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Atti Seminari e Convegni

La qualità del silenzio

Ovvero proposta di osservazione del linguaggio non verbale nel corso di un’attività di Lettura autentica

Per avere del materiale di riflessione che desse informazioni dirette sulla attività di Lettura autentico con le modalità che proponiamo nelle nostre classi alla Dilit-International House, si è pensato di indagare partendo dal punto di vista dei protagonisti, cioè degli studenti. Dato che avevamo bisogno di un confronto con almeno un’altra modalità, in una delle classi della scuola l’attività di Lettura è stata presentata dall’insegnante, fin dall’inizio (primo livello), semplicemente dicendo che avevano mezz’ora di tempo per leggere. Questo è stato chiamato gruppo A. Un’altra classe, sempre dal suo inizio, ha ricevuto dall’insegnante le indicazioni che vengono abitualmente usate da noi per questa attività. Questo è stato chiamato gruppo B.

Arrivati a cento ore complessive di lezione sia di uno che dell’altro gruppo, si è proposta una attività di Lettura dello stesso articolo di giornale e presentata come d’abitudine ai due diversi gruppi con le due diverse indicazioni. Subito dopo l’attività è partita la nostra indagine che abbiamo articolato così:

  1. alcuni studenti di ambedue i gruppi sono stati intervistati per sapere cosa ricordavano dell’articolo appena letto;
  2. a questi studenti è stato chiesto in che modo avevano letto;
  3. a tutti gli studenti dei due gruppi si è chiesto di scrivere quello che abbiamo chiamato diario, che contenesse più o meno le seguenti informazioni:
    1. come si erano sentiti durante l’attività e come si sentivano in quel momento;
    2. che modalità di lettura avevano seguito;
    3. cosa ricordavano dell’articolo letto.
  4. durante il lavoro di lettura ambedue i gruppi sono stati filmati con una telecamera a loro non visibile.

Dei primi tre punti trovate un ampio resoconto in questi stessi atti a cura di Vittoria Gallo, Luisa Guerrini e Rita Luzi. Io scriverò ora sull’ultimo.

Voglio precisare che non pensiamo e che non abbiamo mai pensato che questo nostro lavoro abbia valore di prova. Ne conosciamo e riconosciamo i limiti, però come dice Rita Luzi nel suo articolo, questa è una buona lente di ingrandimento che ci ha dato buon materiale su cui riflettere.

Entrando specificamente nella parte che riguarda i filmati la nostra intenzione è stata quella di provare a trovare, noi per primi e poi con gli amici intervenuti al seminario degli elementi fissi e costanti della comunicazione non verbale degli studenti, seguendo quella che in questo campo viene chiamata ”ricerca esplorativa”, l’unica che non richieda l’utilizzazione di mezzi statistici.

Con i primi tre punti abbiamo domandato di utilizzare il linguaggio e la scrittura come intermediari del pensiero; con questo ultimo mezzo ci è arrivata una informazione non mediata, diretta.
I ”pro” che riguardano le riprese filmate sono che:

  • è stata usata l’aula che i due gruppi occupavano abitualmente;
  • i soggetti erano di entrambe i sessi, di età diverse, di diverse nazionalità (minimo tre continenti per gruppo);
  • i segnali verbali che ci interessavano di più erano la distanza e la postura; queste non richiedono osservazioni ripetute nel tempo.

I ”contro” sono che:

  • è stata usata un’unica telecamera, non permettendo quindi dettagli su soggetti diversi ed interagenti e la relativa analisi attraverso una lettura su video mixer;
  • la strumentazione da noi adoperata (telecamera, nastri, videoregistratore) è del tipo che si trova comunemente sul mercato e non quella usata dai ricercatori nel campo della cinesica e del linguaggio non verbale, che arriva ad una sensibilità di 1/60 di secondo (tachistoscopio,…).
  • non abbiamo potuto realizzare una meta analisi che mettesse a confronto il nostro lavoro con altri sullo stesso argomento realizzati in condizioni differenti, ma con tecniche di ricerca analoghe.

