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Bollettini Dilit

Autonomia, quando tendere all’infinito ci rende migliori: riflessioni di un’insegnante imperfetta

A chi sa apprezzare l’arte di ricevere i doni, a Monia e ai suoi colleghi

Nessuno può insegnare ad insegnare, come in fondo, nessuno può insegnare ad apprendere. Non si sa come si apprende, non esiste una tecnica per l’apprendimento: si sa solo che avviene. (Massimo Recalcati, L’ora di lezione, pag.116)

Emma torna a casa da scuola. La mamma sta preparando il pranzo. Emma comincia a raccontare i fatti salienti della giornata in classe.

“Oggi la prof di italiano ha interrogato Bianca e Oliver e non sono andati bene. Allora ci ha detto che presto formerà dei gruppi di studio e un gruppo alla volta, ci dirà come dobbiamo studiare, ci ha detto che poi dovremo applicare il metodo come ci ha detto lei”. Pausa di riflessione e Emma continua: “ Perché devo studiare come dice la prof? Il mio metodo funziona! Io vado bene alle interrogazioni!!”.

La mamma, incuriosita, perché fino a quel momento non era consapevole che la figlia avesse coscienza di un metodo di studio, le chiede: “Qual è il tuo metodo?”.

“ Leggo, ripeto, leggo due volte poi ripeto e poi leggo di nuovo.” Senza un minimo di esitazione.

La mamma, scolando la pasta, pensa: “Eppure la prof. all’ultimo consiglio di classe aveva detto che voleva lavorare perché trovassero da soli il proprio metodo di studio…”

Questo breve scambio di battute fra madre e figlia in una cornice casalinga, porta all’attenzione gli elementi che compongono il contesto dell’apprendimento/insegnamento. Gli elementi che emergono dal quadretto familiare sono fondamentalmente tre e sono strettamente collegati

1) Insegnante
2) Condizione e strumenti del lavoro a scuola, la classe e i genitori
3) Studente

Emma racconta alla mamma una situazione conflittuale con un’insegnante nell’ambito di una classe dove sembra che non si siano realizzate le condizioni atte a sviluppare l’autonomia degli studenti, nonostante le intenzioni e i desideri dell’insegnante stessa.

L’autonomia è una conquista per tutti, insegnanti e studenti, ed è una meta che presuppone un cammino non semplice e non lineare, con tante cadute rovinose accompagnate da riprese incoraggianti. Che cosa dovrebbe fare l’insegnante di Emma?

L’insegnante

Umberto Tenuta in un suo contributo scrive che: Maestro è colui che insegna (persona tanto preparata ed abile in q.c. da poter insegnare ad altri). E insegnante, secondo l’etimologia, è colui che “incide, imprime segni nella mente”.

Umberto Tenuta, poi, opera una integrazione delle due parole: il ruolo del maestro e dell’insegnante si integrano, si sovrappongono e danno vita alla figura del maestro come colui che guida, accompagna nel cammino alla scoperta, riscoperta, reinvenzione dei segni.

Giulio Sforza, pedagogista e docente universitario, in un suo libro, La funzione didattica, presenta al lettore un serie di ritratti di pensatori del passato e ne traccia il loro profilo come maestri. Ed ecco che dalla galleria di ritratti prendono forma figure del passato che appaiono sorprendentemente attuali; dai libri di filosofia, di storia e di letteratura balzano con particolare vivacità tanti personaggi che hanno popolato la nostra vita di studenti e di persone.

Ecco il maestro egiziano:

Sacerdote e scriba ha il compito di iniziare i giovani alla vita pubblica, trasmettendo i principi morali e religiosi senza i quali il cittadino non matura come tale. Il maestro tende ad inculcare l’antiformalismo e la rettitudine di coscienza.

Il maestro aristotelico:

Maestro di ricerca e metodo di ricerca, sotto l’incalzare degli stimoli culturali, i giovani ricercano lavorando singolarmente od in gruppi.

Il maestro agostiniano

Un’anima in movimento, la ricerca del vero è sofferta, ansiosa e perciò umana nelle sue radicazioni e nei suoi possibili esiti.

