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Dare consigli

Isabella Poggi
Dipartimento di Scienze del Linguaggio, Università “La Sapienza” Roma
Cristiano Castelfranchi
Istituto di Psicologia, CNR Roma

1. Comunicazione e influenzamento sociale

In questo lavoro cercheremo di analizzare l’atto linguistico del dare consigli in termini di un modello del linguaggio che vede la comunicazione come un aspetto del comportamento sociale.

Il modello che adottiamo (Castelfranchi e Parisi, 1980; Parisi e Castelfranchi,1984) considera ogni attività di un uomo, di un organismo animale, in generale di un qualunque sistema cibernetico come regolata da scopi. Un’azione è un comportamento messo in atto quando il sistema, confrontando lo stato del mondo (stato percepito) con uno stato rappresentato nella propria mente (stato regolatore), trova una discrepanza fra i due. In questo senso, ogni azione è determinata da uno stato regolatore, o scopo. Spesso lo scopo di un’azione è a sua volta regolato da uno scopo ulteriore ad esso sovraordinato, cioè tale che il primo non verrebbe perseguito affatto se non ci fosse il secondo. Uno scopo sovraordinato a un altro è rispetto ad esso un sovrascopo e, reciprocamente, uno subordinato è un sottoscopo. Uno scopo, o sovrascopo di altri scopi, che non ha sovrascopi ulteriori è detto meta. Per raggiungere una meta, il sistema elabora un piano o una struttura pragmatica (Conte et al., 1988; 1989) in cui si rappresenta, sotto forma di conoscenze, le azioni da compiere, gli scopi e sovrascopi a cui tali azioni servono, le condizioni in cui è possibile compierle, quelle che le rendono efficaci e così via. In certi casi però il sistema non può raggiungere i propri scopi da solo, ad esempio perché le condizioni necessarie al compimento o all’efficacia delle sue azioni dipendono da un altro sistema.

Facciamo un esempio: un individuo, che possiamo chiamare Ego, ha lo scopo di scendere alla prossima fermata, ma non può farlo perché un altro individuo, Alter, è fermo davanti alla porta e ostruisce il passaggio. In questo caso, un modo per Ego di raggiungere il suo scopo è influenzare Alter, cioè far sì che Alter faccia qualcosa, ad esempio si sposti. Così Ego potrà scendere alla sua fermata. Se Ego per esempio chiede ad Alter di spostarsi, diremo che ha compiuto un atto di influenzamento, cioè un atto che ha lo scopo di far perseguire ad Alter un certo scopo (spostarsi dalla porta).

Possiamo dunque definire influenzamento (Castelfranchi et al., 1987) il fatto che un individuo faccia in modo da aumentare o diminuire la probabilità che un altro individuo persegua un certo scopo. Ego compie un atto di influenzamento su Alter quando agisce avendo lo scopo di far aumentare o diminuire la probabilità che Alter persegua un certo scopo.

Tutta la comunicazione è un esempio di influenzamento sociale (anche se non è vero il contrario: si può anche picchiare uno per influenzarlo). In ogni atto di comunicazione Ego fa, in un certo senso, una richiesta di Alter, cioè gli comunica il proprio scopo che Alter adotti uno scopo di Ego, ossia lo aiuti a raggiungerlo. Adottare uno scopo di un altro significa farsi regolare da esso, cioè perseguirlo come uno scopo proprio. Nel caso appena visto, Ego comunica ad Alter il proprio scopo che Alter adotti lo scopo di Ego che Alter si sposti.

Che un atto di comunicazione sia atto di influenzamento è particolarmente chiaro negli atti linguistici richiestivi, quelle frasi con cui un parlante chiede all’ascoltatore di fare qualcosa, ad esempio:

  1. Apra la porta,
  2. Ricordati di me,
  3. Venite al cinema con noi.

Ma anche gli atti linguistici interrogativi e informativi sono, a ben guardare, richieste d’azione: con una domanda, come

4 Dove devo scendere per Piazza Venezia?,

il parlante chiede all’ascoltatore di compiere un’azione linguistica, fornire l’informazione richiesta. Con un’informazione, come

5 Piazza Venezia è la prossima,

il parlante richiede all’ascoltatore un’azione mentale, l’azione di assumere, cioè credere, prendere per vera, la conoscenza fornita.

Ma se tutta la comunicazione ha lo scopo di influenzare, possiamo osservare che l’influenzamento può essere più orientato su Ego o più su Alter, a seconda che in ultima analisi sia finalizzato a chiedere adozioni dei propri scopi o ad adottare scopi altrui.

Diciamo che lo scopo di influenzamento di Ego è orientato su Ego stesso quando la meta di un atto di influenzamento di Ego è far sì che Alter adotti uno scopo di Ego, cioè lo aiuti a raggiungerlo: come nel caso appena visto. Se Ego chiede ad Alter di spostarsi è solo perché lui vuole scendere, e non ad esempio perché vuole evitare che Alter venga urtato. Ma se fosse questo il caso, invece, lo scopo di Ego sarebbe orientato su Alter; qui la meta del piano per cui Ego dice ad Alter di spostarsi è semmai proprio adottare uno scopo di Alter: fare in modo che Alter non venga urtato. In questo caso, si tratterebbe dunque di un influenzamento per adottare, più che per chiedere adozione. Come vedremo, i consigli appartengono a questo tipo di influenzamento orientato sugli altri.

2. L’atto del dare consigli

Sulla base di queste nozioni preliminari potremo caratterizzare l’atto linguistico del dare consigli. Prima però diamo un esempio e una prima definizione di consiglio.

(1)
Alter chiede ad Ego: “Che strada mi consigli per l’Università?”
Ed Ego: “lo ti consiglio di fare il Muro Torto.”

Alter chiede un consiglio ad Ego, cioè gli comunica di avere un certo scopo S1 (andare all’Università), e gli chiede quale altro scopo sia utile porsi come sottoscopo per raggiungere S1. Ego gli dà il consiglio richiesto, cioè gli propone di perseguire S2 (prendere il Muro Torto), che Ego reputa un adeguato sottoscopo per S1.

La struttura del consiglio si può dunque rappresentare in questo modo.