D’altra parte Michael Argyle nel suo Il corpo ed il suo linguaggio scrive a questo proposito: “…le nuove idee scaturiscono spesso come risultato di ricerche informali e meno controllate come gli studi sul campo o in particolari situazioni reali… Queste sono fonti ricche di dati, poiché non escludono nulla a priori, come invece fanno gli esperimenti.”.

Esaurita la parentesi più tecnica, qualche parola sul motivo che ci ha spinto alle riprese ed alla ricerca nel campo del non verbale. Guardando gli altri, nel nostro caso particolare gli studenti, percepiamo qualcosa di loro in modo vago e indistinto che non riusciamo la maggior parte delle volte ad esprimere a parole. È qualcosa del loro mondo che ci comunica attraverso i segnali del loro corpo e di cui non siamo e non sono consapevoli avendo imparato a privilegiare fin dall’infanzia il linguaggio parlato e la razionalità. Watzlawick definisce “segnali analogici” quelli diretti, figurati o che rappresentano una analogia, mentre definisce “segnali digitali” quelli simbolici, astratti, spesso complicati e con tutta probabilità specificamente umani.

Bateson e Jackson precisano che: “Il numero 5 non ha niente in sé che abbia la forma di cinque e la parola tavolo, niente che assomigli ad un tavolo.” Si può dire che ogni comunicazione avviene contemporaneamente su due piani; quello digitale detto piano del contenuto e quello analogico detto piano della relazione.

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I segnali sul piano del contenuto danno informazioni mentre i segnali sul piano della relazione danno informazioni sulle informazioni. I due tipi di segnali possono essere tra loro congruenti o incongruenti. Proprio l’altra sera alla televisione ho visto un noto “opinionista” che dibattendo con altri continuava a ripetere; “Io sono calmo, calmissimo.” e con la postura, il viso, gli occhi manifestava una chiara volontà di aggressione. Qui l’incongruenza era fin troppo evidente.

A questo punto entriamo nel campo dell’interpretazione. Bisogna fare attenzione perché si può essere tratti in inganno da quello che Rosenthal chiama “effetto Pigmalione” cioè dalla mia interpretazione degli atteggiamenti dell’altro, peggio ancora quando agisco di conseguenza alle mie interpretazioni suscitando nell’altro una reazione che conferma la mia idea.

Ad esempio guardando una persona, mi faccio l’idea che è arrogante; mi comporterò con lei come mi comporto con gli arroganti facendo nascere con ogni probabilità reazioni realmente arroganti nell’altro. Così si è avverata la “profezia”. L’effetto Pigmalione è prodotto al 95% circa dai segnali corporei.
Va tenuto presente che si può piangere di dolore ma anche di gioia, che dietro un sorriso ci può essere affetto ma anche imbarazzo o addirittura odio. Quindi grande attenzione e calma nel considerare le nostre impressioni sugli altri, anche se questo è in contraddizione con la velocità di quello che sta succedendo nello stesso momento nel nostro cervello; il nostro cervello in quel momento sta cercando ciò che è riconoscibile e cerca di metterlo in ordine, di completare ciò che è incompleto, il tutto in tempi rapidissimi. Questo processo ci permette di arrivare in un istante da un enorme numero di informazioni raccolte ad una impressione globale su di una persona.

I metodi usati dai ricercatori per l’analisi nel campo della cinesica sono molti e molti diversi tra loro. Per l’approfondimento di tutto ciò vi rimando alla bibliografia.

Tornando al seminario, il filmato è stato proposto in forma ridotta, una selezione di dieci minuti sui sessanta dell’originale ed è stato trasmesso due volte. Prima della visione è stata distribuita la scheda che vedete qui di seguito e che abbiamo chiesto di compilare.

Poi abbiamo creato piccoli gruppi di partecipanti che hanno confrontato le loro schede e le loro impressioni. Al termine è stata distribuita la fotocopia dell’intervista con Marcia Plevin, esperta del settore.
Così si è concluso questo laboratorio e si conclude anche la mia relazione, senza commenti, senza conclusioni, esattamente come ci eravamo proposti all’inizio di questo lavoro.
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INTERVISTA A MARCIA PLEVIN

Marcia Plevin è psicoterapeuta, coreografa, diplomata all’ArtTerapia ltaliana, insegnante e formatrice di Movimento creativo e Danzaterapia

A Marcia abbiamo fatto vedere le riprese che sono state effettuate con la tecnica della “candid camera” a due classi che chiameremo: gruppo A e gruppo B.