Il maestro dantesco

È un maestro che non solo fa edotti ma che sprona, riprende, consiglia, consola. Il suo discepolo anche se eretico, persegue virtù e conoscenza in una sfida umanissima ai confini del mondo.

Il maestro Montaigne

Maestro che ama essere suscitatore di interessi culturali, più che fornitore di fredde informazioni. Invita alla saggezza derivante dalla vita e dall’esperienza più che da una dottrina libresca.

Il maestro razionalista

È una persona che si nutre e nutre di conoscenze formali, nasce una didattica formale tendente all’educazione dei poteri intellettivi in sé, considerati delle facoltà, indipendentemente dai materiali sui quali si esercitano.

Il maestro empirista

Maestro che si nutre di un sapere fatto di cose ristretto all’ambito della pura vita esteriore dell’uomo, condizionato al suo ambiente che se in qualche modo condiziona, nel senso che offre lo spazio concreto per l’esercizio del dominio umano, va ,nello stesso tempo, condizionato cioè umanizzato.

Il maestro rousseauiano

Maestro come persona che sa leggere nel suo cuore e conosce gli uomini. È persona che può conoscere gli altri perché conosce se stesso.

I ritratti di questi maestri possono ispirare sia in senso positivo che negativo e mostrano come tanti fra questi pensatori nel passato abbiano avuto come principale obiettivo lo sviluppo armonico ed indipendente dell’essere umano. Uno spunto di riflessione insolito per inquadrare il proprio lavoro confrontandosi con colleghi con i quali non si sarebbe mai pensato di interagire.

Il contesto, gli strumenti, le tecniche

Non era ancora finita la prima mattina di scuola, che già miss Caroline Fisher, la maestra, mi rimorchiava alla cattedra e, dopo avermi picchiato sul palmo della mano con una riga, mi metteva in piedi, nell’angolo, fino a mezzogiorno.

Miss Caroline aveva appena ventun anni, i capelli di un bel castano chiaro, le guance rosee e lo smalto delle unghie di un rosso acceso. Portava scarpette con i tacchi alti e un abito a strisce bianche e rosse: pareva una caramella di menta piperita e ne aveva anche il profumo.

Miss Caroline iniziò il primo giorno di scuola leggendo una storia di gatti. Quando miss Caroline arrivò al punto in cui la signora Gatta telefonava al negozio per ordinare dei topi al cioccolato, l’intera classe si dimenava sui banchi, impaziente, come un cestino di vermi. Evidentemente miss Caroline non capiva che quei bambinetti, mezzo stracciati, che per lo più avevano trinciato cotone e dato da mangiare ai maiali fin dal giorno in cui erano stati capaci di camminare, erano refrattari alla fantasia.

Poi andò alla lavagna, scrisse l’alfabeto in enormi lettere stampatelle e si girò verso la classe, chiedendo: “C’è nessuno che sa che cosa siano?” Lo sapevano tutti: la maggior parte della classe era ripetente.

Forse scelse me perché sapeva il mio nome; mentre leggevo l’alfabeto le apparve fra le sopracciglia una linea sottile. “Tuo padre non sa come si insegna ai bambini. E adesso siedi.”

Ora che ero costretta a pensarci, mi sembrava che la lettura fosse una cosa venutami naturalmente. Non ricordavo più il momento in cui le righe che il dito di Atticus (il padre) indicava, muovendosi sulla pagina, si erano separate in tante parole, mi ricordavo di aver fissato quelle righe ogni sera della mia vita, quando mi arrampicavo sulle sue (di Atticus) ginocchia.

In cortile Jem (il fratello maggiore) mi isolò dalla covata di quelli della prima e mi chiese come me la cavassi. Gli raccontai tutto.

“Non te la prendere, Scout,” mi consolò Jem. “La nostra maestra dice che miss Caroline sta sperimentando un nuovo metodo d’insegnamento. Lo ha imparato all’Università e tra poco lo metteranno in tutte le classi. Con questo sistema non si deve più studiare sui libri.”