(2)
S1: Alter raggiunge l’università
|
|
S2: Alter prende il Muro Torto
|
|
F1: “lo ti consiglio di prendere il Muro Torto”

Alter ha uno scopo S1, ed Ego con il suo consiglio (la frase F1) ha lo scopo di far sì che Alter si ponga lo scopo S2, che secondo Ego è collegato da una relazione mezzo – scopo con S1 (rappresentata con la freccia che va da S2 a S1), cioè serve ad S1.

Possiamo ora elencare le caratteristiche del consiglio in termini del nostro modello dell’influenzamento sociale.

a. atto di influenzamento

In primo luogo, dare un consiglio è un atto di influenzamento cioè un atto che ha lo scopo di aumentare o diminuire la probabilità che un altro persegua un certo scopo. Ovviamente, questa prima caratterizzazione non è sufficiente. Anche picchiare una persona è un atto di influenzamento nel senso definito.

b. atto comunicativo

Una seconda precisazione è dunque che il consiglio è un atto comunicativo di influenzamento, cioè un atto di influenzamento compiuto attraverso il fatto che lo scopo di influenzare è comunicato. Ancora, questo è vero di tutti gli atti comunicativi. Anche dire

(3) Oggi ho mangiato vongole

è un atto comunicativo di influenzamento.

c. atto di richiesta

La terza caratteristica del consigliare è dunque la seguente: fra i vari tipi possibili di atti comunicativi, il consiglio appartiene alle richieste d’azione: è cioè un atto linguistico in cui il parlante ha lo scopo che l’ascoltatore compia un’azione. Di nuovo però la categoria delle richieste d’azione è troppo ampia: sono richieste d’azione, ad esempio, anche gli ordini e le preghiere. I prossimi punti distinguono il consiglio dagli altri atti di richiesta.

d. orientato sull’altro

Rispetto alla distinzione accennata più sopra, il consiglio si distingue dalI’ordine, dalla preghiera e da altre richieste, fra l’altro, perché il suo scopo è orientato sull’ascoltatore anziché sul parlante: in altri termini, lo scopo in vista del quale Ego dice ad Alter di fare X è uno scopo di Alter e non di Ego: la sua meta è adottare uno scopo di Alter. Dunque il consiglio è una richiesta orientata sull’altro. Se Ego consiglia ad Alter di spostarsi dalla porta lo fa per Alter, non per se stesso; lo pregherebbe di spostarsi, invece, se la sua meta fosse scendere dall’autobus. In questo senso, il consiglio è una richiesta abbastanza atipica: Ego vuole che Alter faccia quel che lui gli consiglia, ma non che lo faccia perché lo vuole Ego, per aderire alla sua richiesta. Vuole che lo faccia perché è persuaso che l’azione consigliata è veramente conveniente per lui, o perché si fida dell’esperienza di Ego e della sua buona disposizione verso di lui. Ego dunque vuole che Alter faccia quel che lui gli propone, ma per fiducia o persuasione, non per compiacenza o per obbedienza.

e. tutorio

L’adottività dei consigli è, per così dire, un’adottività “spinta”: spinta, in certi casi, ai limiti dell’intrusività. Chi dà consigli ha infatti un particolare tipo di scopi adottivi: ha scopi tutori(Conte e Castelfranchi, 1984). Ego è tutorio nei confronti di Alter quando ha lo scopo di adottare anche gli interessi di Alter (Castelfranchi e Parisi, 1978), cioè degli scopi “alti”, che in genere hanno tutti e che si hanno sempre (tipo sicurezza fisica, serenità ecc.) che Alter può non saper nemmeno di avere, e che possono perfino essere in contrasto con i suoi scopi attuali. Poniamo che Alter, comprando il modello 740 chieda ad Ego, il commesso della cartoleria, entro che data bisogna spedirlo. Se Ego gli dice semplicemente:

(4) Deve spedirlo entro il 31

questo, pur essendo un atto adottivo, non è un vero e proprio consiglio. Lo è più decisamente, invece, se Ego dice:

(5) Guardi, la scadenza è il 31 maggio, ma io se fossi in lei lo spedirei una decina di giorni prima, per evitare file e litigi alla banca e alla posta.

In questo caso, Ego è tutorio verso Alter, “si prende cura” di lui nel senso che si fa carico, non solo del suo scopo contingente di spedire la dichiarazione dei redditi, ma anche dei suoi interessi, come evitare arrabbiature, situazioni stressanti e così via.

Nel suo essere tutorio, Ego si arroga il diritto di attribuire ad Alter interessi che Alter stesso può addirittura non pensare di avere. Secondo Ego, che Alter lo sappia o no, S1 è uno scopo (un interesse) che lui ha, o che comunque dovrebbe avere.

f. non vincolante

Un consiglio è una richiesta d’azione in cui Ego si pone rispetto ad Alter in un rapporto di potere paritario, in cui cioè Ego non ha lo scopo di obbligare Alter a perseguire lo scopo proposto. Per questo il consiglio è tipicamente una richiesta non vincolante, che lascia ad Alter libertà di scelta: Alter è libero, non solo di non perseguire l’S2 che Ego gli propone come sottoscopo di S1, ma anche di non accettare S1 come suo scopo, e quindi di non perseguirlo affatto, non solo attraverso S2 ma anche in altri modi.

Ed esempio, Ego può consigliare ad Alter di vestire in modo più accurato (S2) per essere più considerato dal capufficio (S1), ma Alter non segue il consiglio: non solo perché non gli va di badare al vestire (rifiuta S2), ma anche perché non gli interessa essere meglio considerato dal capufficio (rifiuta S1).

Dal canto suo, Ego non può prendersela più di tanto se Alter non segue il consiglio proprio perché, visto che il loro è un rapporto di potere paritario, il consiglio non è vincolante (ed è questa una caratteristica che tipicamente lo distingue dall’ordine). Questo implica in qualche modo che Ego si impegna a non mettere in atto alcun tipo di sanzione materiale o psicologica nel caso che Alter decida di non seguire il suo consiglio. Se ti do un consiglio e poi mi arrabbio o mi offendo perché non l’hai seguito, non era un vero consiglio ma un ordine, una pretesa mascherata da consiglio. Ciò dimostra ancora una volta che nel consigliare io voglio che tu segua il consiglio non perché lo voglio io, ma perché tu ti fidi di me, mi stimi, ti sei convinto: voglio, insomma, che tu scelga liberamente di seguirlo.

g. disinteressato

Un vero consiglio è disinteressato, nel senso che Ego nel consigliare Alter non persegue scopi propri, ma solo scopi di Alter. In altre parole, il fatto che Alter decida di perseguire l’S2 che Ego gli propone, o anche l’S1 che gli attribuisce, non è un mezzo per altri scopi di Ego, o se anche lo è, Ego non dà il consiglio per questa ragione.

