Enter your keyword

Bollettini Dilit

Autocostruzione di riconversazione e… la ricostruzione è una cosa serial!

È come se la Ricostruzione di conversazione fosse un albero da cui possono partire un’infinità di rami e di snodi. È un’attività flessibilissima, malleabile, docile, duttile alle tue necessità. La Ricostruzione di conversazione si trasforma, fluisce, si incanala, si espande, scivola, si comprime, si adatta all’insegnante e agli studenti. Tutti gli studenti.

Nella mia carriera di insegnante di italiano L2 (vado ormai per il dodicesimo anno) mi è capitata una sola volta, l’eccezione che conferma la regola, di veder uscire dalla classe una studentessa durante una Ricostruzione di conversazione per non rivederla mai più. Mi disse, ricordo, che non era lì per fare il clown. La cosa mi lasciò a pensare un bel po’ e non credo di aver ancora superato lo shock. Tuttavia in tutti gli altri casi la Ricostruzione di conversazione è stata una risorsa libera, strumento indispensabile e prezioso nelle mie mani e nelle mani degli studenti.

C’è un modo di farla e mille possibilità di trasformarla e adattarla a chi hai davanti. Le idee migliori per le Ricostruzioni di conversazione arrivano sempre mentre stai lavorando e osservando gli studenti. Sono loro, la maggioranza delle volte, che ti dicono cosa devi fare senza aprire bocca.

In particolare quando sei in difficoltà. Tutti i miei casi difficili hanno avuto buoni sbocchi con una Ricostruzione di conversazione ad hoc. E nella normale routine di gruppo, con quei gruppi senza particolari difficoltà, ci si può divertire molto.

Cominciamo da un caso in cui non sapevo più che pesci pigliare. C’è sempre il momento in cui non sai a che santo votarti o che pensi che dovevi ascoltare la tua amica che ti diceva di fare un altro lavoro. C’è sempre il momento in cui pensi che forse non sei un granché portato per insegnare l’italiano agli stranieri. E sembra che proprio quello studente ti ci faccia arrivare tutto in una volta.

Arrivare al confine di quel territorio in cui ti misuri con forze sconosciute e domande amletiche (perché non impara? Come mai non ci sono progressi? Che cosa sbaglio? Cosa dovrei fare? Come posso creare lo stimolo giusto? Qual è la chiave per entrare dentro questo studente?) fa molto bene, direi. Aiuta a ridimensionarsi, a darti una svegliata se da un po’ di settimane ti adagi un po’, a ritrovare il senso. Inoltre, siamo in una zona di esplorazione completamente aperta, interessante, divertente, affascinante. Necessaria.

Non ti verrebbero in mente, qualche volta, delle attività se non ci fossi proprio costretta e non ti ritrovassi con le spalle al muro.

J. è uno studente americano di una certa età, con un magnifico sguardo sapiente tra il rassegnato e lo spaventato, sensibilissimo (non troppo alle parole che ancora non riesce a prendere bene) allo spazio che lo circonda e ad ogni impercettibile movimento, spostamento d’aria o espressione del viso. J. misura tutte le lunghezze, le larghezze, le profondità di ciò che incontra. Usa i suoi sensi come una falange armata in ricognizione. In gruppo soffre quelle che percepisce come differenze: di età, di competenze, di abilità, di prontezza, di ritmi. In gruppo il suo isolamento è più evidente, in individuale, invece, è più rilassato. Ha l’aria un po’ stanca, inerte, leggermente distratta come a fare di quella distrazione la sua unica, estrema protezione.

Il primo problema è l’ansia. J. deve farci i conti. J. sorride sempre, respira con forza, quasi ostinazione, ha la tempra di un soldato resistente. J. È uno che resiste. Anche all’italiano. Perché non l’ha scelto, non è la sua strada, la sua necessità, ne avrebbe fatto volentieri a meno. J. ci si è ritrovato come succede a certi studenti religiosi che danno fondo a tutta la loro volontà per cercare e finalmente trovare una traccia almeno momentanea di motivazione apparente.

J. ha una seria difficoltà: tra lui e la lingua esiste una sorta di vuoto pneumatico, come uno spazio di non ossigeno nel quale non può avventurarsi per avvicinarsi abbastanza. Anche la Ricostruzione di conversazione è un problema perché gli è particolarmente difficile ricorrere a certe categorie, fissare certi gruppi, certi simboli incomprensibili come che un dito possa rappresentare una parola. Gli argomenti gli sembrano incomprensibili, estranei, inarrivabili.

Decido di non nominare mai più parole come “sostantivo”, “pronome”, “verbo” e altri mostri spaventosi che vivono nel vuoto pneumatico. Così spariscono dal mio vocabolario parole come “singolare” o “plurale”. Smetto per sempre e mi accorgo che viviamo lo stesso. Non è necessario, ne possiamo fare a meno.

Così singolare diventa “uno” e plurale “molti”. Il verbo si chiama “azione” accompagnato dal movimento del mio corpo, il sostantivo è, a seconda del testo “una cosa”, “una persona” o altro e l’articolo è “the”.

Ma cosa faccio esattamente? Naturalmente procedo in modo non ortodosso e mando al diavolo tutto quello che si dovrebbe fare. Con me e J. non funziona. Così chiedo a J. che cosa ha fatto ieri. Posso iniziare con una domanda qualsiasi purché abbia a che fare con la sua vita quotidiana e aspetti concreti della sua giornata.

