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L’ansia dell’insegnante

Le regole del gioco
Dopo aver premesso che il mio laboratorio non vuole dimostrare nessuna tesi precostituita ma solo creare le condizioni per vivere insieme un’esperienza su cui cominciare a riflettere, distribuisco a tutti i presenti una carta da gioco: servirà per scegliere a caso due operatori e due osservatori.
Ruolo degli osservatori è quello di fungere, per quanto è possibile, da elementi oggettivanti durante l’esperienza e per questo li sistemo, anche fisicamente, fuori dal gruppo (io avrò la stessa collocazione), alle spalle di coloro sui quali gli operatori dovranno portare a termine il compito che darò loro.
Gli operatori agiscono uno dopo l’altro. Nessuno dei due sa quale sarà il compito dell’altro così come quelli che rimangono nell’aula non sanno cosa dovrà succedere. Uno dei due attende al piano superiore di essere chiamato quando il primo avrà finito.

L’operatore, fuori dalla classe, riceve da me questo biglietto: “il tuo compito è quello di rilassare le persone che sono rimaste in classe. Quando pensi di aver raggiunto lo scopo scrivi sulla lavagna esperienza terminata”. Gli chiedo se pensa di avere bisogno di qualcosa per svolgere il suo compito (ho precedentemente messo in una valigetta, che rimane accuratamente chiusa fino alla risposta dell’interessato, alcuni strumenti che ritenevo potessero aiutare a raggiungere lo scopo: incenso, candele, palle di metallo che tintinnano se fatte girare in mano, cassette con tipi di musica molto differenti tra loro, un registratore). Dopo avergli dato ciò che mi chiede gli dico che non appena è pronto può entrare in classe e cominciare.
Quando il primo conclude esce e chiama l’altro e si ripete tutto ciò che ho appena descritto.
Alla fine discutiamo tutti insieme.

Il gioco delle regole
Spero che nessuno di quelli che leggerà questo mio scritto si aspetti una relazione scientifica perché, se così fosse rimarrebbe piuttosto deluso: quello che, in un giorno e mezzo di Seminario , sento di aver compiuto insieme agli altri, è un viaggio, per me affascinante, tra le strade misteriose che si intrecciano in ognuno di noi, parziale sicuramente, ma non per questo meno interessante.
Sono però sicura che tutto ciò che abbiamo vissuto è stato percepito in mo¬do differente da ognuno di noi e che la mia è solo una delle possibili letture delle scelte, delle emozioni e delle comunicazioni corporee che hanno reso quella esperienza bella, interessante, densa.

La prima considerazione che mi viene da fare è che quasi tutte le persone che avevano il ruolo di operatori hanno più o meno consapevolmente fatto una selezione precisa sulla strada da prendere. La conseguenza immediata è stata una differente interpretazione di ciò che significava rilassare.
La prima delle due soluzioni che è stata trovata ha riguardato quasi tutte persone che hanno avuto una esperienza positivamente del rilassamento attraverso pratiche come lo yoga o il training autogeno.
Questo gruppo ha riproposto il piacere della propria esperienza creando sempre condizioni ottimali (considerando i limiti della situazione in sé) affinché chi doveva rilassarsi fosse nelle condizioni per farlo. Questo non significa che coloro su cui l’operazione avveniva abbiano tutti vissuto positivamente l’esperienza, ma ritengo che questo fatto vada collegato anche con la disponibilità personale ad allentare il proprio controllo razionale sulla realtà esterna ed interna.

Questo primo gruppo ha utilizzato consapevolmente una gamma di strumenti molto ampia per raggiungere l’obiettivo e li ha associati tra loro affinché agissero sinergicamente: musica/oscurità/voce/corpo; corpo/voce; voce/musica; collocazione spaziale delle persone/musica/oscurità/voce/lingua differente dall’italiano.