Se Ego consiglia ad Alter di prendere il Muro Torto non lo fa perché così Alter dia ad Ego un passaggio per Via Veneto, ma perché davvero è più conveniente per Alter. In caso contrario, quella di Ego sarebbe una “carità pelosa” e non un consiglio disinteressato. Si potrebbe dire in un certo senso che esiste una sorta di condizione di sincerità del consiglio: una presupposizione che, nel consigliarti, io penso sinceramente che lo scopo proposto sia conveniente per te, sia nel tuo interesse.

Questa caratteristica del disinteresse sembrerebbe smentita nel caso dei consigli del medico o dell’avvocato. Il consiglio del professionista, si potrebbe obiettare, non è disinteressato, nel senso che nel darlo egli ha lo scopo di essere pagato. Ma a ciò si può a sua volta opporre che in questo caso è il dare consigli in generale che serve ad Ego al sovrascopo di essere pagato, non il particolare consiglio dato.

Se un ortopedico mi consiglia di fare ginnastica perché io vada nella palestra di cui lui è proprietario, il suo può essere un consiglio interessato, cioè non un buon consiglio. Ma se mi consiglia di dormire su un letto duro pur non avendo cointeressenze in fabbriche di reti ortopediche, o di portare zaini anziché cartelle, questi sono a pieno titolo consigli, anche se lui è pagato per darmeli.

Fin qui dunque si possono annoverare tra i consigli anche quelli del medico, dell’avvocato, del fiscalista, insomma le cose che mi dice di fare, nel mio interesse, un professionista nell’esercizio delle sue funzioni. E questo risponde, almeno in parte, al senso comune: il fatto stesso che in italiano si possa dire “i consigli del medico”, “i consigli dell’avvocato” testimonia che questo tipo di atti linguistici sono in buona parte simili a quelli che ci danno gli amici o la mamma. Tuttavia, se da una parte fra il consiglio del medico e quello di un amico c’è un’importante somiglianza, quella di essere entrambi disinteressati nel senso definito, c’è però anche una qualche differenza, che ci sembra risiedere in quest’ultima caratteristica.

h. altruistico

Nel dare un consiglio (e non solo nel particolare consiglio dato, come nel caso visto prima) Ego non ha lo scopo di remunerazioni istituzionalizzate, e non lo fa per ottemperare alle norme di ruolo della sua professione. In altre parole, nel darti un consiglio, un amico non solo non ti presenta una parcella, ma più in generale non lo fa perché il dare consigli è un suo scopo di ruolo professionale.

3. Le condizioni dei consigli

Ora che abbiamo individuato gli elementi caratterizzanti del consiglio alI’interno della categoria degli atti linguistici, veniamo alle condizioni in cui Ego decide di dare un consiglio.

Ovviamente, un caso tipico in cui Ego dà un consiglio ad Alter è quando Alter glielo chiede. La richiesta di consiglio può essere diretta, tipo

(1) Dammi un consiglio,

ma anche indiretta, implicita

(2) Non so proprio che fare…

Questa richiesta di Alter non è però una condizione necessaria perché Ego decida di consigliare Alter. Le condizioni necessarie sono piuttosto determinate assunzioni e scopi, che vengono sì ad essere presenti nella mente di Ego quando Alter gli chiede un consiglio, ma che possono esserci anche se Alter non fa tale richiesta. Vediamo dunque quali sono queste assunzione e scopi necessari ad Ego per decidere di consigliare.

Una prima condizione è che Ego assuma che Alter ha bisogno di un consiglio.

Questa assunzione di Ego può essere meglio specificata. Che Alter abbia secondo Ego, bisogno di un consiglio, significa che Ego assume che Alter ha un certo scopo S1, ma non lo persegue attraverso il sottoscopo che Ego ritiene più adeguato. Ciò può avvenire per almeno quattro ragioni.

Una prima possibilità è che Alter non persegua S1 perché non sa di avere quello scopo. Poniamo che Ego dica ad Alter:

(3) Tu sei impressionabile: non andare a vederlo, quel film.

In questo caso Ego propone ad Alter uno scopo negativo S2, “non andare” (gli sconsiglia di vedere il film), e fa inferire che tale consiglio serve per il suo scopo S1, di non vedere cose impressionanti. Con questo esplicita lo scopo S1, perché assume che Alter non sappia di averlo.

La seconda possibilità è che Alter sappia di avere lo scopo S1 ma non sappia proprio come perseguirlo. Questo è il caso più ovvio in cui si consiglia, quello dell’esempio (1) del par. 2.

Un’altra possibilità, sempre secondo Ego, è questa: Alter sa di avere lo scopo S1, ma non fa nulla per perseguirlo. Ad esempio se Ego ricorda ad Alter che la domanda per il concorso scade fra 10 giorni, indirettamente gli consiglia di cominciare a preparare la domanda (S2), che è l’unico sottoscopo utile per lo scopo di partecipare al concorso (S1).

La quarta possibilità è che Alter stia sì perseguendo attivamente S1 ma, secondo Ego, attraverso un sottoscopo inadeguato S3. S3 può essere un sottoscopo inadeguato per S1 in almeno tre casi.

a. S3 non serve affatto ad S1.

Poniamo che Alter, cercando di ottenere i gettoni dopo aver inserito le monete nella gettoniera, prema il pulsante per la restituzione delle monete. Ego può dirgli:

(4) Guardi che quello è il pulsante per la restituzione: quello per avere i gettoni è in basso.

In questo modo gli dice esplicitamente che il pulsante usato finora non serve (premere quello è l’S3 inadeguato), e gli consiglia indirettamente di premere l’altro (gli propone cioè l’S2 adeguato per raggiungere S1).

Un secondo caso in cui S3 è inadeguato è questo:

b. non sono realizzate le condizioni necessarie affinché perseguendo S3 si raggiunga S1.

