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Una lezione andata male

A volte mi chiedo perché vado ad impelagarmi in situazioni così intricate come quella di scrivere un articolo su “una attività andata male”. È il mio innato spirito missionario o l’assoluto delirio di onnipotenza quello che mi porta a credere che possa, in certi casi, aiutare di più leggere un articolo del genere piuttosto che un esempio di attività che fila liscia come l’olio? E poi che cos’è un’attività andata male?

Devo dare un minimo di definizione per cominciare correttamente questo cammino denso di ostacoli.

Per me, un’attività andata male è quella da cui l’insegnante esce frustrata. Il che non significa che gli studenti la vivano automaticamente nello stesso modo e che ricevano meno informazioni che in altre occasioni.

Quello che mi interessa è il percorso interiore dell’insegnante e le sue reazioni di fronte ai problemi di diversa natura, più o meno cosciente, che gli studenti propongono e, a volte, impongono.

Il giorno della lezione in questione sostituisco una collega; la classe dunque non la conosco. Il livello è pre-intermedio.

La prima cosa che percepisco nell’iniziale approccio con loro è che sono “bravi” (come la mia collega mi aveva detto) come classe, però, mi sembrano non avere creatività: la loro partecipazione alle attività è molto di testa, ma la loro personalità mi sembra altrove.

Questo mi crea subito un problema: lavoro meglio quando “sento” la classe, quando riesco a stabilire una comunicazione calda.

Siamo alle prese con una Ricostruzione di conversazione attività che richiede agli studenti massima concentrazione, massima creatività e all’insegnante massima stabilità psicofisica: in un tempo strettissimo si deve riflettere, selezionare, condurre, stimolare. I passaggi che portano dalle ipotesi degli studenti all’enunciato bersaglio sono faticosi, gli occhi degli studenti sono un po’ troppo spesso persi. Il motivo principale della fatica mi sembra consistere nel fatto che ho la sensazione che non capiscano il perché del percorso che stiamo facendo. Forse sono abituati ad altre modalità di fare il percorso.

Uso tutte le armi per farli partecipare, fino all’istrionismo. Come Dio vuole, arriviamo a ricostruire queste benedette quattro battute. Ma il risultato tecnicamente positivo non mi dà alcuna soddisfazione: mentre gestisco lo spazio, il tempo, la lingua, mi analizzo come se fossi seduta lì davanti a me stessa e non mi piaccio, non mi piace la sensazione di utilizzare le loro risposte come se fossero test di accettazione della mia persona, non mi piace il maternage che sto facendo nei loro confronti (ancestrale educazione femminile quella della maternità sempre e comunque!): devo togliermi dalla testa l’idea di poter risolvere tutti i problemi di una classe. Un sospetto mi sorge nel rianalizzare a distanza di tempo questa situazione. E cioè che, per tutta una serie di motivi personali le mie energie erano completamente esaurite, il mio equilibrio psicofisico era partito e che, di conseguenza, ero io a non avere voglia di stabilire con gli studenti, per di più non di un mio corso, una relazione nella quale sentivo di dare più di quanto ricevessi.

Forse i miei rocamboleschi tentativi di utilizzare tutte le strade per farli partecipare all’attività erano solo risposte ai miei sensi di colpa di non avere nessuna voglia di stabilire io con loro una relazione umana positiva e calda per cui aspettavo che fossero loro a stabilirla con me.

Mi accorgo che devo, alla fine, modificare le premessa che avevo fatto: la realtà, almeno in questo caso, non è tanto la reazione dell’insegnante di fronte ai problemi degli studenti, quanto la reazione dell’insegnante di fronte a se stesso.

Gli studenti, come spesso accade nelle relazione umane, sono solo uno specchio che riflette la propria immagine.