomeno soggettivo. Ci siamo ben guardati dallo svelare i nostri propositi anzitempo, non per malizia, ma per amore dell’obbiettività.

Dopo una prima fase di lettura in cui i presenti dovevano cercare in un articolo quelle che personalmente consideravano essere le “parole chiavi”, sono stati formati dei gruppi di discussione.
Il brano prescelto non era d’ordine scientifico, filone che in teoria dovrebbe lasciare poco spazio alle libere interpretazioni. Era invece la lettera di una giovane lettrice a una rivista, in cui la ragazza si lamentava dell’intrusione dei suoi genitori nella sua vita privata. Mamma e papà erano stati tanto indiscreti da osare regalerle un appartamento vicino al loro in occasione del suo diciottesimo compleanno. Il tema senza fine delle controversie tra genitori e figli non ha mancato di coinvolgere, anche emotivamente, gran parte delle persone in aula. C’era, per esempio, chi si sentiva più vicino ai genitori e chi riusciva a identificarsi meglio con l’autrice dell’articolo.

Le istruzioni per i gruppi, scritte alla lavagna perchè non ci fossero dubbi o distrazioni, erano: “Confrontate i risultati e se ci sono differenze spiegate le ragioni della vostra scelta.”
È proprio a questo punto che, secondo me, si è verificato l’avvenimento più significativo di tutto il laboratorio. Le istruzioni mi sembravano abbastanza chiare, eppure la resistenza che vi si è opposta è stata in alcuni casi tenace. “Perché cercare le differenze? bisogna piuttosto cercare di neutralizzarle”. Come dire che le caratteristiche personali non devono essere messe in rilievo, ma bisogna piuttosto cercare di neutralizzarle. Non mi sembra il caso di tirare in ballo Pasolini e la sua teoria dell’omologazione. Sono convinta che dietro a questa ricerca di conformismo non ci fosse nessun disegno diabolico. Al contrario una certa deformazione professionale ci porta forse inconsapevolmente a semplificare e a rendere quindi più funzionali le condizioni di lavoro. E’ certamente più facile insegnare a una classe di studenti clonizzati, perchè anche se fossero 20 o 30 sarebbe come insegnare a uno solo.
Ma questo è un sogno irrealizzabile e anche se qualcuno può affermare di averlo concretizzato e di continuare a concretizzarlo nonostante tutto, mi domando a costo di quali forzature venga raggiunta la tanto sospirata uniformità. Ricordo ancora con un enorme senso di frustrazione come a volte i miei genitori mi chiamassero non per nome, ma semplicemente “bambine”, assimilandomi a mia sorella come fossimo un solo corpo e una sola mente.