Quest’ultimo abbinamento è stato, per me, particolarmente interessante perché diversamente dagli altri che accompagnavano coloro che dovevano essere rilassati all’interno della propria corporeità, ha condotto le persone in una dimensione “altra” attraverso una lingua “altra” da quella usata in tutto il Seminario: un accampamento indiano, il fuoco e il suo movimento, lo stregone che opera, il tutto narrato il spagnolo; producendo su di me un effetto di fuoriuscita dal tempo oggettivo e da tutto ciò che appartiene al quotidiano.

Il secondo gruppo ha operato una scelta che privilegiava la relazione interpersonale per creare un ambiente umano accogliente, nel quale tutti si sentissero a proprio agio e potessero esprimere parlando, almeno in parte, il proprio stato d’animo. Gli strumenti utilizzati sono stati, naturalmente, completamente differenti: lo spazio, nello specifico la tendenza a sedersi tutti in cerchio, operatore compreso; la verbalizzazione a cui era affidato il ruolo chiave nella creazione di un ambiente amichevole; il gioco.

Per concludere queste prime osservazioni vorrei riprendere qualcosa che ho già detto e cioè che gli operatori hanno fatto scelte precise sul percorso da compiere e sugli strumenti da usare per raggiungere l’obiettivo, aggiungendo a tutto questo qualcosa secondo me di molto importante: ognuno di loro ha scelto la strada che in quella specifica situazione abbassava il proprio stato di ansia prodotto dalla difficoltà di svolgere un compito completamente inaspettato. Avrei potuto dare un altro compito agli operatori ma penso che quello che ho scelto permettesse, forse con maggiore chiarezza ed evidenza di altri, di poter toccare due punti interessanti e che possono riguardare qualsiasi momento del nostro lavoro di insegnanti:
A) la possibile divaricazione tra le nostre intenzioni coscienti e il risultato che non è solo il prodotto delle prime;
B) il considerare che non sempre ciò che abbassa il nostro stato d’ansia produce lo stesso effetto sogli studenti.

Considerazioni banali? Forse, ma averle presenti mi ha permesso una lettura più chiara di tante mie frustrazioni e arrabbiature (spesso le due cose coincido¬no) prodotte da classi 0 lezioni “difficili’.
“Esperienza terminata”. Questo ora ciò che gli operatori dovevano scrivere alla lavagna una volta raggiunto l’obiettivo. Ma non tutti hanno “ricordato” esattamente le parole: una persona ha usato il termine “esperimento”, un’altra la parola “compito” ed un’altra ancora ha scritto “operazione”. Cose tutte molto diverse da “esperienza” e che mettono, a mio parere, in evidenza come e quanto il vissuto personale incida su ogni nostra azione anche la più apparentemente tecnica ed esecutiva.
E se qualcuno ritiene che stia facendo facile psicologismo consideri la associa¬zione fatta dalla persona che ha usato la parola “operazione” con il probabile parto cesareo che avrebbe dovuto subire di lì a poco tempo.

Alcune considerazioni per concludere. Il vissuto, la storia personale, le paure, non hanno bisogno di nessun passaporto per oltrepassare il confine ed entrare nell’aula con noi e la professionalità, per quanto alta possa essere, non sarà mai una roccaforte così chiusa da non permettere alle nostre insicurezze, in alcuni momenti, di uscire fuori.
Non credo sia possibile evitare momenti di ansia durante il nostro lavoro, così come nella vita, ma cominciare a diventare consapevoli di questo fatto può aiutarci a riconsiderare tante situazioni di difficoltà nella relazione con gli studenti leggendole diversamente. E può, soprattutto, farci uscire dal considerarci protetti da un ruolo a volte un po’ asettico permettendo a noi stessi di ricollocarci a pieno titolo tra gli UMANI.

P.S. Chiedo scusa a tutte le donne, la stragrande maggioranza, che hanno partecipato al laboratorio da me condotto, per aver sempre usato il maschile per indicare i ruoli agiti durante il laboratorio stesso: usare entrambi i generi per tutto l’articolo avrebbe forse appesantito troppo la lettura e la lingua italiana non dà soluzioni agili e soddisfacenti a questo problema. O, forse, il fatto è che sono molto, molto, pigra.