Poniamo che Alter voglia telefonare (S1), e stia facendo il numero (S3) a un telefono che Ego sa che è guasto. Ego lo avvisa

(5) Guardi che quel telefono è guasto,

e così facendo gli consiglia indirettamente di cercare un altro telefono (S2).

Terzo caso di inadeguatezza di S3:

c. S3 è meno economico di S2.

Un sottoscopo è meno economico di un altro quando il primo, pur permettendo anch’esso di raggiungere un determinato scopo, rispetto all’altro implica un maggiore dispendio di energia o risorse, o non permette di raggiungere contemporaneamente altri scopi.

Poniamo che Ego, vedendo Alter mentre si affanna a cercare le monete per i gettoni, gli dica:

(6) Al bar di fronte c’è un telefono a scatti.

Gli sta consigliando indirettamente di telefonare dal bar (S2), perché telefonare dal telefono a gettoni (S3) è più macchinoso e comporta il rischio di non concludere la telefonata per mancanza di gettoni.

La prima condizione perché Ego decida di consigliare Alter è dunque, come abbiamo visto, che Ego pensi che Alter ha bisogno di un consiglio. Un test che possiamo usare per verificare la necessità delle condizioni ipotizzate è quello di trovare un caso in cui Ego decide di non dare il consiglio (rifiuta di consigliare Alter) proprio perché la condizione non è verificata. Questa prima condizione, ad esempio, non è soddisfatta quando Ego dice ad Alter:

(7) Non hai bisogno dei miei consigli: so che deciderai per il meglio.

Una seconda condizione perché Ego dia un consiglio ad Alter è che abbia verso di lui scopi adottivi, o forse necessariamente tutori. Se non è ben disposto in tal senso, infatti, potrà rifiutare di consigliare dicendo ad Alter:

(8) Ah, mi dispiace, ma sono problemi tuoi…

La terza condizione è che Ego assuma di essere competente sugli scopi di Alter. Spesso non possiamo (o non dovremmo) dare consigli agli altri perché non li conosciamo abbastanza, e quindi non sappiamo quali siano gli scopi importanti per loro. Ego infatti può spiegare che non si sente di consigliare Alter dicendo:

(9) Come faccio a sapere cosa è meglio per te?

La quarta condizione è che Ego assuma di essere competente sui mezzi necessari per gli scopi di Alter. Poniamo che Alter chieda ad Ego un consiglio su come comportarsi con una ragazza ed Ego gli risponda:

(10) Mi spiace, ma non sono proprio il consulente giusto: io con le ragazze sono una frana.

In questo caso Ego sa che Alter ha bisogno di un consiglio (condizione 1) ha tutte le intenzioni di aiutarlo (condizione 2), sa che per lui è importante che gli vada bene con quella ragazza (condizione 3), ma non sa proprio quale sia la strategia più adatta per quello scopo.

L’ultima condizione è che Ego assuma che consigliare Alter è utile. Essa non si verifica in almeno quattro casi. In primo luogo, se Alter ha già deciso per suo conto di porsi lo scopo che Ego gli consiglierebbe. Se è questo il caso, Ego non darà il suo consiglio ma dirà semplicemente:

(11) Mi sembra giusto come hai pensato di fare.

In secondo luogo, il consiglio non è utile se non c’è la possibilità che Alter segua il consiglio. In questo caso, Ego potrà dire:

(12) Che te lo dico a fare, tanto non lo faresti mai!,

oppure:

(13) Che te lo dico a fare, tanto fai sempre di testa tua!

Un terzo caso in cui il consiglio non è utile è quando lo stesso dar consigli ad Alter è di per sé controproducente. Se Alter è un “Bastian contrario”, infatti, la cosa migliore per Ego è di non dare il consiglio giusto, onde evitare che Alter faccia proprio l’opposto.

L’ultima ragione per cui il consiglio può non essere utile è che in certi casi è importatne, magari proprio per gli scopi tutori di Ego, che Alter decida da solo. Se Alter chiede un consiglio al suo terapeuta Ego, Ego può rispondergli:

(14) I consigli li danno le madri oppressive. La maturità decisionale si acquista solo col duro lavoro psicoanalitico.

In questo caso Ego rifiuta di consigliare proprio perché per i suoi scopi tutori è più importante che Alter impari a decidere da solo in generale piuttosto che persegua uno specifico scopo in una determinata occasione.

4. Gli scopi dell’altro e i nostri consigli

Daremo ora alcuni esempi di possibili richieste di consiglio e relativi consigli, e cercheremo di delineare una tipologia di consigli in base alla relazione tra gli scopi di Alter e quelli proposti da Ego.

Il tipo più semplice è quello già visto:

(1)
A: Che strada mi conviene per l’Università?
E: Prendi il Muro Torto.

In questo caso Alter chiede a Ego quale scopo sia adeguato perseguire per raggiungere S1, ed Ego gli dice di perseguire S2.

In questo caso, la richiesta di Alter, e il consiglio di Ego, riguardano il sottoscopo utile ad S1. Il secondo tipo si può esemplificare così.

(3)
A: Conviene il Muro Torto per andare all’Università?
E: Sì, prendi il Muro Torto.

Qui Alter chiede se S2 è un sottoscopo adeguato per raggiungere S1. In questo caso perciò il quesito riguarda, più che un singolo scopo, la relazione mezzo – scopo fra S2 ed S1.

Il terzo tipo è una richiesta di valutazione differenziale fra due possibili sottoscopi di S1.

(5)
A: È meglio il centro o il Muro Torto per andare all’università?
E: Prendi il Muro Torto.

Alter chiede se per raggiungere S1 il sottoscopo più adeguato sia S2 o S3, ed Ego dice che è più adeguato S3.

Col quarto esempio siamo in un tipo di consiglio dalla struttura gerarchica un po’ più complessa.

(7)
A: Scusi, sa dirmi come si prendono i gettoni dalla gettoniera?
E: Guardi, all’angolo c’è un bar col telefono a scatti.

Alter chiede ad Ego quale sottoscopo porsi per raggiungere S1; Ego, invece di proporgli un sottoscopo S2 utile ad S1 gli propone un sottoscopo S4 che non serve ad S1 ma mira direttamente ad S3, che di S1 è il sottoscopo. Questo è il ragionamento di Ego; “Alter vuole i gettoni. Ma i gettoni servono per telefonare: io gli consiglio un sottoscopo che serve direttamente allo scopo di telefonare”.