Vediamone un esempio. Siamo entrambi seduti, rilassati e con una tazza di tisana che gli offro dal mio thermos. La cosa lo fa sempre ridere, non so perché, ma gli piace la mia tisana al mirtillo. J. conosce me e conosce l’ambiente in cui si trova per aver frequentato già alcuni mesi nel corso di gruppo.

Io: Che cosa hai fatto ieri?

J.: (sorride, mi guarda, fa la faccia di chi non ha capito)

Io: resisto

J.: ehm…. ah… ok, ok restorante (ride soddisfatto)

Immediatamente appaiono le dita della mia mano destra. Posiziono “restorante” prima sul dito medio, poi sposto la parola a fermarsi possibilmente su altre dita. Muovo tutte le dita perché voglio che capisca che mancano altre parole ma non so neppure io dove metterle. E’ lui che deve ricostruire la sua conversazione. È la sua, non la mia.

J.: ?

Io: Che cosa hai fatto al ristorante?

J.: I don’t understand (un po’ spazientito)

Io: dico la parola “azione” e mimo azioni : entrare al ristorante, sedersi, mangiare, bere, guardare il menu, parlare

J.: oh… mangiare, mangiare, sì, mangiare, oh… bene, bene (dobbiamo parlare più spesso di cibo. Lo mette di buonumore)

Io: (sulle dita tutte aperte, voglio che posizioni le sue parole e lo fa bene)

J.: mangiare ristorante

Io: (sempre tutte e 5 le dita aperte, posiziono sul primo e sul secondo dito le sue parole. Le altre dita però non scompaiono, sono presenti, in attesa. Voglio che lui si renda conto che dentro di sé ha la sua conversazione, deve solo ricostruirla, buttarla fuori). Ieri

J.: oh… ieri, sì ieri

Io: con le dita davanti a lui mi posiziono sul verbo mangiare e dico: “due parole”

J.: oh…due parole…io…mangiare….ristorante

Io: bene. Aggiungo il suo pronome, quindi abbiamo tre parole. Ma insisto su “mangiare” e dico ancora “due parole” e “azione”. Poi dico “passato”

J.: ah…sì, io…mangiato ristorante.

Io: Benissimo. Fisso e faccio ripetere. Poi insisto sulle due parole e dico che è ancora azione

J.: (è in difficoltà e J. quando è in difficoltà si sente subito giudicato e frustrato)

Io: Avere

J.: oh… ok… avere.

Io: apro le dita. Lascio “io” sul pollice. Sposto “mangiato” sul medio e “ristorante” sull’anulare. Indico il posto del verbo avere e cioè il mio indice.

J.: avere… mangiato…io …avere….mangiato…ristorante

Io: benissimo! (alla lavagna scrivo il presente del verbo avere con tutte le forme eccetto la prima persona)

J.: ho! Io ho…

Io: Tutto! Riapro le dita e lascio fare. Poi chiedo di ripetere e così via.

Questo è il procedimento. Per piccolissimi passi, certo. La cosa interessante è che J. si giudica una persona senza memoria. In realtà in questo tipo di autocostruzione riesce a fissare frase su frase una conversazione anche piuttosto lunga.

Prima di aggiungere informazioni nuove si ripete molte volte la scena ricostruita. Alla fine si saranno prodotte forse due, tre o quattro frasi. La conversazione si ripete tutta sulle dita e poi senza. Infine, rilassati, come una semplice conversazione spontanea.

Perché parlo di conversazione? Parlo di conversazione perché anch’io creo la mia ricostruzione. Ne faccio parte. Ogni volta che voglio fissare prima di procedere con un’altra domanda o sentire quello che lo studente ha da aggiungere, devo anch’io ripetere tutta la mia parte. E anche io sto costruendo in modo estemporaneo qualcosa che non è già programmato. Ho una traccia in testa, naturalmente, (per esempio so che voglio lavorare sul passato) ma non so dove andremo esattamente a parare.

Alla fine del nostro corso le ricostruzioni erano piuttosto lunghe. Alla fine della lezione la ricostruzione viene scritta alla lavagna, lo facciamo insieme. Sono vicina a lui, coinvolta anch’io a ricordare la mia parte.

E i risultati? Mi sono fatta anch’io la stessa domanda ma sono sicura che insieme ai molti ascolti fatti e alle canzoni (molte perché J. ama la musica) questo tipo di ricostruzione abbia prodotto risultati non trascurabili: abbassamento a zero dell’ansia collegata all’apprendimento della lingua, esperienza rilassante e piacevole, produzione, autocorrezione, riformulazione, approccio alla grammatica senza stress. Lo studente aveva più sicurezza, più scioltezza, meno paura di esprimersi, una maggiore capacità di comprensione.

La ricostruzione è una cosa serial!

La cosa mi è venuta in mente durante un corso estivo della durata di dieci settimane. Bisogna avere a disposizione per questa attività almeno un periodo di 4 o 5 settimane di tempo utile.

La mie ricostruzioni durante il corso non sono state solo calibrate al programma, a quel determinato argomento che volevo fare o a quell’aspetto morfosintattico. Ho creato un serial, una storia che si svolge durante il corso. I protagonisti delle mie ricostruzioni, in quel caso, sono stati sempre Luigi ed Anna. Luigi ed Anna sono una coppia di mezza età (così li hanno poi immaginati, alla fine del corso, i miei studenti), che si vogliono molto bene, sono simpatici e pieni di vita. Questo li porta a frequenti battibecchi praticamente su tutto. Sono spiritosi, fanno battute e hanno quei difetti che sembrano simpatici a tutti. Luigi è distratto e dimentica sempre qualunque cosa. Anna ama cucinare, fare la spesa, tenere in ordine la casa e si spazientisce facilmente…