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Cronaca di una vendetta mai realizzata

Sono 19 adolescenti, tutti provenienti dalla ex Germania Est. (Gesù, ma è possibile che solo 4 persone in più rispetto al normale numero delle nostre classi, facciano sì che io abbia la sensazione di avere di fronte folle oceaniche?) Sono stati a Roma due settimane e la mia personale sensazione, in molti momenti, è che, per la stragrande maggioranza di loro, le tre ore quotidiane di italiano siano lo scotto da pagare per questa bella avventura italiana.

Domani è l’ultimo giorno, poi sarà finita. Però voglio concludere “alla grande”, con qualcosa che illumini i loro occhi troppo spesso impegnati a seguire fantasie che mi escludono da quel minimo di contatto per il quale riesco a non sentirmi una perfetta inutile idiota.

Ed eccomi dunque pronta come gli evangelizzatori (e come loro tormentata dall’atroce dubbio: avranno un’anima?) a inventare parabole semplici semplici che facciano capire ai giovani “infedeli” la bontà dei miei insegnamenti.

L’idea luminosa arriva: li faccio lavorare su una canzone di Eros Ramazzotti loro idolo indiscusso. È un atto d’amore il mio – io disprezzo fin nel profondo della mia anima il Ramazzotti: vuoi mettere con un De Gregori? – e mi metto di buona lena a scrivere le parole della canzone, scoprendo, nonostante i mugugni del giovane dio barbaro, che il testo non è poi così “disimpegnato”.

Dopodiché, sempre più euforica per la brillante soluzione, mi accingo a cancellare alcune parole dal testo – così devono concentrarsi per forza se vogliono scoprire il messaggio “erotico” – invocando in modo non proprio ortodosso i santi del Paradiso, visto che il liquido per cancellare è, come sempre, semisecco ed il pennellino apposito sembra una criniera punk.

Ore 12.15. Infilo la cassetta nel registratore e li guardo con aria complice. Parte la canzone e gli occhi di molte si addolciscono e sorridono estatici. “È fatta” mi dico, sorridendo dentro di me. Ma bastano pochi attimi a spegnere l’euforia: pochissimi cercano di acchiappare le parole e di inserirle negli spazi del testo che restano desolatamente vuoti, molti guardano il soffitto pensando a chissà che cosa, alcune addirittura si fanno vicendevolmente le treccine.

E un insulto. Sono furiosa. Una voce dentro di me urla vendetta. E va bene, piccoli irriconoscenti: vendetta sia.

Mi avvicino lentamente ad una delle accompagnatrici e chiedo sottovoce con aria serafica: “Maaa loro lo sanno che io dovrò mandare al Ministero tedesco una valutazione su ognuno di loro?”. Lei cade dalle nuvole. No, non lo sapeva neanche lei.

Sogghigno dentro di me, le ghiandole salivari entrano in funzione come prima di addentare un cibo succulento.

Torno al mio posto e li guardo: adesso glielo dico e vediamo che faccia fanno.

Sono sul punto di aprire la bocca quando qualcosa si muove dentro di me all’altezza del plesso solare, provocando uno strano malessere. Accidenti! Lo sapevo: la mia maledetta anima sessantottina è tornata fuori e mi dice che no, proprio non posso, che la vendetta è speculare al loro gioco, che la paura che provocherò dentro di loro non mi soddisferà comunque. Perché, in fondo, “il peso del mondo è amore” e tutto quello che desideravo era una risposta calda all’investimento affettivo che avevo fatto scegliendo quella dannatissima canzone.