Questo è un caso di “risalita” nell’attribuzione di scopi: Ego non si ferma allo scopo esplicitato da Alter, ma se ne richiede il sovrascopo, in modo da adottare direttamente quello.

Nell’adozione degli scopi altrui, questa è in genere una strategia abbastanza frequente e, almeno negli scopi di Ego, piuttosto altruistica: non fermarsi alle richieste dirette dell’altro ma cercare di capirne i sovrascopi è in genere un modo per aiutarlo meglio a raggiungerli. E tuttavia questa “iperadottività” può risultare per Alter fastidiosa, intrusiva. In questo caso Alter potrebbe voler far incetta di gettoni, o semplicemente imparare come funziona la gettoniera; in tal caso l”‘aiuto” di Ego in realtà non lo aiuta affatto (Poggi, Castelfranchi e Parisi, 1987).

Con questo tipo di consiglio, diversamente dai precedenti, Ego si prende delle libertà rispetto alla richiesta di Alter: gli dà un consiglio diverso da quello richiesto. In un certo senso, la libertà del consiglio ha due sensi di marcia: così come il consiglio non è vincolante per chi lo riceve, allo stesso modo la richiesta non è vincolante per chi il consiglio lo deve dare. Ego può attribuire ad Alter scopi diversi da quelli esternati da Alter stesso, e a questo è autorizzato dalla natura intrinsecamente tutoria del consiglio.

L’ultimo tipo di consiglio è un caso estremo di questa intrusività tutoria.

(9)
A: Scusi, sa dirmi dov’è il tabaccaio?
E: Dia retta a me, smetta di fumare!

Ego contesta lo scopo S1 di Alter in nome di un altro scopo S5, che assume sia un interesse di Alter.

Anche qui, Ego si chiede: “A che serve, ad Alter, trovare un tabaccaio (S2)? Per poter fumare (S3). Ma il suo scopo di fumare (come indica la freccia barrata) va contro il suo interesse (S5) di stare in salute. Quindi io gli consiglio di smettere di fumare (S4)”.

Perché ci appare così fortemente intrusivo un consiglio del genere? Già gli scopi di Alter a cui vuole servire non sono gli scopi esplicitati da lui stesso; inoltre, non sono nemmeno suoi sovrascopi, necessariamente attribuitigli per inferenza e tuttavia plausibilmente presenti nel suo piano attuale. Ciò che rende così intrusivo il consiglio di Ego è che qui mira solo agli interessi di Alter, quindi a scopi che in lui non sono attivati al momento, che lui può non sapere neanche di avere, e che possono essere in aperto contrasto con gli scopi del suo piano attuale.

5. Le parole dei consigli

Veniamo ora agli aspetti strettamente linguistici dell’atto di consigliare. Innanzitutto dobbiamo dire che, come per tutti gli atti linguistici, un consiglio può avere diversi gradi di esplicitezza, dalle forme più dirette, comprendenti anche vere e proprie formule performative, a forme indirette idiomatizzate e quindi ormai molto trasparenti, fino a frasi che solo per via indiretta lasciano inferire un consiglio. Presenteremo dunque i vari modi di consigliare andando dai modi più diretti ai più indiretti.

a. Frasi imperative e formule performative

Una prima classe di espressioni di consiglio sono le frasi imperative, tipo

  1. Prendi l’ombrello,
  2. Senti un po’ di musica.

L’uso dell’imperativo è naturale, visto che il consiglio appartiene alla classe delle richieste. Tuttavia queste frasi all’imperativo tendono, quando sono consigli, ad essere sempre accompagnate da altre frasi, che forniscono la ragione del consiglio. Ciò potrebbe dipendere dal fatto che l’imperativo “puro”, per così dire, sembra stridere col concetto stesso di consiglio, a causa del suo carattere di richiesta non vincolante. L’imperativo è tipicamente un’espressione della volontà del parlante: I’ascoltatore deve fare così perché così vuole il parlante; nel consiglio invece, come abbiamo visto, la richiesta è mirata agli interessi dell’ascoltatore; Ego intende solo proporre uno scopo ad Alter (che può anche rifiutarlo), cioè fargli presente la possibilità di porselo. Per questo, pur essendo una richiesta si avvicina abbastanza a un’informazione.

In secondo luogo il performativo di consiglio1 può ovviamente essere espresso esplicitamente in una frase dal verbo performativo “Ti consiglio”, o da una frase intera come “Ti do un consiglio”. Altre espressioni che, quanto ad esplicitazione dell’intenzione di consigliare, si avvicinano molto a formule performative, sono “guarda”, “ascolta” “senti a me”, “dà retta”, “mi raccomando”, “sai che devi fare?”. Una frase preceduta da una di queste formule è molto spesso un consiglio.

b. segnali idiomatici di consiglio

Fin qui dunque i segnalatori espliciti del consiglio. Ma come è noto, non sempre la vera intenzione di un atto linguistico è comunicata in maniera diretta. Una domanda può venir espressa da una frase informativa, tipo

(3) Vorrei sapere se Giovanna è uscita;

un invito da una domanda retorica come

(4) Perché non vieni da noi, stasera?2

Anche per i consigli esistono alcune espressioni e costruzioni che dietro a un significato letterale di informazione o di domanda nascondono un segnale idiomatico di richiesta, in particolare, appunto, di consiglio. I consigli infatti sono di frequente espressi da questa struttura:

segnale idiomatico di consiglio + azione che persegue l’S2 consigliato.

Poniamo che l’azione consigliata sia preparare fin d’ora la domanda per il concorso: il consiglio può essere dato usando queste frasi:

(5) ‘Se fossi in te’, io preparerei fin d’ora la domanda.

(6) ‘Perché non’ prepari fin d’ora la domanda?

(7) ‘Potresti’ preparare fin d’ora la domanda.

(8) ‘Secondo me devi’ preparare fin d’ora la domanda.

Di nuovo, il fatto che nel dare consigli si usino di preferenza espressioni indirette come (5), (6) e (7) mostra il desiderio di chi consiglia di ricordare che la decisione ultima di perseguire lo scopo proposto è lasciata alla volontà dell’altro, alla sua libera scelta.

c. Valutazioni

Una terza strategia linguistica per dare un consiglio è esprimere una valutazione. Secondo il nostro modello (Miceli e Castelfranchi, 1986), una valutazione è definita come un’assunzione, da parte di un organismo, su quanto un oggetto, fatto, persona ecc. è un mezzo adeguato per un certo scopo. Un coltello è un buon coltello, cioè io lo valuto positivamente come coltello, se è un mezzo adeguato per lo scopo di tagliare.