Non avevo mai messo in dubbio le affermazioni di Jem e non vidi perché cominciare a farlo ora. Il Sistema Decimale Dewey, applicato da miss Caroline, consisteva, in parte, nell’agitarci davanti agli occhi cartellini che portavano scritti in stampatello articoli, pronomi e nomi di cose e di animali. Non avevamo l’impressione che la maestra si aspettasse dei commenti da noi, e tutta la classe ricevette quelle rivelazioni impressionistiche in silenzio. Mi annoiavo e cominciai a scrivere una lettera a Dill. Miss Caroline mi colse sul fatto e mi disse di pregare mio padre di non insegnarmi più né a leggere né a scrivere.

[Da Il buio oltre la siepe di Harper Lee, Universale economica Feltrinelli (pag.20-23)]

Miss Caroline è deliziosa, ha il sapor di menta e ha tanta buona volontà, tanta fiducia nelle tecniche che ha appreso; ha tanta fiducia nella sua conoscenze che non si rende conto di perdere completamente di vista la situazione sociale e affettiva dei bambini e delle bambine a cui insegna. Non capisce che l’esperienza della lettura per Scout è principalmente affettiva e che è sciocco se non crudele dirle che il padre non dovrà più insegnarle a leggere poiché una tale affermazione equivale a chiedere di interrompere un relazione emotiva prima che cognitiva.

The classroom should be respected in itself as the place where people go to learn and therefore its authenticity should not be compared to authenticity in other places…. The impetus for the learning has to come from the classroom…. It is foolish to hope that that is enough to do the job, that is, that the learning can be limited between the beginning and the end of the lesson. A lot of the mental work has to go on outside the lesson.

Leo Van Lier con queste parole pone all’insegnante una meta impegnativa, difficile da raggiungere ma non per questo meno attraente, attraente proprio perché lascia all’insegnante la possibilità di intraprendere un cammino faticoso ma coinvolgente, Van Lier sprona l’insegnante ad andare oltre i confini del tempo e dello spazio classe, lo invita a mettersi in continuo dialogo con il mondo che lo circonda e di trasmettere questo suo impetus ai suoi studenti perché continuino fuori dell’aula il lavoro intrapreso in classe.

Tutto ciò va fatto sempre tenendo presente gli sguardi, la realtà delle persone che si hanno di fronte: può essere divertente leggere la storia dei gattini che telefonano al negozio per ordinare dei topi di cioccolato se gli allievi sono pronti a farsi portare in quel mondo e se la storia personale non ha già visto impoverite la loro fantasia ed immaginazione.

Potrebbero tornare utili a Miss Caroline le parole che Marianella Sclavi scrive a proposito dell’ascolto attivo. Adottare l’ascolto attivo corrisponde a passare da un atteggiamento del tipo giusto/sbagliato, io ho ragione/tu hai torto, amico/nemico a un altro in cui si tratta l’interlocutore come una persona intelligente (con riconoscimento e rispetto). Si tratta di principi facilmente applicabili all’insegnamento:

…con l’ascolto attivo… si può schematizzare e renderlo evidente nei vari passaggi, ma quello che si ottiene è visualizzare un ascolto attivo che ha funzionato in un certo contesto e magari non funziona in un altro.

Una pagina dopo prosegue:

E che le strumentazioni, gli esercizi, gli schemi, le fasi, vanno certamente appresi ed interiorizzati, ma poi la cosa più importante è rispettare l’interlocutore, mettersi dalla sua parte in una dinamica di ampliamento delle opzioni, e non il rispetto dei protocolli. E Gabriella (altra autrice del libro citato) continuamente nei suoi esempi, ci mostra che è possibile, addirittura doveroso, mandare all’aria gli schemini per rimanere in contatto con gli allievi.

Lo studente

Gli studenti come gli insegnanti sono persone e in quanto tali vivono e convivono con esperienze positive e negative non necessariamente legate alle precedenti esperienze scolastiche.

