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La necessità di valutazione può impedire ad un insegnante di lingua di utilizzare un approccio didattico autenticamente comunicativo?

di Federico Madeddu Giuntoli

La maggioranza dei colleghi insegnanti di lingua ha a che fare con la problematica della valutazione dei propri studenti.

Ciò è vero non solo per chi insegna nelle scuole pubbliche o all’università. Anche a coloro che lavorano nelle scuole di lingua private viene generalmente richiesto di valutare i propri studenti, tipicamente con un “test di fine corso”. Io stesso ne ho fatto esperienza diretta per anni.

La valutazione tende a sancire un momento di arbitraria discontinuità nel continuum indivisibile, inestricabile, costantemente mutevole dell’apprendimento di una lingua, e nel farlo aumenta la vulnerabilità di insegnanti e studenti.

Tracciare una linea e giudicare il percorso fatto fino a quel momento non pare garantire informazioni più rilevanti o significative rispetto ad una valutazione continua, olistica e condivisa, mentre invece spesso ha il potere di condizionare negativamente le modalità di insegnamento e di studio.

Infatti, nonostante gli sforzi enormi che si possano fare per “addolcire la pillola” nei confronti degli studenti, la valutazione finisce per risultare sempre più o meno sottilmente giudicatoria, e soprattutto promuove un tipo di motivazione allo studio basata sulla paura dell’esclusione.

Ed è comprensibile che un insegnante, obbligato a svolgere la valutazione, esiti nell’abbracciare un metodo didattico che dia la giusta rilevanza al processo di acquisizione, armonizzandolo con quello dell’apprendimento, e che punti sulla centralità dello studente attraverso la comprensione delle sue necessità reali e la promozione radicale della sua autonomia.

Ma la necessità di valutazione può davvero impedire ad un insegnante di lingua di utilizzare un approccio didattico autenticamente comunicativo?

La risposta a mio avviso è “no”. Eppure, sento di poter confermare che l’applicazione di questa visione di insegnamento è incompatibile con una programmazione didattica che consideri la valutazione degli studenti come elemento dominante e prioritario.

È proprio da qui – da questa apparente inconciliabilità – che si può partire alla ricerca di una strada che permetta all’insegnante di sopravvivere nel proprio contesto didattico, e allo stesso momento di mantenere la propria integrità professionale (e direi, spirituale) intatta, forte, sana.

Il primo passo su questa strada è sgomberare il campo dalla paura, la paura di non preparare bene gli studenti per il test, l’esame, la valutazione.

Tipicamente, un insegnamento linguistico schiacciato sotto il ricatto della necessità di valutazione risulta impoverito, sia a livello di input, sia a livello di possibilità di produzione.

L’insegnante, per “utilizzare bene il tempo e preparare meglio lo studente”, non lo mette a contatto in modo sufficientemente abbondante, ampio, rilassato, regolare, frequente con fonti di lingua parlata e scritta (tantomeno autentica, il più delle volte).

Per lo stesso motivo, la produzione libera orale viene ridotta, perché considerata non prioritaria, e quella scritta incanalata verso forme stereotipate più conformi – si crede – a ciò che la valutazione richiede.

La domanda è: non concedere allo studente uno spazio sufficientemente ampio per fare esperimenti con la lingua nella produzione, né per esplorare abbondantemente la lingua reale in ricezione, può davvero contribuire ad un miglioramento delle sue competenze linguistiche?

Anche lo studio della grammatica ne soffre: si va subito “al punto”, senza lasciare agli studenti il piacere della ricerca, il brivido dell’incertezza e la soddisfazione della scoperta. Domandiamoci: risparmiare allo studente il tortuoso ma benaugurante percorso dell’investigazione e dell’ipotesi, e quindi mancare di coltivare la sua autonomia, lo aiuta ad approfondire in modo sostenibile, duraturo e soprattutto fruttuoso le proprie conoscenze grammaticali?

Arriva il cortocircuito: un insegnante che operi in modo autenticamente comunicativo può ragionevolmente confidare che i propri studenti saranno ben più preparati di quanto verrà loro richiesto al momento della valutazione.

Non mi avventuro nel dimostrarlo, piuttosto invito a comprovarlo nelle proprie classi! Mi limito solo a far riflettere sul livello di interesse e sulla qualità di motivazione (sana, basata sulla voglia di avventurarsi e di sperimentare in prima persona) che questa visione didattica propizia.

In altre parole: se allo studente si permette di andare a favore della propria corrente, con una didattica che lo stimoli (ferocemente, intensamente, giocosamente!) con sfide aperte, organiche, adeguate, che onorino il suo immenso potenziale e che al contempo lo facciano sentire al sicuro, è molto probabile che vedrà fruttare meglio le energie investite rispetto allo studente che deve studiare “controcorrente”.

Così, alla paura di “non preparare bene i propri studenti per la valutazione” è possibile opporre un dato ragionevole, e non ideologico: quanto maggiore sarà il livello di energia col quale gli studenti si gettano nello studio della lingua, tanto più ampio, rapido e soprattutto affidabile sarà il loro progresso.

Poi, si dovranno considerare anche altre questioni sulla valutazione in sé, questioni credo rilevanti, necessarie.

Ad esempio: è possibile ridurre il numero dei compiti, dei test, delle valutazioni più o meno ufficiali, oppure sono davvero tutti così necessari, in primis per l’insegnante? È possibile riconsiderare la valutazione con meno serietà, con più senso dell’umorismo, levità, quindi disinnescandola, svuotandola di senso in qualche modo? Non è forse controproducente, in quanto diseducativo e soprattutto delegittimante per l’insegnante, usarla – esplicitamente o implicitamente – come fattore di motivazione allo studio?

Ancora: è possibile educare gli studenti ad auto-valutarsi o a valutarsi fra pari? Non li responsabilizzerebbe, forse? Quantomeno: è possibile co-valutarli, cioè operare una valutazione frutto della collaborazione fra studenti e insegnante? Si può essere molto creativi in questo campo, credo. Questo tipo di compito non li crescerebbe, non li renderebbe più sani, integrati, consapevoli, e quindi efficienti?

Infine: ci si può sempre dire certi che gli strumenti di valutazione utilizzati diano informazioni chiare sulla capacità comunicativa dello studente? Oppure spesso testano solo ciò che sotto sotto consideriamo arbitrariamente più rilevante? Perché una lingua si studia per comunicare, no?

Concludo. Intorno alla valutazione c’è un nodo di paure, che forse ci trasciniamo dietro dal periodo in cui eravamo studenti a nostra volta. Percepiamo la valutazione come qualcosa di intoccabile, di innegoziabile: continuiamo a esserne limitati e subordinati. Eppure, sono certo che vi riconosciamo anche una chiara nota di ipocrisia, una nebbia che avvolge tanto studenti quanto insegnanti, che ne inquina il rapporto reciproco e che crea – alla fine – infelicità in tutti.

A mio modo di vedere, in una classe di lingua la valutazione degli studenti va evitata certamente quando possibile, e ridimensionata o riconsiderata profondamente (e concretamente) quando inevitabile.

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