Ora, come si è visto prima, dare un consiglio significa proporre uno scopo S2 che si considera un sottoscopo, ovvero un mezzo, adeguato per uno scopo dato S1. Chi consiglia dunque implicitamente assume che S2 è in una relazione mezzo-scopo rispetto a S1, cioè è un mezzo adeguato per S1; in altre parole, valuta positivamente S2 rispetto allo scopo S1. Per questo una valutazione positiva di uno scopo S2, o dell’azione finalizzata a raggiungerlo, può di per se stessa far inferire che chi dà questa valutazione vuole proporre all’altro di perseguire quello scopo. Ecco quindi un terzo modo di consigliare, più indiretto dei primi due: valutare positivamente un certo scopo (o al contrario, valutarlo negativamente per sconsigliare).

La valutazione può essere formulata in modo esplicito usando espressioni intrinsecamente valutative, come “buono”, “conviene”, “è meglio se”, “è utile” e così via.

Ma in certi casi la valutazione è implicita, cioè deve essere inferita, o per corrispondenza a un canone, oppure tenendo conto del contesto. Poniamo che Ego, mostrando un maglione ad Alter, gli dica:

(9) Questo maglione è caldo.

Con questa frase Ego può voler esprimere una valutazione positiva (e quindi dare un consiglio) anche se l’aggettivo “caldo” non è di per se un aggettivo valutativo, come “buono”. In realtà essere caldo è un canone di valutazione dei maglioni, cioè uno degli scopi rispetto a cui un maglione è valutato per essere considerato un buon maglione. Supponiamo invece che Ego dica:

(10) Questa maglia non tiene caldo.

Anche questa potrebbe essere una valutazione positiva, in un particolare contesto: ad esempio se la maglia fa parte del costume di scena per una recita di un bambino che si svolge in estate.

d. Relazione mezzo-scopo o causa-effetto

Una quarta possibilità per consigliare è esplicitare la relazione mezzo-scopo o la relazione causa-effetto fra l’S2 proposto e l’S1 che si attribuisce all’altro.

(11) Leggendo l’introduzione si capisce meglio l’intero libro.

(12) Se mangi le fragole ti verrà l’orticaria.

In (11) Ego menziona i due scopi (S2, leggere l’introduzione, e S1, capire meglio l’intero libro) e, attraverso il gerundio strumentale “leggendo” informa che il primo scopo serve all’altro. In (12) menziona un possibile scopo S2 (mangiare le fragole) e ricorda che esso provoca un certo effetto indesiderato (avere l’orticaria); presupponendo che l’altro avrà lo scopo S1 di evitare tale effetto, gli consiglia indirettamente di non porsi lo scopo S2, cioè glielo sconsiglia.

e. Ragione

Un’ultima strategia di consiglio consiste nel dare la ragione dell’S2 consigliato.

Ecco la nostra definizione di ragione. La ragione per fare qualcosa è uno stato del mondo che attiva in Alter uno scopo S2 in virtù del fatto che, se Alter non perseguisse questo S2, un suo scopo S1, già attivato, sarebbe compromesso, o Alter perderebbe l’occasione di raggiungerlo.

Diamo un esempio di consiglio formulato dando la ragione dello scopo consigliato.

(13) Il concorso scade fra 10 giorni.

La data di scadenza del concorso è un semplice stato del mondo; ma facendola sapere o semplicemente ricordandola ad Alter, Ego conta sul fatto che la conoscenza di tale stato del mondo attivi, metta in moto in Alter lo scopo (S2) di preparare la domanda. Infatti, se Alter non perseguisse quello scopo comprometterebbe il suo scopo (S1) di partecipare al concorso. In questo senso lo stato del mondo della data di scadenza è per Alter una “buona ragione” per darsi da fare, per preparare la domanda.

6. Dare consigli: un esempio reale

Presenteremo ora un caso reale in cui una persona dà consigli. L’esempio è tratto da un dialogo svoltosi in un servizio di consulenza a studenti per la preparazione dei piani di studio. Dall’intero dialogo abbiamo tratto e cucito insieme alcuni frammenti che contengono il succo della questione e i relativi consigli dati3.

(1) Studentessa: la lingua quadriennale dà diritto al… concorso per abilitazione a- dell’insegnamento… Ma la scuola trie… triennale, dà la stessa cosa, da lo stessoo…?
(2) Consulente: Ee… che io sappia sì.
(3) S: Perché mi è stato detto che, mhm, praticamente la lingua triennale permetteva di insegnare soltanto alle medie… alle superiori no.
(4) C: Non lo so. Però questo l’unico modo che lei ha per documentarsi di questo è impararsi preventivamente a capire le cose che dovrebbe capire fra quattro anni, cioè ee… andare una volta al Provveditorato… comperarsi una rivista che pubblica tutte quando escono le ordinanze, e che dice, che dice per ciascuna graduatoria quali lauree sono richieste, e con quante, appunto, annualità.
(5) S: Il mio problema però è quello che praticamente, il regolamento dei piani di studi scade oggi.
(6) C: Beh, possiamo fare, non so, due ipotesi alternative, cioè lei basta che aggiunge una, una quarta annualità della sua lingua triiennale, in una ipotesi, poi s’informa.
(7) S: Allora, io ho sostenuto tre esami di spagnolo… nei miei pa-, piani di studio mhm re-, recenti avevo sempre messo quadriennale, I’inglese. E quest’anno pensavo di cambiare. Di mettere quadriennale spagnolo e volevo mettere triennale inglese. (pausa) E quindi chiedere la tesi in spagnolo.
(8) C: Chiaro che, se lei ha la tesi in spagnolo, allora forse le conviene più questa cosa qui. Cambiare…
(9) S: Infatti io… la mia intenzione era questa.
(10) C: Forse però allora torniamo al suo dubbio iniziale. Che poi dopo non può insegnare inglese alle superiori. Allora io le consiglierei, se ne va a Via Pianciani, Via Pianciani c’è, c’è il Provveditorato… si compra le ordinanzee… si informa. A sto punto decide… se fare questa ipotesi oppure questa. Senò, cioè se lei si accorge che nelle classi di concorso delle superiori, eee… serve u- e un, la lingua quadriennale per insegnarla è chiaro che spagnolo è, è è molto piuù rara trovarla a Roma… E quindi, le conviene sicuramente questo piano questoo, questo cambiamento qui. Se invecee, vede che non è necessario, che si può insegnare anche alle superiori solo con la lingua triennale, allora fa questo qua. Quindi leii si prepara-, cioè ci ha già pronte queste due alternative di piano… Dopo che ha visto questa cosa decide.