  • Il gruppo A ha avuto dall’insegnante solo la fotocopia dell’articolo e mezz’ora di tempo per leggerlo.
  • Il gruppo B oltre all’articolo ha precise istruzioni che vengono date di volta in volta dall’insegnante che conclude l’attività sempre in mezz’ora.
  • Ambedue le classi hanno 100 ore di studio alle spalle.

– L’intervista si è svolta subito dopo la visione e viene riportata integralmente. – Ringraziamo Marcia per la sua gentilezza e la sua disponibilità.
– L’intervistatrice è Vittoria Gallo.

Noi: Che ne pensi?

Marcia: La prima cosa che noto e il rapporto con il vocabolario del gruppo A. È visto ed usato come fonte saggezza e sta lì disponibile pronto per essere usato. La seconda è che il gruppo A sta solo per tanto tempo mentre le persone del gruppo B sono sole pochissimo tempo. È vero che la socializzazione può avere aspetti traumatici perché devono parlare con un altro quando loro stessi non sono sicuri di quello che hanno letto. Ma è anche vero che parlando insieme si capisce di più e meglio. Quando quello che pensiamo esce fuori da noi, parlandone, qualche parte del “puzzle” può trovare il suo posto, possiamo chiarirci le idee. Queste sono le prime cose che noto.

N: Ma secondo te quando le persone del gruppo A parlavano tra loro, perché ci sono stati momenti in cui l’hanno fatto spontaneamente, era per trasgredire o cos’altro?

M: lo sento che l’hanno fatto per consolarsi, per aiutarsi a vicenda; non ci vedo trasgressione. Il gruppo B invece ha un contatto molto naturale, anche se lo fanno per istruzione dell’insegnante. Quando viene dato un tempo per eseguire un lavoro subentra tutta la parte persecutoria: Quanto più tempo sta in questo stato tanto più salgono le tensioni; sto pensando al gruppo A. Nel gruppo B possono capire tanto o poco ma in ogni caso dopo pochi minuti comunicano tra loro.

N: Quindi tu dici che più si allungano i tempi di una attività come questa, senza la è possibilità di confrontarsi con gli altri, aprirsi, ricevere da altre persone, più lo stress aumenta?

NI: Mi sembra di aver visto questo.

N: Ma secondo te a Iivello di percezione del tempo, quale delle due attività che hai visto era più lunga, quale ti ha dato la sensazione di essere più lunga?

NI: La prima sicuramente, il gruppo A. Soprattutto perché i corpi rimangono in una sola posizione, non mutano. Tutti con la penna in mano, tutti chini sul piano di lavoro. Nel gruppo B i corpi cambiano la loro posizione spesso: cambiando modificano anche la loro respirazione. C’è più attività fisica.

N: Probabilmente queste variazioni: leggere, parlare, rileggere, riparlare,… creano una situazione più dinamica.

NI: Si, è cosi. Più possibilità fisiche, più possibilità di parlare, più possibilità di capire. Un altro fattore importante è che sono seguiti. L’insegnante dà loro delle istruzioni: alt, parlare, rileggere, cambiare di posto,… sono più contenuti e più contenti. E come quando ti passa vicino la mamma ogni quattro minuti. Può anche non dirti niente. Può solo passare e toccarti il braccio o i capelli, ma ti fa capire che c’e, che è presente. Nel gruppo A gli studenti e come se sentissero una vocina dentro che dice “Ma dove vai mamma, quando torni?” . Nell’altro gruppo le istruzioni danno una collocazione agli studenti, c’e il contenimento.

N: Puoi dirci qualcosa sulla posizione fisica degli studenti?