Anna e Joseph sono gli studenti ideali, mente plastica, caratteri molto aperti, sempre sorridenti, affrontano le difficoltà con calma e determinazione non mettendo mai in dubbio le proprie capacità e la propria intelligenza. Hanno studiato il latino e parlano più di una lingua e sanno impiegare competenze acquisite in altri campi nello studio della lingua. Sanno come rispendere il sapere.

William, Yuki e Aisha hanno storie completamente diverse. Aisha è completamente persa, ha avuto difficoltà a scuola, la famiglia ha provato a spronarla ma non come sarebbe stato bene per lei. William e Yuki hanno visto deluse le loro aspettative rispetto allo studio dell’italiano: si sono trovati di fronte ad un contesto di apprendimento che non si aspettavano e la loro stima in se stessi ha vacillato, si sentono stupidi, si chiudono a riccio tanto da non riuscire ad afferrare le mani che i compagni gli tendono. Sentono di non avere la forza di diventare artefici del loro apprendimento.

Luciano Mariani scrive:

Le convinzioni sono costrutti cognitivi che riguardano ciò che la persona sa sui vari aspetti dell’apprendimento: sull’oggetto dello studio, sui processi di apprendimento/insegnamento e su se stessi in quanto discenti e docenti (cioè sulle caratteristiche della propria personalità che influiscono sui processi).

Le convinzioni non sono emotivamente neutre.

Opporsi alle convinzioni che un essere umano ha su se stesso è arduo e rischioso. Difficile decidere cosa sia meglio fare, certamente parlare, dialogare ma solo per comprendere e non per far cambiare idea al proprio interlocutore su se stesso.

Forse un’indicazione su quale strada seguire ci viene da questa fiaba pubblicata nel libro La scuola e l’arte di ascoltare di Marianella Sclavi e Gabriella Giornelli.

Viveva in un villaggio un uomo molto povero e devoto, assieme alla madre cieca e a una moglie triste e amareggiata per la mancanza di prole. Ogni giorno questo uomo pio si alzava all’alba e andava al tempio a chiedere al Signore di fare qualcosa per lenire le sofferenze sue e dei suoi cari. Dopo dodici anni di preghiere sentì la voce del Dio: “Esprimi un desiderio e sarà realizzato”. “Mi prendi alla sprovvista,” rispose il pover’uomo, “posso consultarmi con mia madre e mia moglie prima di rispondere?” Ottenuto il permesso, corre a casa dove incontra per prima la madre. “Figlio mio, se chiederai al Signore di ridarmi la vista, ti sarò grata e ti benedirò finché vivo.” Poi andò dalla moglie, la quale messa al corrente di tutto, esclamò: “Lascia perdere tua madre che è vecchia e destinata a chiudere definitivamente gli occhi nel giro di qualche anno! Quello che devi chiedere è un figlio che un giorno si prenda cura di noi e che ci porti un po’ di fortuna anche economica”. La madre, che stava ascoltando, prese una canna e si mise a picchiare la nuora chiamandola egoista, la moglie reagì e ne nacque un terribile corpo a corpo. Il pover’uomo, sentendosi completamente impotente di fronte a tanta ira, scappò di casa e si recò da un suo conoscente il quale era considerato il mediatore dei conflitti nel villaggio. “Mia madre vuole la vista, mia moglie un figlio e io desidero più di tutto un certo benessere economico in modo da non dovermi preoccupare ogni giorno su come procurarci da mangiare”. L’uomo, dopo un attimo di meditazione, rispose: “Figlio mio, tu non devi scegliere fra le richieste dell’uno o dell’altro membro della tua famiglia; sono tutte giuste. Fermati qui a riposare e rilassati pensando che tutti voi avete delle buone ragioni e vedrai che quando ti svegli la risposta ti verrà da sola”. E così infatti avvenne, l’uomo pio all’alba corse felice al tempio e si rivolse al Signore con le seguenti parole: “Oh Signore, non chiedo nulla per me stesso e anche mia moglie non chiede nulla per sé ma mia madre è vecchia e cieca e il suo ultimo desiderio prima di morire è riuscire a vedere un nipotino sano e vispo, che mangia cibo abbondante da una tazza tutta d’oro”.