La studentessa (S) ha messo finora nei suoi piani di studio l’inglese come lingua quadriennale e lo spagnolo come triennale, ma nel frattempo si è venuta interessando più allo spagnolo, disciplina in cui vorrebbe chiedere la tesi e in cui si trova più avanti negli esami. Vorrebbe dunque quadriennalizzare spagnolo e triennalizzare inglese. Da informazioni casuali le è però venuto il sospetto che dopo la laurea sia possibile insegnare alle superiori solo la lingua quadriennale e non la triennale: ciò comporterebbe un maggiore rischio di disoccupazione se lei quadriennalizzasse spagnolo, una lingua poco insegnata a scuola.

Il problema consiste dunque in un conflitto di scopi: da un lato lo scopo utile di trovare più facilmente lavoro dopo la laurea, dall’altra lo scopo dilettevole di specializzarsi in una materia che la studentessa trova più interessante. La questione è complicata da una mancanza di informazioni: né la studentessa né la consulente (C) sanno con certezza se la restrizione sulI’impossibilità di insegnare la lingua triennale alle superiori esista realmente o sia frutto di false voci allarmistiche.

Si pone dunque la necessità di sospendere la decisione e di acquisire l’informazione necessaria, e intanto dato che il giorno in cui si svolge il dialogo è l’ultimo in cui è in funzione il servizio di consulenza, di predisporre due ipotesi di piani di studio alternative: l’una, ottimistica (I.0.), con spagnolo quadriennale, che permette di conciliare lo scopo utile di poter insegnare anche inglese con lo scopo dilettevole di specializzarsi in spagnolo, l’altra, più realistica (I.R.), con inglese quadriennale, che mira solo a scopi occupazionali. Ecco la rappresentazione di queste ipotesi alternative.

Questo piano consta di tre sottopiani che perseguono rispettivamente i tre sottoscopi di S1: preparare due ipotesi di piano di studi alternative (S2), informarsi sulla restrizione relativa all’insegnamento della lingua triennale (S3), e infine decidere (S4): se la restrizione è risultata vera, presentare l’ipotesi di piano di studi realistica (I.R.), se la restrizione in realtà non c’è, presentare l’ipotesi ottimistica (I.O.). Di questi tre sottoscopi, S3 è realizzabile a sua volta con un sottopiano che consiste nel comprare la rivista che pubblica le ordinanze della scuoia (S5) e capirla (S6); e per comprarla è necessario andare al Provveditorato (S7).

Posto che questa sia la rappresentazione statica, ricavata a posteriori, del piano consigliato da C, vediamo di individuare la sua formulazione linguistica nel brano proposto.

Nel turno (1) S chiede a C se anche la lingua triennale dà diritto all’insegnamento e in (2) C risponde che le sembra di sì, ma non ne è certa. In (3) quindi S esprime il suo sospetto che non sia così. C allora con (4) consiglia ad S come potrebbe acquisire questa informazione: esplicita sia lo scopo S3 (“documentarsi di questo”), sia i suoi sottoscopi S6 (“impararsi a capire le cose”), S7 (“andare al Provveditorato”) ed S5 (“comperarsi una rivista che pubblica le ordinanze”).

Il segnale idiomatico che introduce questi consigli è

L’unico modo che lei ha per… è + I’infinito.

Nel turno (5) S fa inferire l’ulteriore problema che non potrà tornare dopo aver preso le informazioni necessarie, visto che è l’ultimo giorno del servizio di consulenza; così in (6) C le consiglia come aggirar questo problema, proponendo lo scopo S2 (“fare due ipotesi alternative”). Poi ribadisce il consiglio S3 (“poi s’informa”).

I consigli contenuti in questo turno sono espressi linguisticamente in modo abbastanza interessante. Nel primo (“Possiamo fare due ipotesi alternative”), C usando il verbo “potere” esprime il fatto che questo è uno dei sottoscopi utili allo scopo di S, anche se forse non è l’unico. Coniugandolo poi alla 1a persona plurale, sembra esprimere la sua solidarietà con S, rendendo quasi empaticamente il proprio scopo di adottare lo scopo S, di aiutarla a risolvere il suo problema.

Anche nella formulazione linguistica del secondo consiglio (“poi s’informa”), l’uso dell’indicativo invece dell’imperativo sembra segnalare il rapporto paritario assunto da C nei confronti di S e il fatto che la sua, più che una richiesta, è un’informazione su cosa le conviene fare.

Nel turno (7) S esprime il suo scopo di chiedere la tesi in spagnolo, in (8) C approva l’idea di quadriennalizzare spagnolo e quindi le consiglia di optare per l’ipotesi ottimistica (“le conviene più questa cosa qui”).

Il segnale di consiglio usato in questo caso è una valutazione esplicita, contenente la parola valutativa “conviene”.

In (9) S approva il consiglio, ma in (10) C lo rimette in discussione. Presentando una possibile conseguenza negativa (“forse però dopo non può insegnare inglese alle superiori”) dell’ipotesi di piano di studi l.O. consigliata in (8), ribadisce, spiegandolo in dettaglio, il consiglio già dato nel turno (4), esplicitandone il performativo con un inequivocabile “io le consiglierei”: “se ne va a via Pianciani” dove “c’è il Provveditorato” (S7), “si compra le ordinanzee” (S5), “si informa” (S6); “a sto punto decide” (S4). C formula poi l’ipotesi che esista realmente la temuta limitazione (“se serve la lingua quadriennale”) e fa presente un dato di fatto (“spagnolo è molto più rara trovarla a Roma”) che fa inferire una possibile compromissione dello scopo di trovare lavoro: così facendo nega la relazione mezzo-scopo fra il quadriennalizzare spagnolo e trovare lavoro, e quindi indirettamente sconsiglia, in quel caso, di quadriennalizzare spagnolo. Subito riformula lo stesso concetto in positivo con un consiglio in forma di valutazione esplicita (“le conviene questo piano”). Infine C riassume i passi salienti della strategia consigliata, usando di nuovo l’indicativo: “si prepara queste due alternative di piano” (S2), “dopo che ha visto questa cosa” (S3), “decide” (S4).