NI: Si, nel gruppo A ho notato che praticamente tutti erano in una posizione racchiusa, sembra che abbiano un masso sulla schiena. Dà I’idea di un misto di concentrazione e di difesa. Sanno che sono lì per imparare e devono arrivare alla fine da soli. Come dicevo prima tutti hanno la penna in mano e già questo simbolicamente racchiude l’idea di un lavoro cognitivo; a completare il quadro c’e il dizionario, sempre presente sul piano di lavoro a fianco dell’articolo ed anche questa posizione del dizionario implica un rapporto mentale col lavoro. Nel gruppo B non ci sono questi elementi. Anche se qualcuno aveva la penna in mano non aveva proprio l’aspettativa di scrivere qualcosa. È più un lavoro di intuizione. Devono “fiutare” l’articolo, niente di più, quindi sono meno preoccupati,più leggeri: infatti sono più mobili, respirano meglio, si ossigenano di più. Questo permette loro di essere più ricettivi alle varie fasi dell’attività, a tutto quello che avviene. Molto importante è che parlano con altri colleghi, anzi viene proprio detto dall’insegnante di parlare con gli altri. Possiamo renderci conto dell’importanza di questo pensando a quanto sia importante anche per noi nella vita di tutti i giorni il processo di esternazione dei nostri pensieri. Mentre parliamo con l’altro dobbiamo riorganizzarli, chiarirli e cosi facendo ci chiameremo da soli, molte volte, le nostre idee. Questa è anche la base del la terapia, la cura che parla. Le parole fanno uscire dei pezzi di noi che poi si ricompongono in modo logico e si mettono in relazione tra loro. II gruppo B aveva questo modo di operare. Un’altra cosa molto importante che mi viene in mente sono gli occhi. Quando gli studenti del gruppo A alzano gli occhi vedono gli altri chini sul lavoro, per un tempo lungo. Questo porta solitudine ma anche competitività. Quelli del gruppo B alzano gli occhi e incontrano quelli del compagno con cui scambieranno le informazioni. Non si  sentono soli la competitività è dosata. È da tener presente che il fine di chi impara una lingua è poi quello di mettersi in contatto, di comunicare.

N: Senti, stavo pensando alla differenza di concentrazione degli uni e degli altri… diciamo che lo stress non e sempre negativo.

  • No, infatti.
  • Però nel gruppo A mi sembra che lo stress sia stancante. Nell’altro l’ho interpretato più come stress da concentrazione, uno stress funzionale a quello che stavano facendo. Vale a dire: devo leggere, voglio capire, quindi sono concentrato. Nel gruppo A invece l’atteggiamento mi sembrava più: non capisco questa parola quindi non capisco niente. È come dicevi tu prima. Stanno come se avessero questa masso sulle spalle.
  • Si, si sente proprio il peso, con pochissime eccezioni.
  • Si nel gruppo A c’e uno studente che si comporta in mode un po’ diverso. È un giornalista americano che per la sua professione ha acquisito delle tecniche di lettura negli U.S.A.. È stato formato a leggere concentrandosi sulla prima e sull’ultima parte di un articolo. Quindi lui ha usato questa tecnica per leggere, come ci ha fatto sapere nell’intervista che gli abbiamo fatto.

M: Il resto della classe invece ha un atteggiamento omogeneo. La presenza della penna e del vocabolario li porta a manifestare un pensiero di tipo lineare, sequenziale. II gruppo B mi dà invece l’idea del cielo con delle nuvole the l’attraversano. Se penso a me, quando mi trovo in una città straniera e perdo la strada, preferisco chiedere informazioni ai passanti più complete e poi mi piace di più perché ho dei contatti con gli altri. Altri forse preferiscono cercare da soli. Io preferisco la collaborazione, credo sia più fruttuosa. M i sembra che questo sia tutto.

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Bibliografia

AA. VV., 1993, ‘Aspetto esteriore, identità e importanza della figura umana’ in Attualità in psicologia vol.8 n.4.
Argyle, M., 1978, Il corpo e il suo linguaggio, Bologna, Zanichelli.
Bateson, G., 1976, Verso una ecologia della mente, Milano, Adelphi..
Bateson, G., 1982, Mente e natura, Milano, Adelphi.
Birkenbihl, V., 1991, Segnali del corpo, Milano, Angeli.
Lowen, A., Il linguaggio del corpo, Milano, Feltrinelli.
Rosenthal, R., 1976, Pigmalione in classe, Milano, Angeli.
Watzlavick, P., Beavin, J.H., Jackson, D.D., 1971, Pragmatica della comunicazione umana, Roma, Astrolabio.