Alla luce di questa fiaba la domanda è che cosa avrebbe dovuto fare l’insegnante con Emma e con i compagni di classe di Emma che, a parer suo, non hanno trovato il proprio metodo di studio? Sicuramente quest’insegnante ha a cuore la sorte dei propri studenti, li vuole vedere autonomi e capaci di gestire l’apprendimento, ciononostante non riesce a percorrere con il gruppo classe la strada per favorire fra gli studenti stessi lo scambio di esperienze di studio. In sostanza, non riesce a calarsi nella realtà e a confrontarsi con i propri obiettivi e la mancanza di motivazione del gruppo classe . Se l’obiettivo fosse il dialogo e lo scambio fra tutti, ognuno ne trarrebbe beneficio: l’insegnante che nello scambio potrebbe scoprire e capire tanto sulle motivazioni e sulle storie degli allievi , Emma che è un po’ spocchiosetta e alla quale non farebbe male confrontarsi con gli altri, e i compagni che forse, dialogando, potrebbero scoprire di avere metodo anche loro.

Ogni insegnante cerca sempre di fare del proprio meglio, cerca sempre il bene dei propri studenti anche quando questi rendono il raggiungimento dell’obiettivo una meta insperata. Nel libro appena citato sull’arte di ascoltare, nella prefazione l’autrice propone come soluzione alle difficoltà nella scuola una ricetta, semplice, con pochi ingredienti come la ricetta della piadina.

Ispirata da loro ho voluto provare a creare la mia ricetta. Ho creato questa ricetta facendo diretto riferimento a ciò che mi succede in classe, analizzando i miei sentimenti ed emozioni e alla fine ho trovato i miei tre ingredienti: armonia, accoglienza e condivisione.

I contrasti stridenti in un gruppo costruiscono solo muri, é necessario accogliere se stessi e gli altri, non si possono imporre convinzioni anche se le riteniamo giuste se l’altro non le capisce. Se si riesce a creare un ambiente dove tutti sentono di condividere il raggiungimento della stessa meta, anche se con diversa andatura, la creatività di ognuno trova modo e spazio per esprimersi e nell’esprimersi ognuno, trovando fiducia nei propri mezzi, intraprende il cammino personale ed unico verso la conquista dell’autonomia.

Si tratta di una ricetta e come succede ad Audrey Hepburn nel film Sabrina nella celebre scena del soufflé può capitare che ci si sbagli o sulla quantità di un ingrediente o sul tempo di cottura oppure può capitare che ci si dimentichi di accendere il forno perché, come Sabrina, si è innamorati e allora il soufflé non riesce bene. Ciononostante, bisogna continuare a provare e tendere sempre verso l’infinito per dare il meglio di noi stessi in classe come nella vita.

Ogni studente suona il suo strumento, non c’è niente da fare. La cosa difficile è conoscere bene i nostri musicisti e trovare l’armonia. Una buona classe non è un reggimento che marcia al passo, è un’orchestra che prova la stessa sinfonia. (Daniel Pennac)

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Bibliografia

Cots, Tusòn, Language in education. An interview with Leo Van Lier, Sintagma 6 (1994) pp. 51-65, www.raco.cat

Elias Canetti, La lingua salvata, Tascabili Bompiani

Giulio Sforza, La funzione didattica, Bulzoni

Harper Lee, Il buio oltre la siepe, Feltrinelli

Isabella Milani, L’arte di insegnare, Vallardi

Luciano Mariani, a cura di, L’autonomia nell’apprendimento linguistico, La Nuova Italia

Luciano Mariani: Imparare le lingue straniere. Una ricerca sulle convinzioni e gli atteggiamenti degli studenti, www.learning paths.org

Massimo Recalcati: L’ora di lezione, Einaudi

Marianella Sclavi, La scuola e l’arte di ascoltare, Feltrinelli

Thomas Gordon, Insegnanti efficaci, Giunti Lisciani Editori

Umberto Tenuta, Insegnare ed apprendere, Rivista Didattica, Maggioli Editore, www.rivistadidattica.com