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La parola ai diari degli studenti

La terza parte del laboratorio sulle due classi abituate ad affrontare l’attività della Lettura autentica in 2 modi diversi (vedere anche gli articoli di Rita Luzi Catizone e di Luisa Guerrini) prende in esame i diari scritti dagli studenti.
Nei mesi in cui abbiamo formulato l’ipotesi di questo laboratorio, credo che nella testa di ognuno di noi, Rita, Claudio, Luisa e la sottoscritta, sia balenato almeno per una volta l’atroce dubbio: e se nel diario sull’attività svolta gli studenti scrivessero che questa, così come noi la proponiamo è stressante, noiosa, inutile, inefficace?

I partecipanti al Seminario vengono divisi in due gruppi. Uno ha sotto mano i diari della classe di studenti che ha avuto dall’insegnante, come consegna: avete trenta minuti per leggere il testo. L’altro prende in esame i diari di coloro che sono stati formati a leggere con una modalità che, di spontaneo non ha assolutamente nulla.

In questa prima fase del lavoro ogni persona ha circa tre diari, di tre studenti diversi e nessuno di loro sa a quale delle due classi prese in esame appartengano i testi che hanno tra le mani. L’unica cosa che sanno è che agli studenti, dopo l’attività di lettura, è stato chiesto di rispondere, per iscritto, a queste tre domande:
1) come stai psicologicamente?
2) come hai lavorato?
3) cosa hai capito?
che sono state il filo conduttore delle interviste registrate ascoltate ieri pomeriggio.

La nostra richiesta, a ciascuno dei due gruppi è quella di analizzare gli elementi simili tra i diversi diari, i punti in comune che caratterizzano la stessa esperienza fatta da studenti diversi tra loro.
In un secondo momento, dopo il confronto tra loro avvenuto in base alla nostra richiesta, uniamo i due gruppi e chiediamo loro di confrontarsi, questa volta sulle differenze tra i diari appartenenti all’una ed all’altra classe sotto osservazione.

Poco ho potuto sentire delle discussioni e delle analisi che si sono sviluppate tra i miei colleghi (questo è il pegno che paga spesso l’animatore di un laboratorio, la cui curiosità e la cui voglia di partecipare viene drasticamente frustrata dal ruolo, che impone discrezione) ma molti messaggi mi sono arrivati dai visi, dagli occhi, dai corpi e dal ritmo dei confronti e tutti avevano una connotazione positiva: attenzione curiosità, voglia di confronto. Così almeno io li ho ricevuti.

Vorrei ora proporvi la mia lettura sulle similitudini e sulle differenze tra i diversi diari: so che non sarà ricca come quella che si è sviluppata tra i partecipanti al seminario durante questa fase del laboratorio ma spero che queste mie osservazioni possano essere comunque un contributo.