7. Conclusione

Fra gli atti linguistici, il consiglio si colloca a metà strada tra un’informazione e una richiesta, tra una consulenza e un ordine.

Chi dà una consulenza si limita a dare informazioni utili per la decisione, a far presenti possibili scopi da porsi, senza però avere lo scopo che poi l’altro persegua una determinata strada. Chi ordina al contrario impone all’altro di porsi uno scopo per il semplice fatto che lui lo vuole. Chi consiglia, invece, lascia all’altro la libertà di porsi o meno lo scopo proposto; e tuttavia non si pone nel modo freddo e neutro del consulente, in almeno tre sensi.

Prima di tutto, simile in qualche modo a chi ordina o prescrive, chi consiglia ha lo scopo che l’altro persegua lo scopo proposto, cioè vuole influenzarlo. In questo senso il consiglio è “caldo” e non neutro.

Diversamente però dallo scopo imposto con un ordine lo scopo proposto con un consiglio, oltre ad essere per l’appunto solo proposto lasciando all’altro libertà di scelta, è nell’interesse dell’altro, e chi consiglia glielo comunica. In più questo interesse dell’altro lui “se lo prende a cuore”, al punto che vuole, sia pur disinteressatamente, che l’altro persegua quello scopo; e vuole che lo faccia per persuasione o fiducia, non per obbedienza.

In terzo luogo, chi consiglia è meno neutro di chi dà una consulenza perché nel consigliare “si sbilancia”, cioè valuta positivamente lo scopo consigliato rispetto all’interesse dell’altro. Per questo una valutazione è sempre presente, in maniera esplicita o implicita, nei consigli: perché chi consiglia vuole argomentare l’utilità dello scopo consigliato rispetto agli interessi dell’altro.

Questi tre aspetti del consiglio, volontà del consigliante, interesse dell’altro, valutazione positiva dello scopo proposto, sono solidali. È come se consigliando l’altro gli dicessimo: “Fai questo, è nel tuo interesse. Io penso che sia utile per te, e per questo vorrei che tu lo facessi”. “Sbilanciandosi” in questo modo, egli si assume fra l’altro una gravosa responsabilità: si espone al rischio che, nel caso si rivelasse eventualmente sbagliata, la decisione consigliata possa venirgli imputata come cattivo consiglio. Chi dà una consulenza invece può essere riprovato solo se le sue informazioni erano inesatte o incomplete.

Il consiglio si può dunque considerare un aiuto alla decisione. Parlando di “aiuto” si cattura la sua dimensione adottiva, disinteressata e orientata sull’altro, mentre la parola “decisione” esprime bene quanto la scelta di seguire o meno il consiglio sia lasciata alla volontà dell’altro.

Riferimenti bibliografici

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Searle J., 1976, Gli atti linguistici. Torino, Boringhieri.

Note

Nota 1. Ogni frase ha un performativo. Il performativo (Austin, 1974; Searle, 1976; Sbisà, 1978; Parisi, 1979; Castelfranchi e Parisi, 1980) è l’intenzione comunicativa del parlante, l’atto di interazione sociale che egli intende compiere nel dire quella frase. Così una frase è una domanda, una un ordine, un’altra un avvertimento, un’altra un consiglio. Il performativo della frase molto spesso è implicito, e può essere ricostruito sulla base del contesto, della situazione in cui la frase è pronunciata; ma può anche essere esplicitato attraverso particolari segnali linguistici, come le formule e i verbi performativi. La parola “Rigore!” detta da un arbitro in una partita di calcio è una formula performativa, in senso etimologico: è una parola che “esegue” (dall’inglese “perform”) l’azione che si sta compiendo. “Ordino” è un verbo performativo perché, se usato alla 1a persona singolare del presente indicativo, compie l’azione di ordinare dicendola. Formule e verbi performativi sono quelle parole che, nel direfanno: esplicitano l’atto compiuto con la frase e, così facendo, lo compiono.

Nota 2. Queste frasi, note nella letteratura come “atti linguistici indiretti” (Searle, 1976, Sbisà, 1978), nel nostro modello vengono chiamate “frasi con sovrascopo idiomatizzato” (Parisi, 1979; Castelfranchi e Parisi, 1980). Lo scopo letterale di “Vorrei sapere se Giovanna è uscita” è semplicemente informare l’ascoltatore che vorrei sapere una cosa (performativo di informazione), ma il sovrascopo è che lui me la dica (performativo di domanda). Ma tale sovrascopo traspare a tal punto dallo scopo letterale, che il “vorrei sapere se” è idiomizzato come un segnale di domanda.

Nota 3. Si potrebbe obiettare che l’esempio non è pertinente perché qui si danno in realtà non dei consigli ma una consulenza, cioè una sorta di consigli dati in un rapporto di ruolo istituzionalizzato; un po’ come quelli dell’avvocato o del fiscalista visti più sopra. Le differenze fondamentali fra consigli e consulenze ci sembra infatti siano queste: da un lato il tipo di rapporto, più informale, paritario, amicale nel caso dei consigli, e più istituzionalizzato, basato su un preciso ruolo professionale, per la consulenza; dall’altro, il tipo di atti linguistici usati: prevalentemente richiestivi nel primo caso e informativi nell’altro. Dare una consulenza implica infatti essenzialmente informare l’utente di regole, norme, possibilità che lui deve tener presenti nel perseguire i suoi scopi; mentre dare consigli, come abbiamo visto, richiede spesso il porporgli direttamente scopi da perseguire.
Nel caso che vedremo, però, la consulente si sposta in realtà da una situazione di consulenza ad una più propriamente di consiglio. Non sapendo rispondere a una domanda della studentessa, infatti, si sente in dovere di consigliarla su come procurarsi quell’informazione: in questo, diciamo così, si spoglia del ruolo istituzionalizzato di consulente e si pone nei confronti della studentessa in un rapporto più tipico del consiglio, per aiutarla a decidere che fare.