Classe formata
…Ma per la prima volta 4 minuti sono meno. (Sonja).
…Ho prima letto piano piano. Dunque sono arrivato alle mezzo testo . (Francois).
…In un momento me è encontrato che me mancaba il tempo… ( suor Maria)
…È un poco frustrante alla prima lettura perché non è abbanstanza tempo de leggere tutto… (Daniele).
Dai diari di alcuni risulta dunque che la loro sensazione alla prima lettura, è quella che il tempo dato dall’insegnante per leggere l’intero testo sia troppo poco. Qualcuno dice anche che sempre alla prima lettura non è riuscito ad arrivare alla fine dell’articolo. Non è un elemento caratteristico solo di questo gruppo di studenti: spesso nella mia esperienza, alla prima lettura quando do loro il tempo mi dicono o mi fanno capire che non è possibile leggere tutto in così poco tempo.
Cosa succede allora alla seconda lettura? Perché ci riescono?
Una possibile risposta è che sia proprio la convinzione dello studente che il tempo non sia sufficiente, a produrre in molti casi un effetto di rallentamento per cui realmente non ce la fanno ad arrivare alla fine del testo. Ma che il ritornare nuovamente sul testo stesso, dopo la consultazione con un altro studente, cosa che, di per sé produce curiosità per le informazioni diverse dalle proprie che l’altro fornisce e permette il confronto con una persona che potrebbe essere riuscita a leggere tutto, abbassi l’ansia trasformandola in uno stress più positivo (una scommessa con se stessi?) che permette di svolgere il lavoro in modo completo.
Ma dopo il terzo leggere e dopo terzo discussione con qualcuno capisco la storia… (Chris)
E alla terza lettura mi sono concentrata sugli paragrafi che sono più difficili para me. (Daniele)
Primo, credo ch’è necessario et utile di leggere la tutta testa una volta. Forse anche un’altra volta. Poi si capisce la grande sensa della testa. Gli altre volte si può leggere soltanto piccoli parti della tutta è provare di capire anche questi parti, se va bene, di capire exactamente. (Martin)
La prima e la seconda volta ho letto tutto per capire lo più possibile, dopo solamente ho letto qualcune frase che non ho capito quasi niente. (Maria Andrea)
Sono concentrato la terza lettura per andare al fondo de che cos’è non aveva capito. (Francois).
Per la terza leggo tutta la storia, anche per la seconda volta. Per la terza, quarta volte etc. solo le partite che non capisco bene. (Sonja).
Leggere ancora una volta ho provato di capire le spezifice informatione et non dimenticare le parole spezifice. (Susanne).
In effetti è alla terza lettura che sembra completarsi un ciclo ed è qui che mentre uno sceglie di concentrarsi sull’intero testo, la maggioranza opta per una strategia selettiva: affrontare solo le parti meno chiare per avere più tempo da dedicare a queste.
E quando il partner raconte la sua storie, ho capito ancora di piu, perche la sua e la mia… insieme! (Susanne)
Quando non capisco molto, sono un po frustrata ma dopo di parlare con qualcuno mi piace piu. (Sonja)
L’espiegazione della mia amica mi ha permesso di capire la parte difficile. (Francois).
Ma doppo, quiede parlo con la oltra studenta realiso che capisco più che l’ho pensato. (Daniele).
…anche credo che può capire più al lavorare insieme… (Maria Andrea).
Il momento del confronto con l’altro studente è la fine della solitudine, è il momento della condivisione dei problemi, è lo spazio in cui l’aiuto dell’altro non è carpito alle spalle dell’insegnante o contro di lui, ma è un diritto riconosciuto e stimolato dall’autorità.
Credo che se ognuno di noi ripensa alla sua esperienza scolastica in cui l’aiuto tra pari era vissuto solo come uno strumento svalutante per chi lo usava, può sentire dentro di sé quale piccola rivoluzione possa essere, per chi è abituato a quel modo di concepire lo studio, il lavorare in questo modo. In questa fase del lavoro ciò di cui gli studenti sono più consapevoli è il fatto di ricevere nuove informazioni dagli altri e soltanto in due dei diari appare con chiarezza l’altro obiettivo della consultazione.
Dice Daniele che dopo aver parlato con l’altro studente: …realiso che capisco più che l’ho pensato… E Susanne afferma: …quando ho racontato al mio partner la mia storie, molti piccoli phrase sono divenuto più chiaro. Dunque mentre si parla all’altro/a si parla anche a se stessi: le idee si chiariscono ed aumenta la consapevolezza di ciò che si sa.
Per chiudere questa parte un’ultima considerazione: mi sembra che si possa osservare dalla lettura dei diari di questa classe che il lavoro degli studenti è cominciato con un elemento frustrante per molti (non riuscire a completare la lettura nel tempo imposto dall’insegnante) ed è finito con la soddisfazione di capire gran parte della storia senza usare mai il dizionario o l’insegnante.

Classe non formata
…Stoy stanca… (Ritsuko).
…Sono stanco un poco… (Kim).
..Sono frustrata… (Suzu).
Nel caso di questa classe la stanchezza e la frustrazione sono alla fine dell’attività, quando cioè gli studenti dovrebbero sentire la soddisfazione per il risultato raggiunto.
…Necesito più tempo per trovare le parole che non conosco per capire tutto il articulo.. (Ritsuko).
…Ho usato un dizionario al fin del’articulo.Era molte parole che non ho capito… (Caleb).
…Prima ho letto tutto dopo ho usato il dizionario…non capisco tanti vocabli… (Suzu).
..ho usato il dizionario quando non ho capito le parole. Allora tutto che ho letto ho capito. Ma le parole sono stato difficile.. (Kim).
…Ho lavorato con un dictionario…. Non ho cercato tutti le parole che io non so. Perché no abbastanza tempo… (Annette)
Per tutti il dizionario è delegato a risolvere i problemi: capire il significato del testo sembra essere per loro automaticamente collegato al cercare e trovare sul libro magico le parole che non si conoscono. Ma la cronaca di ciò che hanno capito dice altro: i loro racconti sono infinitamente meno ricchi, quando non lontani dalla storia vera e propria che hanno letto, di quelli degli studenti dell’altro gruppo. Stanchezza, frustrazione, senso di incompletezza, eppure il tempo di lavoro è stato complessivamente uguale, 30 minuti complessivamente.
Così, nella stessa unità di tempo il risultato del lavoro di questi due gruppi sembra essere talmente diverso da farli sembrare quasi due livelli diversi.
Per concludere
Ho parlato all’inizio della mia paura di fronte a quello che avrebbero potuto scrivere gli studenti nei loro diari.
Ora devo confessarvene un’altra che mi è venuta dopo averli letti: che coloro che avrebbero partecipato al seminario pensassero ad una vera e propria truffa tanta era la differenza di qualità, del lavoro tra gli studenti del gruppo formato a quella attività che alla Dilit International House chiamiamo Lettura autentica e quelli del gruppo che aveva letto come abbastanza comunemente si fa leggere quando si insegna una lingua.